PORCILE

DATI TECNICI:

Anno: 1969
Paese di Produzione: Italia
Regia: Pier Paolo Pasolini
Genere: Drammatico, Grottesco
Interpreti principali:
Pierre Clementi: il cannibale
Franco Citti: il secondo cannibale
Jean Pierre Leaud: Julian
Alberto Lionello: Klotz
Ugo Tognazzi: Herlidze
Marco Ferreri: Hans Gunther
Anne Wiazemsky: Ida
Ninetto Davoli: Maracchione

RECENSIONE (contiene spoiler):

Questo film di Pasolini è attualissimo, perché ciò che racconta è infatti niente più che uno scontro generazionale: quello tra padri e figli.
Il film è strutturato ad episodi paralleli, che si accavallano l’uno all’altro.
Il primo, ambientato sulle nude e misteriose pendici dell’Etna, vede protagonista un giovane cannibale; il secondo (ambientato nella bellissima Villa Pisani in provincia di Padova) il giovane figlio di un grande industriale tedesco.
Nell’episodio “borghese”, lo scontro generazionale che vede protagonista il riluttante Julian (Jean Pierre Leaud) ed il furbo padre sulla sedia a rotelle, il ricco signor Klotz (Alberto Lionello), è però segnato già in partenza da una sconfitta inevitabile (scritte su lapidi che sembrano millenarie).
Come non vedere in questo film i tristi rimandi all’attualità, con le trame dei padri e dei capitalisti (Klotz ed Herditzke, un bravissimo Ugo Tognazzi che entra in scena nella seconda metà del film per ricattare il suo rivale industriale rivelandogli l’attrazione sessuale che Julian prova per i maiali del porcile – emblematico simbolo dell’industriale che ingrassa e della società contemporanea) che nel perseguire cieco dei loro interessi non lasciano alcuna speranza e alcun futuro ai propri figli?
Uno scontro generazionale che non si fa a parole, con confronti (mai Julian e suo padre vengono veramente in contatto), proprio perché la generazione dei figli ha già perso in partenza, è già inevitabilmente vinta dal mondo capitalista in cui sono costretti a soccombere nell’indolenza e nell’indifferenza: e questa è la nuova subdola violenza del “Potere” secondo Pasolini.
Ma c’è da segnalare come, al contrario di altri film, qua lo sguardo del regista nei confronti delle giovani vittime, dei “vinti”, non ha alcuna pietà: tutto l’episodio di Julian è un’indolente e malinconica elegia, raccontato con grande raffinatezza e sensibilità, senza mai cadere nell’enfasi nei confronti dei “vinti” che spesso ha caratterizzato lo sguardo passionale di Pasolini.
I dialoghi tra gli attori dell’universo famigliare sono la parte migliore del film, sono in rima e sfiorano il non sense, ma tutte le parole sono cariche di un significato; i dialoghi tra i due industriali e la spia Hans Gunther (il regista Marco Ferreri) sono taglienti, amari e sardonici (memorabile la scena in cui Gunther racconta il modo in cui venivano sterminati gli ebrei mentre Klotz suona allegramente l’arpa)

Nell’episodio del cannibale invece lo scontro si fa silenzioso; ed è emblematico come le uniche parole di quest’episodio sono quelle che dichiarano il parricidio compiute da questo ragazzo selvaggio (un intenso Pierre Clementi), dove nella violenza originaria Pasolini vede la vera dignità di un uomo.
Ed il messaggio dell’episodio rimanda anche a “Salò”: l’inizio ci presenta infatti questo ragazzo affamato, ridotto a mangiare insetti e foglie. Ma se in “Salò” la società affama gli uomini per costringerli poi a mangiare i propri escrementi, qui nel gesto più ignobile del cannibalismo si cela il gesto più puro della ribellione.
Quest’episodio mostra dunque come l’unica via di fuga lasciata alle nuove generazioni sia quella della violenza, una violenza primitiva e selvaggia che verrà inevitabilmente condannata dalla società, ma che non viene qui condannata dal regista, perché essa rappresenta le forme più autentiche della vita; non a caso al cannibale se ne uniranno altri, formando un vero e proprio nucleo sociale (come a dire che di violenza e di comunità è fatta la storia umana).
Ma anche qua, tra le pendici desolate e incenerite dell’Etna, la sconfitta è già segnata in partenza, nello sguardo dignitoso e sofferente del cannibale si intravede già il destino, il fato che inevitabilmente pende sopra i gesti più naturali e selvaggi.
Insomma, “Porcile” è un mini capolavoro, anche dal punto di vista tecnico.
PasPig2In questo film strutturato come un “doppio” si incrociano alla perfezione le due anime del Pasolini regista:
nell’episodio del cannibale la bellezza selvaggia dei paesaggi, le inquadrature che tagliano dall’alto, i riflessi del sole, i corpi nudi; in quello di Julian le nude geometrie degli interni, i primi piani, gli splendidi dialoghi di infinita poesia (mai una parola che non sia profonda).
Se infine si pensa che questo film è orfano di Ferretti e Morricone, maestri della scenografia e della colonna sonora nei successivi capolavori pasoliniani, ci si rende conto ancora di più di quanto sia qualitativamente.
Tra l’altro questo è l’unico film in cui Pasolini non utilizza attori di strada, ma lascia spazio a veri e propri professionisti francesi e italiani (più i pupilli Davoli e Citti, che però non erano più sconosciuti allora), e che offrono una prova encomiabile, priva di quel protagonismo che a mio parere ha rovinato film come “Mamma Roma” e “Uccellacci e uccellini ” con la Magnani e Totò.

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