SUSPIRIA

DATI TECNICI:

Anno: 1977
Paese di Produzione: Italia
Genere: Horror
Regia: Dario Argento
Interpreti Principali:
Jessica Harper: Susy Benner
Stefania Casini: Sarah
Alida Valli: Miss Tanner
Miguel Bosè: Mark
Joan Bennett: Madame Blanche

RECENSIONE (contiene spoiler):

Molti film dell’orrore hanno una funzione di puro entertainment giocando con le paure e gli istinti di morte che ciascuno di noi possiede, altri invece hanno la capacità di farci riflettere sulle turbe della psiche umana raggiungendo vette di alta filosofia. “Suspiria” né l’uno né l’altro: è un horror che dovrebbe essere guardato così come si ammira un quadro a una mostra Suspiriad’arte. La trama e la sceneggiatura non offrono infatti spunti degni di nota, ma Argento catapulta lo spettatore all’interno di una cornice estetica talmente curata e barocca da essere essa stessa il contenuto primario dell’opera.
La cultura e la sincera passione del regista nei confronti delle classiche situazioni horror si nota fin dalle prime inquadrature e sarà una costante per tutta la durata del film. Ci sono il castello misterioso nella foresta, la serva rumena, l’angelico bambino silenzioso, lame che luccicano e misteriosi carillon, sagome ed ombre dietro le tende, la pioggia sempre scrosciante, il cameriere deforme e i pipistrelli, ma ciascuno di questi elementi non costituisce altro che un aspetto al fine di alimentare il pathos suggestivo dell’ambiente all’interno della favola gotica costruita dal regista.
argento1Certo è azzeccata la scelta degli interpreti, dal magnetico viso infantile di Jessica Harper alla severità di Alida Valli passando per una bravissima Stefania Casini. Ma il vero punto di forza del film è la sua fotografia, ricca di luci e di tonalità che arricchiscono ogni immagine di un’aura esteticamente abbacinante, dai colori elettrici blu, verdi e rossi che si gettano sui volti dei protagonisti e sui corridoi del castello come pennellate di pittura.
Dunque l’horror in “Suspiria” è tangibilmente presente in ogni inquadratura, e di conseguenza siamo di fronte al paradosso per cui le varie situazioni di tensione e di suspence non fanno praticamente dpKgqvpSdDDd2Hg4rt7I1IKVycQpaura; la scenografia e l’uso dei colori è talmente sopra le righe da rendere anche gli omicidi più efferati quasi innocui. Pur nell’ingegnosità delle situazioni create dal regista, essi non sono altro che parte del flusso narrativo costituito da questa pregevole cornice estetica e ritmato dalla colonna sonora dei Goblin, sensazionali in misura ancora maggiore rispetto al più celebre “Profondo Rosso”, tra accordi di chitarra, carillon, sospiri lamentosi e percussioni africane.
A predominare è la visione, a cui lo spettatore non resta che lasciarsi andare. A questo proposito è interessante notare la dicotomia tra le due protagoniste femminili della storia: la bionda Sarah (Stefania Casini) cercherà per tutto il tempo di scoprire i misteri tenuti segreti dalle rigide insegnanti dell’Accademia presso cui le giovani soggiornano, indagando spinta da una forte volontà e curiosità, e  forse è la vera eroina della storia, ma finirà malissimo. La mora Susy Benner Suspiria-041(Jessica Harper) , se si eccettua il clamoroso finale, non tenta invece mai una ribellione, subendo le decisioni delle insegnanti e rimanendo all’oscuro di tutto; drogata e costretta a letto non è mai parte attiva degli avvenimenti che, al pari dello spettatore, subisce con innocenza mentre si aggira tra i corridoi colorati e tenebrosi del castello.
Da notare, infine, la caratteristica di un horror tutto al femminile: Argento si immerge con sensibilità nel gruppo di studentesse, con una certa dose di critica nei confronti del cameratismo femminile e delle regole a cui le ragazze sono sottoposte dalle ferree insegnanti, ed anche il “nemico” non è maschile, ma è rappresentato delle tenebrose streghe.

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IZO

DATI TECNICI:

Anno: 2004
Paese di Produzione: Giappone
Genere: Azione, Grottesco, Horror, Drammatico
Regia: Takashi Miike
Interpreti principali:
Kazuya Nakayama: Izo
Kazuki Tomokawa: Sè stesso
Takeshi Kitano: Primo ministro
Bob Sapp: combattente americano

RECENSIONE (contiene spoiler):

“Izo” è il nome del protagonista, un samurai barbaramente crocefisso per chissà quale crimine durante il medioevo giapponese. Nel folle film di Takashi Miike, Izo pare reincarnarsi e morire un’infinità di volte, attraversando le epoche e lo spazio, tra acrobatici duelli di spada che si svolgono sia nel passato che in epoca contemporanea, creando un effetto spiazzante e talvolta kitsch. Ma “Izo” non è solamente il protagonista di una storia che in fondo non presenta una vera trama, apparendo nient’altro che una sempre più sanguinosa catena di omicidi. Dai pochissimi s10izdialoghi del film, capiamo che “Izo” è una sorta di entità che coincide non tanto con la malvagità quanto forse con la vita stessa (come ci indicano gli spermatozoi all’inizio e il concepimento alla fine del film). Secondo la poetica di Takashi Miike, l’umanità e la vita nascono da semi di rancore, essendo Izo un personaggio che vaga costantemente in cerca di vendetta per tutta la storia; una vendetta cieca e crudele, non si sa bene contro chi o che cosa, ma che non risparmia nessuno, né i diversi combattenti incontrati sulla strada né la madre o l’amante di Izo. Che siano pericolosi yakuza oppure innocenti bambini, questo spirito inesorabile incarnato in Izo spazza via implacabilmente ogni essere sul proprio cammino. Il geniale regista giapponese ha imbastito il film su un protagonista negativo e izo6sanguinario – un assassino -, ma in varie circostanze e attraverso l’utilizzo di filmati storici sulle varie dittature che hanno ammalato l’umanità (Hitler, Stalin, il fascismo giapponese, Hiroshima e così via) il messaggio che intende trasmetterci è che è l’essere umano ad essere sostanzialmente e intrinsecamente brutale. A dispetto dei litri di sangue che fanno di “Izo” un’opera stilisticamente iper-violenta (rispetto a Takashi Miike i film di Tarantino sembrano del tutto innocui), tale messaggio viene esposto quasi candidamente, come l’unica verità possibile, e in certi punti attraverso emozionanti scene di grande poesia (i fiori che parlano ad Izo, la pioggia e l’acqua purificatrici, fino a giungere all’iconico finale che rimanda alla teoria del “Bambino delle stelle” di Kubrick). Ma la vera e più autentica essenza mtJPuq871AKmGBbPBlfwSYJwN3ydell’entità “Izo” si esprime anche attraverso brevi ma significativi e pungenti dialoghi filosofici con gli emissari del potere che egli ucciderà uno ad uno in quanto crepa sovversiva all’interno del sistema. In quest’ottica il film è un atto di accusa sincero e poetico contro ogni forma di apparenza o di ipocrisia umana, dal concetto di democrazia a quello di guerra e di religione, dove persino l’amore viene decostruito essendo null’altro che un segno del linguaggio per indicare un mero istinto sessuale. Soprattutto nella prima parte del film, attraverso una serie di dialoghi e di situazioni surreali (la riunione dei ministri, la bizzarra lezione scolastica in cui ogni concetto viene capovolto, fino a giungere ad un’intera scena inquadrata al contrario, a testa in giù), è chiaro fin da subito che izo3il percorso del samurai è in primo luogo un cammino spirituale che lo porterà attraverso la negazione del mondo ad una più alta conoscenza di se stesso. Tale livello di conoscenza coinciderà però con la disperazione e Izo si trasformerà lentamente – anche visivamente – in un mostro assetato di sangue, più simile a un animale o a un demone che a un uomo. Questa seconda parte del film è più ripetitiva e indulge maggiormente sui combattimenti che si fanno sempre più insensati, inframmezzati unicamente dalle canzoni di Kazuki Tomokawa, bizzarro cantante folk alcolizzato: i suoi rantoli e le sue schitarrate, oltre a costituire la colonna sonora del film, rendono al massimo la dimensione artistica prettamente esistenziale di un’opera estrema e votata all’eccesso.

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LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI

DATI TECNICI:

Anno: 1968
Paese di Produzione: Usa
Genere: Horror
Regia: George A. Romero
Interpreti principali:
Duane Jones: Ben
Judith O’Dea: Barbara
Karl Hardman: Harry Cooper
Marilyn Eastman: Helen Cooper

RECENSIONE (contiene spoiler):

“La notte dei morti viventi” è il capostipite del moderno film horror, sia per quanto riguarda i contenuti, sia esso inteso come prodotto da consumare sul mercato. Infatti dall’anno della sua uscita – 1968 – ai numerosi horror che vengono presentati ogni anno, pare talvolta che siano stati compiuti pochi passi in avanti dal punto di vista qualitativo. E’ per questa ragione che dal classico di George A. Romero non si può prescindere e il film è più che mai attuale malgrado il suo bianco e nero.
dead1La storia presenta già la struttura e i cliché che diverranno tipici con il tempo: da un lato c’è un gruppo variegato di personaggi qualunque, mediocri e senza alcun appeal, e dall’altro una pericolosa e sconosciuta ma altrettanto impersonale minaccia esterna (che siano zombies o altro, poco importa ai fini della storia, l’importante è che siano cattivi e facciano paura).
In seguito allo spaesamento iniziale, segue una situazione di stasi: nel film di Romero il gruppo di sopravvissuti si ritrova prigioniero all’interno di un’abitazione di campagna; le differenti personalità si scontrano e atti di solidarietà si alternano agli inevitabili conflitti tra i vari personaggi.
05Mentre la prima parte del film – con l’assalto degli zombies al cimitero e la fuga della ragazza nella casa – è perlomeno interessante, i dissidi che nascono tra i personaggi appaiono forzati; demerito della sceneggiatura, ma anche la regia da metà storia in poi ci regala ben poche sorprese. Alla povertà di mezzi scenici (come detto, gran parte della storia è ambientata all’interno di una casa) e di budget (attori sconosciuti) sopperisce la qualità degli effetti speciali che all’epoca fu disturbante e resta tutt’oggi molto buona, con l’aggiunta di una lunga sequenza splatter dove la cinepresa indugia sul “banchetto” degli zombies.
zombie-18-Ma l’aspetto decisamente più interessante del film è tanto poco horror quanto politico – lo zombie incarna il nemico comunista in epoca di guerra fredda? oppure il dramma del vietnam? – e fantapolitico, perché i protagonisti tentano di apprendere le ragioni della minacciosa epidemia, ma le strategie governative e le informazioni restano evasive, contraddittorie e danno adito ai presupposti per un controllo totale della popolazione. Il limite di ciò è che le lunghe scene ritraenti i servizi televisivi e radiofonici a cui i superstiti assistono impotenti, alla lunga sono parecchio noiose. A nulla vale anche un tentativo di fuga finito male per aumentare il ritmo; occorrerà attendere l’assalto finale degli zombies perchè la tensione si possa alzare nuovamente. Le conseguenti trasformazioni delle vittime sfoceranno in un’orgia di morte in grado di dissolvere anche i legami famigliari più stretti: moglie-marito, fratello- sorella, fino a giungere al matricidio, anche le strutture basilari crollano, il caos è totale e primordiale.
nightofthelivingdeadLa scena finale, crudamente sardonica, lascia nello spettatore un inaspettato sentimento di grande amarezza evidenziato dai fotomontaggi realistici con cui si chiude il film; è il colpo di scena di una sceneggiatura un po’ fiacca, l’idea geniale che vale la visione dell’opera, nonché un ultimo chiaro riferimento politico. Grazie al finale nichilista è chiaro che l’horror di Romero non intende trasmettere tanto suspence e paura quanto una nuova e sottile inquietudine, in grado di raccontare al meglio le nuove ansie dell’epoca contemporanea.
“La notte dei morti viventi” ha tutti i suoi limiti, ma è sicuramente coraggioso, a partire anche dalla scelta dell’unico protagonista positivo della storia, il nero interpretato da Duane Jones, scritturato unicamente in base ai propri meriti e non allo scopo apposito di interpretare un uomo di colore, come era avvenuto fino ad allora nel cinema americano.

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POSSESSION

DATI TECNICI:
Anno: 1981
Paese di Produzione: Germania Ovest, Francia
Genere: Horror, Grottesco, Drammatico
Regia: Andrzej Zulawski
Interpreti Principali:
Isabelle Adjani: Anna/Helen
Sam Neill: Mark
Heinz Bennent: Heinrich
Margin Carstenen: Margrit Gluckmeister
Johanna Hoffer: Madre di Heinrich

RECENSIONE (contiene spoiler):

Film insolito e disturbante, “Possession”, nonostante sia piuttosto datato, risulta ancora oggi essere un horror di qualità; anche se la parola horror è abbastanza limitativa e forse poco si addice alla complessità della storia in questione.
possession-bedIl regista Andrzej Zulawski in fondo non ci propone altro che il più classico dei temi in grado di minare la stabilità di un nucleo famigliare: il triangolo amoroso. Eppure concentrandoci su questo contenuto e sulle drammatiche conseguenze e nevrosi che esso comporta, saremmo ancora lontani dal cogliere l’essenza contraddittoria del film.
Il fatto è che il dramma, prima ancora che nella storia, si svolge tutto all’interno della mente dei protagonisti: la stupenda tumblr_mawxv4wR3Q1qd8uxio1_1280Isabelle Adjani che vinse il premio come migliore attrice protagonista a Cannes nel ruolo di Anna e l’altrettanto e soprendentemente bravo Sam Neill (il marito di lei, Mark).
La regia vorticosa (quasi sempre camera a mano) sfrutta fino allo sfinimento la corporeità dei due protagonisti, a cui è richiesta una serie di movimenti ossessivi che ben rendono l’idea della nevrosi isterica in cui può cadere una qualunque coppia borghese in seguito a un’infedeltà.
Malgrado la presenza di elementi splatter e misteriosi accanto a quelli quotidiani, è come se l’horror si svolgesse tutto all’interno di questi corpi letteralmente posseduti dalla pazzia (da qui il titolo del film). I due protagonisti non stanno mai fermi: si dondolano sulla sedia, ruotano su se stessi, hanno crisi isteriche, sembrano in balia di una danza mistica anche quando si possession1picchiano, accendono e spengono compulsivamente le luci di una stanza, fino a giungere alla scena clou e splatter della metropolitana, in cui Isabelle Adjani si dimena urlando per tre insostenibili minuti.
Gli unici momenti in cui i protagonisti riescono a trattenere e fermare la loro ansia sono racchiusi in brevi primi piani sul volto della Adjani, che sembra rivolgersi attonita e sgomenta direttamente allo spettatore aumentando uno straniante senso di sacralità.
Lentamente scopriremo che la “possessione” di cui è preda la donna è quella di un essere mostruoso e polipesco che lei stessa ha creato e con cui pare tradisca sia il marito che l’amante.
Eppure, all’interno di una trama portata alle estreme conseguenze possession-meatcosì tanto da apparire talvolta assurda, questa creatura potrebbe rappresentare nient’altro che la follia della donna, oppure quella del marito che, come capiremo nel finale, è sotterraneamente pronta ad esplodere. Infatti, il punto di vista principale da cui assistiamo alla pazzia di Anna è quello del marito. Ma ad una seconda visione del film, analizzando elementi contraddittori sparsi confusamente all’interno della sceneggiatura, scopriamo che l’essere malvagio potrebbe essere invece proprio Marc. Soprattutto grazie al finale sorprendente, in cui entrano in gioco anche i “doppelganger” della coppia, realizziamo che l’intera vicenda potrebbe essere nient’altro che la genesi mentale allucinata di un fatto di cronaca nera.
possession3Sono solamente ipotesi circa le numerose suggestioni visive che Zulawski ci lascia, alcune delle quali muovono verso lo splatter attraverso una fotografia ricca di colori volutamente forti ed aggressivi, come nelle due scene in cui gli investigatori privati scoprono il mostro nell’appartamento o in quella dello squallido omicidio dell’amante all’interno di un bagno pubblico.
Ma il vero punto di forza di un film dall’impatto visivo così devastante è la sceneggiatura, firmata anch’essa da Zulawski: i dialoghi profondamente sofferti sull’esistenza di dio e del male si alternano a banalità ed isterie di vita quotidiana, contribuendo ad alimentare lo stupendo clima grottesco che domina interamente la pellicola.
Possession-1981-Sam-Neill-Berlin-wallIl film lascia comunque adito a numerose interpretazioni e molte cose restano ancora nel mistero, come alcune figure secondarie (la vecchia madre dell’amante, la donna dalla gamba ingessata, la spia dai calzini rosa, i misteriosi datori di lavoro di Marc).
Infine, la scelta della location, una fredda Berlino divisa dal muro, e i soldati che spiano con il binocolo al di là del muro verso la casa della coppia, contribuisce a creare ulteriormente mistero intorno alla vicenda. Anche se l’unione di un dramma famigliare psicologico con l’horror e con elementi estetici mutuati dalle spy-story degli anni 70′ sfiora in certi punti l’orlo del kitsch, è un “pastiche” che resta comunque decisamente affascinante.

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LA FORTEZZA

DATI TECNICI:

Anno: 1983
Paese di Produzione: Gran Bretagna
Genere: Fantastico, Avventura
Regia: Michael Mann
Interpreti principali:
Scott Glenn: Glaeken Trismegistus
Alberta Watson: Eva Cuza
Jurgen Prochnow: Capitano Klaus Woermann
Gabriel Byrne: Maggiore Kaempferr
Ian Mc Kellen: Theodor Cuza

RECENSIONE (contiene spoiler):

“La Fortezza”, una delle prime opere di Michael Mann, è un film mediocre, ma decisamente originale ed affascinante per la combinazione e contaminazioni di generi che porta sullo schermo.
La trama è ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, in un paesino sperduto in Romania, dove un plotone di soldati nazisti comandati dal Capitano Woermann (Jurgen Prochnow) si stabilisce presso un’oscura e misteriosa fortezza, enorme e vuoto edificio sconsacrato eppure pieno di croci thekeepmichaelmannluminose. La costruzione è edificata con pilastri più piccoli fuori e più grandi all’interno, come per difendere da un pericolo intestino piuttosto che dall’esterno, e presto capiremo che la ragione di ciò è una forza soprannaturale che abita il luogo e che si manifesta sotto forma di fumo misterioso, portandosi via la vita dei soldati tedeschi che intendano violare l’edificio.
La Fortezza” si presenta così come un interessante connubio tra generi: l’aspetto fantastico con venature horror si incrocia con il contesto storico, la scenografia fumosa ed oscura degli interni si amalgama con la povertà del villaggio dei contadini rumeni, il fascino perverso delle divise della Screen Shot 2013-08-31 at 11.56.10 PMWermacht si confonde con quello dello spirito demoniaco, forza metafisica in grado di guarire i corpi così come di distruggerli. Il paesino sperduto tra le montagne balcaniche può far pensare a Dracula, l’arrivo dei soldati nel luogo nella sequenza iniziale può rimandare invece a una situazione stile “Apocalypse Now”. Suggestioni appena accennate e forse un po’ forzate, eppure confezionate come sempre in maniera ottimale da Michael Mann, grazie anche a un efficace utilizzo del ralenti e a delle splendide luci.
Peccato invece che la sceneggiatura vada scemando verso la banalità, con l’entrata in scena di un vecchio studioso ebreo (Ian Mc Kellen) e di un altro comandante nazista (Gabriel Byrne) i cui metodi spietati genereranno un conflitto con l’ufficiale idealista bene interpretato da Prochnow.
Keep-The-Scott-Glenn-9L’arrivo di un altro enigmatico personaggio, il doppelganger della misteriosa creatura, (interpretato da Scott Glenn) alza leggermente la tensione costringendoci a porci una serie di domande metafisiche circa l’ambigua natura della forza soprannaturale (buona o malvagia?) e confezionando un’intensa storia d’amore impossibile tra l’uomo misterioso e la figlia del dottore ebreo (Alberta Watson).
Nel complesso, “La Fortezza” è un film fantastico e d’avventura gradevole, uno dei primi di Mann e anche del bravo Gabriel Byrne (allora semisconosciuto e relegato ad una parte di contorno), con una buona colonna sonora firmata dai Tangerine Dream.

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THE ADDICTION – VAMPIRI A NEW YORK

DATI TECNICI:

Anno: 1995
Paese di Produzione: Usa
Genere: Drammatico, Horror
Regia: Abel Ferrara
Interpreti principali:
Lili Taylor: Kathleen Conklin
Annabella Sciorra: Casanova
Christopher Walken: Peina
Edie Falco: Jean
Paul Calderon: Professore di Filosofia

RECENSIONE (contiene spoiler):

Soltanto il genio di Abel Ferrara e dello sceneggiatore Nicholas St John avrebbe potuto mischiare carte così diverse come storia, filosofia e religione insieme alla più classica storia sui vampiri.
annabellasciorra02cProtagonista di “The Addiction” è ancora una volta il degrado urbano del sottobosco di New York, inneggiata da Ferrara a simbolo di metropoli capitalista, amata e odiata, teatro della vicenda horror che si viene ben presto a delineare.
Una giovane studentessa di filosofia, Kathleen Conklin (interpretazione “robusta” e intensa di Lili Taylor) viene aggredita senza alcun apparente motivo da una misteriosa donna (la dark lady Annabella Sciorra) che la trascina in un vicolo mordendole il collo e rivolgendole frasi e minacce misteriose.
addiction-shadowDa quel momento in poi la vita pressoché banale della ragazza cambia completamente; da vittima oggetto di shock diventa essa stessa un’implacabile succhiatrice di sangue.
Niente a che vedere con i moderni filmetti sulle ragazzine e i vampiri da copertina, ovviamente. Eppure siamo lontani anni luce anche dall’horror propriamente inteso, nonostante il regista riesca a trascinarci in maniera magistrale nella spirale di aggressioni vampiresche che si fanno sempre più macabre e inaudite – complice anche un bianco e nero splendido (vedasi la scena iniziale del morso che subisce Kathleen, che da sola basterebbe l’intero film) e uno sguardo che adocchia sempre un po’ al cinema di genere (a tal proposito basterebbe considerare i primi film di Ferrara).
vlcsnap-2012-12-07-00h41m57s89Il punto è che nonostante il susseguirsi sempre più intenso dei fenomeni di vampirismo, il vero horror si gioca tutto nel dramma della solitudine, nella testa della protagonista, studentessa ardente di conoscenza ma insoddisfatta delle risposte accademiche sul problema del male che contamina il mondo (e che riaffiora in più di una circostanza all’interno del film attraverso immagini di repertorio). Di fronte agli eccidi compiuti da nazisti, americani o bosniaci, Kathleen non trova nessuna differenza. E il morso della donna-vampiro non fa altro che scuoterla dal torpore, mettendola di fronte a se stessa e alle proprie responsabilità – e al contempo di a una nuova forma di angoscia.
Il vampirismo in questo film diventa perciò una sorta di benedizione, un messaggio privo di ornamenti razionali e di orpelli filosofici che può tramandarsi carne nella carne, una fede senza speranza di fronte al più grande problema del cattolicesimo (quello del male e del peccato, vere ossessioni del regista).
ferrara-abel-the-addiction-3Il prezzo da pagare per tutto ciò è però la sofferenza, la fame di verità e di sangue umano che attanaglia sempre di più le viscere di Kathleen e che la portano ad un’incontrollabile orgia finale dove l’horror può finalmente esplodere, dopo una breve ma memorabile apparizione di Christopher Walken nei panni di un vampiro dandy, freddo e razionale (al contrario della dissoluta protagonista).
Il finale della storia è volutamente ambiguo, sdoppiandosi in due parti: da un lato la riapparizione della donna-vampiro che inchioda Kathleen di fronte alle proprie responsabilità morali di indifferenza e ignavia; dall’altro la pace e la resurrezione a nuova vita portata dal Cristo.
Eppure il regista sembra volerci dire che non esiste reale distinzione tra i due ambiti; esiste invece la cieca indifferenza nei confronti della vita e della morte da parte di tutti coloro che Kathleen intende trasformare in vampiro.

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L’INQUILINO DEL TERZO PIANO

DATI TECNICI:

Anno: 1976
Paese di Produzione: Francia
Genere: Drammatico, Horror
Regia: Roman Polanski
Interpreti Principali:
Roman Polanski: Trelkowski
Isabelle Adjani: Stella
Shelley Winters: Portinaia
Melvyn Douglas: Monsieur Zy

RECENSIONE (contiene spoiler):

Terzo ed ultimo capitolo della “Trilogia dell’appartamento”, “L’inquilino del terzo piano” è un capolavoro che si presta a numerose letture e interpretazioni.
Polanski è sempre un maestro nel curare ogni possibile dettaglio della scena, le sue riprese riescono a creare spazi di ampio respiro anche all’interno di angusti appartamenti e corridoi, la passione per l’arcano e per il misterioso è incarnata in oggetti e situazioni quotidiane e crea quel particolare simbolismo che è cifra del suo cinema.
tenantIn questo film egli è anche l’interprete principale: Trelkowski, impiegato solitario che prende in affitto un appartamento a Parigi.
La timidezza di Polanski riesce a tratteggiare al meglio il ritratto di questa figura quasi kafkiana, grottesca e umoristica al tempo stesso, nelle cui caratteristiche troviamo quello che può essere un livello di lettura del film.
Polanski, nella vita come nella storia, rappresenta un emigrato, dunque un estraneo e il regista intende mostrare come il confronto con l’alterità nella società borghese assuma contorni mai decisi e segretamente intolleranti.
78tenant-neighborsIl nucleo sociale predominante nella storia è rappresentato dal vicinato di casa Trelkowski, popolato da figure oppressive, viscide e vendicative, che nella psiche fragile del protagonista diverranno onnipresenti, in cerca della vittima da ghettizzare e desiderose unicamente di dormire sonni tranquilli.
Ma i sonni nel palazzo in cui abita Trelkowski non sono affatto tranquilli. Egli ha preso in affitto la stanza di una misteriosa ragazza, Simone Choule, che proprio qualche giorno prima si era tolta la vita gettandosi dalla finestra sul cortile, per una ragione che non verrà mai chiarita neanche alla fine del film.
12Il sostare immobile ed estatico dei vicini nel gabinetto pubblico – la cui finestra si trova proprio di fronte a quella di Trelkowski – durante le notti dell’impiegato che cominciano a diventare insonni, sembrano volerci dire che l’intero vicinato nasconde un terribile segreto.
Forse legato al suicidio della donna, o forse all’emarginazione e ghettizzazione a cui prima Simone ed ora Trelkowski vengono sottoposti?
Alcuni hanno visto nell’impressionante scena in cui il protagonista si avventura nel bagno – in realtà meandro di antichi geroglifici – ed in altri segni sparsi all’interno del film, un collegamento con il tema della reincarnazione.
Anche questa una chiave di lettura. Ma la cattiva coscienza che esce fuori dai meandri della notte di un qualunque tranquillo condominio sembra additare unicamente Trelkowsi.
E qua siamo su una terza interpretazione che riguarda unicamente la psiche del protagonista, imprigionato dalla solitudine, dal desiderio di evasione e, soprattutto, dal ricordo onnipresente della ragazza suicidatasi.
78tenant-headGià dalle prime scene il film è incentrato in primo luogo sulla memoria della morte: tangibile da Trelkowski in tutto ciò che vede e che tocca con mano nell’appartamento e in ciò che sente tra i discorsi di coloro che conoscevano la ragazza (che creano grottesche situazioni di sottilissimo humor nero).
Una memoria che diventa un fardello troppo pesante ed angosciante da portare per Trelkowski, che lentamente scivola nella pazzia e nella paranoia più totale.
Il film si dipinge così di venature horror e lascia lo spettatore incapace di distinguere la verità dall’irrealtà, attraverso un’epifania continua di apparizioni e di presenze prima invisibili allo sguardo.
Trelkowski giunge persino a travestirsi da donna, indossando gli abiti di Simone Choule ed anche in questa circostanza sono possibile diverse interpretazioni.
Il percorso del protagonista è giunto all’apice della schizofrenia, ma il tema del travestimento rimanda ancora una volta a quello dell’alterità e di una diversità, non più etnica o geografica bensì sessuale, osteggiata e ripiegata su se stessa.
L’unica via di fuga in ogni caso, sembra essere il delirio.
E a nulla vale la presenza quasi angelica di Isabelle Adjani nei panni di Stella, l’amica di Simone Choule.
In fondo anche lei fa parte dell’assurdo e grottesco teatro creatosi nella mente di Trelkowski.

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ALIEN

DATI TECNICI:

Anno: 1979
Paese di Produzione: Usa
Genere: Fantascienza, Horror
Regia: Ridley Scott
Interpreti principali:
Sigourney Weaver: Ripley
Tom Skerritt: Dallas
Ian Holm: Ash
Yaphet Kotto: Parker
John Hurt: Kane

RECENSIONE (contiene spoiler)

Probabilmente il più bel film di fantascienza di tutti i tempi, il futurismo di “Alien” è di una cupezza e di una drammaticità che fanno dello spazio non più uno slancio libero verso l’infinito, bensì un’oscura cupola che sembra sempre sul punto di sopraffarci.
AlienCerto è la minaccia aliena, (espressa in tutta la sua plastica violenza nella celebre scena della mutazione genetica di Alien nel corpo di Kane) ad essere la fonte principale del meccanismo di suspense.
Eppure la cupezza e il senso di claustrofobia sono presenti già prima della scoperta della forma di vita extraterrestre, nella struttura fisica stessa dell’astronave “Nostromo”, in cui gli elementi di fantascienza si fondono con un’estetica dark che, ovviamente, prenderà il sopravvento una volta che l’astronave commerciale atterrerà per esplorare lo sconosciuto pianeta di Alien.
ash_headDi gran lunga superiore rispetto a “Blade Runner”, la fantascienza di “Alien” fonde il genere con l’horror e in questo caso Ridley Scott oltre a darci un’ottima qualità delle immagini riesce a tenere la tensione sempre molto alta.
E’ inoltre affascinante il tema di fondo sulla conformazione di una forma di vita superiore rispetto a quella umana e dell’ibrida commistione tra organico ed inorganico, nella figura dell’androide Ash (anche qua gli effetti speciali di Carlo Rambaldi, come nel resto del film, sono memorabili, ed è uno dei punti forti del film, insieme agli effetti sonori).
alien-1979--16Non dobbiamo scordarci che la terribile minaccia di “Alien” nasce da una spedizione scientifica e dunque da interessi puramente conoscitivi; è vero che l’equipaggio è sabotato da Ash, ma è a causa dell’innata curiosità insita nell’uomo che Kane si avvicina così pericolosamente alle uova che contengono la creatura extraterrestre.
E’ inevitabile dunque che a sopravvivere sia infine una donna: le sequenze che precedono lo scontro finale con “Alien” ci mostrano la bravissima Sigourney Weaver nella sua intimità più calda, spogliata dell’aspetto maschile che l’aveva caratterizzata fino ad allora, creando finalmente una palese contrapposizione rispetto alla mostruosità della creatura aliena.

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PEEPING TOM – L’OCCHIO CHE UCCIDE

DATI TECNICI:

Anno: 1960
Paese di Produzione: Regno Unito
Genere: Horror, Drammatico
Regia: Michael Powell
Interpreti principali:
Carl Bohem: Mark Lewis
Anna Massey: Helen
Moira Shearer: Vivian

RECENSIONE (contiene spoiler):

Mark Lewis, un operatore cinematografico di basso livello, solitario, asociale, psicopatico e dall’oscuro passato, si trasforma in un serial killer, uccidendo le proprie vittime letteralmente con la macchina da presa, trasformata in arma micidiale, riprendendo così negli occhi la paura delle sue povere vittime.
Già dall’assunto possiamo definire certamente “L’occhio che uccide” un film metacinematografico.
P_originalLa cinepresa come mezzo per uccidere, l’occhio come mezzo per guardare, ossessivamente e compulsivamente – “Peeping Tom”, il titolo originale, allude già al tema del voyeurismo. Ma Michael Powell affronta un tema già toccato da altri (Hitckcook per esempio) in maniera del tutto originale.
Anzitutto il film è interamente visto dalla soggettiva malata e deviata del protagonista – un Karl Bohem dal viso angelico ma sempre contratto, timido, lucido e micidiale serial killer -, come nella celebre sequenza iniziale tutta ripresa dalla soggettiva della telecamera che l’assassino utilizza avvicinandosi alla vittima che sta riprendendo mentre egli uccide.
peepingtom2Il film destò scandalo all’epoca, dato anche l’ambiente che descrive, muovendosi il protagonista tra case di produzioni cinematografiche e il sottobosco a luci rosse della Londra degli anni 60′, in squallide periferie dove viene descritto l’omicidio della prostituta nella scena iniziale.
Inoltre, è presente un’ironica critica al mondo dello spettacolo, soprattutto nella parte centrale del film, nella scena del secondo omicidio, quello di una controfigura che aspira al successo all’interno di un set cinematografico vuoto.
Ma i moventi dei delitti di Mark sono lontani da quelli che possono nascere sui set cinematografici – invidie e successi – e qui il film non diventa solamente occasione per un’analisi metacinematografica, ma per una più profonda riflessione sul tema della paura, al confine con indagine psicoanalitica.
Scopriamo infatti che il solitario, asociale Mark, ha subito diversi traumi infantili, essendo egli stato studiato con la telecamera dal padre scienziato che ha abusato psicologicamente del protagonista per anni, rinchiudendolo in un mondo fatto di paure e di ossessioni.
In questo caso la macchina cinematografica – dalla quale il curioso serial killer non si separa mai in nessun momento della giornata – diventa la metafora delle paure infantili e al tempo stesso delle dipendenze psicologiche che un uomo può provare nei confronti dei propri genitori.
peeping-tom2Tutto ciò impedisce a Mark una vita sociale normale, perché egli riprende ogni aspetto della propria vita e di ciò che vede quotidianamente con la telecamera, cioé con l’occhio del padre.
Anche il rapporto con la dolce e comprensiva vicina di casa Helen è costellato da topos psicoanalitici: la stanza della madre in cui Helen vive in affitto, la serata fuori in cui la donna convince Mark a liberarsi della telecamera (cioé di tutto ciò che per lui rappresenta un infanzia mai superata), unico momento in cui Mark si sentirà veramente libero.
Ma il serial killer è totalmente prigioniero delle proprie paure, del passato registrato su nastri e pellicole, e della sua folle idea di incidere le paure delle proprie vittime sulla telecamera, incapace di abbandonarsi all’amore e alle emozioni pure della vita.
PeepingTomScreenshot_03-20122La mente di Mark è talmente malsana che il film si dipinge di venature a tinte horror, evidenziate al meglio dalla contrapposizione tra colori scuri e rossi nella stanza segreta in cui il serial killer lavora sul materiale che ha ripreso, e sugli schermi dove il crimine – e quindi il trauma infantile – viene riproposto in continuazione, senza alcuna via di scampo.
“Peeping Tom” è un film ben fatto, ottima regia ed interpreti, ricco di spunti e di riflessioni, con il paradosso per cui l’unica persona a sfuggire dalla morte è la madre cieca di Helen.
In un mondo dove domina la visione, l’handicap del buio sembra recare una sorta di conoscenza più alta, l’unica in grado di sconfiggere le sterminate paure dell’animo umano.

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ROSEMARY’S BABY

DATI TECNICI:

Anno: 1968
Paese di Produzione: Usa
Genere: Horror
Regia: Roman Polanski
Interpreti principali:
Mia Farrow: Rosemary Woodhouse
John Cassavetes: Guy Woodhouse
Ruth Gordon: Minnie Castevet
Sidney Blackmer: Roman Castevet
Maurice Evans: Hutch

RECENSIONE (contiene spoiler):

Evitiamo di soffermarci, anche se interessantissimi, sui fatti storici famosi ed inquietanti che gravitano attorno al capolavoro di Roman Polanski (l’uccisione di sua moglie Sharon Tate da parte della setta di Manson, l’omicidio di John Lennon avvenuto anni dopo proprio di fronte al palazzo dove è ambientata la storia) e concentriamoci sulla qualità della pellicola.
Rosemarys-Baby-Mia-Farrow “Rosemary’s Baby” è di una bellezza unica. Ambientato quasi interamente all’interno di un appartamento, eppure la mano del regista riesce a rendere immensi questi spazi ristretti. E’ un horror, ma non c’è mai una vera e propria claustrofobia, perché il sogno si confonde spesso con la realtà, così gli spazi si dilatano nell’onirico, oltre le mura di questa casa nello stabile Dakota di New York.
rosemarys-baby-1968-pic-5A questo proposito basterebbe vedere la scena del sabba che subisce la protagonista Rosemary. Sei minuti di bellezza e di estetismo puro, dove si confondono gli spazi, i luoghi, le persone. La regia di Polanski ci accompagna letteralmente in questo luogo dell’inconscio, barocco, ricco di riferimenti metaforici e di figure, di una violenza rituale sublimata dal sogno, del dondolio di una nave o del letto su cui Mia Farrow compie questo viaggio dell’anima, tra dipinti di chiese immaginarie e stupri reali.
E oltre l’inconscio e lo sgomento della bravissima Mia Farrow, provato nell’entrare a contatto lentamente con forze soprannaturali, la realtà rappresentata dall’appartamento, vero protagonista del film. Una casa stregata luogo di crimini orrendi nel passato, eppure abitato da ricchi borghesi che celeranno dietro le loro vesti amichevoli uno spirito diabolico.
4677938_origLa storia inizia seguendo proprio l’evoluzione dell’appartamento in cui vive la giovane coppia dei Woodhouse, formata da Mia Farrow e John Cassavetes. Dalla presa visione del locale ancora vuoto al suo acquisto, la ristrutturazione, i colori  degli oggetti che compongono un disegno formale perfetto, la quotidianità ed infine la vita coniugale a cui la coppia anela fino al desiderio di concepire un bambino. Ed è proprio intorno a questa maternità che ruota la trama del film, perché Rosemary si rende progressivamente conto di essere stata ingravidata niente meno che dal demonio.
rosemarys-baby-3Ci sarebbe da rabbrividire, ma l’ironia dei dialoghi intelligenti talvolta lenisce l’effetto. E si potrebbero ipotizzare mille soluzioni per i risvolti della trama, ma il continuo avvicendarsi di dettagli finisce col sovrastare l’immaginazione stessa.
Dunque non si può fare altro che seguire i mille indizi che Polanski lascia sul cammino – a volte anche false tracce che rendono la strada verso la verità ancora più ricca – le suggestioni sempre presenti in molteplici dettagli: il volo di un elicottero sopra i grattacieli, la presenza inquietante di un uomo di spalle dietro una cabina telefonica, delle mattonelle rotte sopra un pavimento perfetto, due fori nelle orecchie del vecchio vicino, la moquette della vicina di casa e potrei andare avanti all’infinito.
Dettagli apparentemente insignificanti, alcuni dei quali non verranno mai spiegati, altri invece tracce del piano di manipolazione che Rosemary subisce dai vicini di casa, due tranquilli ed anziani signori (Sidney Blackmer e Ruth Gordon che vinse l’oscar nel ruolo).
rm BabyNon si può fare altro che lasciarsi prendere dalle ansie di Rosemary e finire col diffidare di tutti, anche del marito che sembrava così buono,  fino a giungere all’iconico finale che vede all’interno di un ricco salotto borghese una sorta di rappresentazione di adorazione dei magi rovesciata, poiché il figlio di Rosemary è in realtà l’anticristo.
Tutto era predestinato, a partire dalle tavole trovate nel ripostiglio chiuso da un enorme armadio per nascondere una perversa verità, sopra cui i due, in un appartamento ancora vuoto, fanno l’amore verso l’inizio del film.
Eppure la sceneggiatura ci tiene sempre con il fiato sospeso, nell’ultima parte la storia sembra sul punto di impennarsi e ci confonde e proprio quando Rosemary appare sul punto di impazzire c’è un rilascio della tensione che rende la suggestione finale ancora più avvincente ed inquietante.

rosemary culla