ESSI VIVONO

DATI TECNICI:

Anno: 1988
Paese di Produzione: Usa
Genere: Fantascienza, Azione
Regia: John Carpenter
Roddy Piper: John Nada
Keith David: Frank Armitage
Meg Foster: Holly Thompson

John Carpenter è un regista forse sottovalutato, può piacere o meno, ma senz’altro guardando “Essi vivono” riusciamo almeno a capire le ragioni per cui è malvisto in patria.
Il film, come spesso accade per le opere del regista, si situa al confine tra l’horror e la commedia d’azione, evidenziando una vena fantascientifica che nasconde a sua volta una forte they-live3critica sociale e politica. In questo senso, pur nell’estrema leggerezza che lo contraddistingue, “Essi vivono” è un titolo scomodo. Carpenter ha infatti la geniale intuizione di trasformare lo “zombie”, figura bistrattata dal cinema horror americano, allo scopo di incarnare il capitalismo.
Il nemico non è più esterno, ma vive all’interno della società americana, costituendo l’essenza dell’american way of life nella sua sfrenatezza priva di regole; è un avversario che non agisce dunque con la violenza, ma attraverso la coercizione psicologica e il potere ambiguo del denaro. Il messaggio centrale e molto attuale, è che mentre la maggior Bubblegum_Classicparte della popolazione muore, vivendo in difficoltà tra disoccupazione e povertà, pochi privilegiati vivono arricchendosi sulle spalle degli altri.
Nel corso del film scopriremo che non si tratterà di zombies quanto di alieni, giunti sulla terra per colonizzare gli uomini attraverso la corruzione portata dal sistema capitalistico. Qualsiasi umano che riesca ad ottenere successo entrando nell’alta società viene così automaticamente a far parte di questa nuova razza dominata dal dio denaro. Intanto, esercito e poliziotti costituiscono il cordone di sicurezza istituzionale che costringe al silenzio gli oppositori, un gruppo dei quali è intento a organizzare attività sovversive nella cittadina protagonista della storia, dove un aitante disoccupato, John Nada, è venuto a cercare lavoro.
ceaf955222608e33e67958a3b5baca0ace785b75-700Carpenter ci porta così tra operai e proletari, predicatori e complottisti, e il nemico è l’ordine costituito, ovvero le retate della polizia. Al termine di una di queste, Nada scoprirà degli occhiali da sole speciali, che sono lo spunto da cui trae vita la storia. Infatti, proprio indossando queste lenti il protagonista sarà in grado di vedere gli alieni (con sembianze di zombies, perché secondo l’etica del film, chi si arricchisce senza rispetto vende la propria anima e muore). Il concetto di visione normalmente predisposta viene ribaltato attraverso un piccolo apparecchio fantascientifico: anche le insegne they-live-postdei negozi, le riviste e le inserzioni pubblicitarie, rivelano agli occhi la loro vera natura di messaggi coercitivi ed alienanti a cui l’uomo deve inconsciamente sottostare.
Il messaggio sovversivo è forte e chiaro, poco importa se il film si sviluppa come un b-movie o un horror di genere, tra scazzottate, inseguimenti, amicizie di strada e tradimenti femminili, con il protagonista interpretato da un improbabile Roddy Piper, un eroe del wrestling prestato al cinema per l’occasione. Carpenter ci mostra che si può far riflettere anche attraverso un film di genere, dove pure il finale che poteva essere apocalittico vira decisamente sullo humor.

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IZO

DATI TECNICI:

Anno: 2004
Paese di Produzione: Giappone
Genere: Azione, Grottesco, Horror, Drammatico
Regia: Takashi Miike
Interpreti principali:
Kazuya Nakayama: Izo
Kazuki Tomokawa: Sè stesso
Takeshi Kitano: Primo ministro
Bob Sapp: combattente americano

RECENSIONE (contiene spoiler):

“Izo” è il nome del protagonista, un samurai barbaramente crocefisso per chissà quale crimine durante il medioevo giapponese. Nel folle film di Takashi Miike, Izo pare reincarnarsi e morire un’infinità di volte, attraversando le epoche e lo spazio, tra acrobatici duelli di spada che si svolgono sia nel passato che in epoca contemporanea, creando un effetto spiazzante e talvolta kitsch. Ma “Izo” non è solamente il protagonista di una storia che in fondo non presenta una vera trama, apparendo nient’altro che una sempre più sanguinosa catena di omicidi. Dai pochissimi s10izdialoghi del film, capiamo che “Izo” è una sorta di entità che coincide non tanto con la malvagità quanto forse con la vita stessa (come ci indicano gli spermatozoi all’inizio e il concepimento alla fine del film). Secondo la poetica di Takashi Miike, l’umanità e la vita nascono da semi di rancore, essendo Izo un personaggio che vaga costantemente in cerca di vendetta per tutta la storia; una vendetta cieca e crudele, non si sa bene contro chi o che cosa, ma che non risparmia nessuno, né i diversi combattenti incontrati sulla strada né la madre o l’amante di Izo. Che siano pericolosi yakuza oppure innocenti bambini, questo spirito inesorabile incarnato in Izo spazza via implacabilmente ogni essere sul proprio cammino. Il geniale regista giapponese ha imbastito il film su un protagonista negativo e izo6sanguinario – un assassino -, ma in varie circostanze e attraverso l’utilizzo di filmati storici sulle varie dittature che hanno ammalato l’umanità (Hitler, Stalin, il fascismo giapponese, Hiroshima e così via) il messaggio che intende trasmetterci è che è l’essere umano ad essere sostanzialmente e intrinsecamente brutale. A dispetto dei litri di sangue che fanno di “Izo” un’opera stilisticamente iper-violenta (rispetto a Takashi Miike i film di Tarantino sembrano del tutto innocui), tale messaggio viene esposto quasi candidamente, come l’unica verità possibile, e in certi punti attraverso emozionanti scene di grande poesia (i fiori che parlano ad Izo, la pioggia e l’acqua purificatrici, fino a giungere all’iconico finale che rimanda alla teoria del “Bambino delle stelle” di Kubrick). Ma la vera e più autentica essenza mtJPuq871AKmGBbPBlfwSYJwN3ydell’entità “Izo” si esprime anche attraverso brevi ma significativi e pungenti dialoghi filosofici con gli emissari del potere che egli ucciderà uno ad uno in quanto crepa sovversiva all’interno del sistema. In quest’ottica il film è un atto di accusa sincero e poetico contro ogni forma di apparenza o di ipocrisia umana, dal concetto di democrazia a quello di guerra e di religione, dove persino l’amore viene decostruito essendo null’altro che un segno del linguaggio per indicare un mero istinto sessuale. Soprattutto nella prima parte del film, attraverso una serie di dialoghi e di situazioni surreali (la riunione dei ministri, la bizzarra lezione scolastica in cui ogni concetto viene capovolto, fino a giungere ad un’intera scena inquadrata al contrario, a testa in giù), è chiaro fin da subito che izo3il percorso del samurai è in primo luogo un cammino spirituale che lo porterà attraverso la negazione del mondo ad una più alta conoscenza di se stesso. Tale livello di conoscenza coinciderà però con la disperazione e Izo si trasformerà lentamente – anche visivamente – in un mostro assetato di sangue, più simile a un animale o a un demone che a un uomo. Questa seconda parte del film è più ripetitiva e indulge maggiormente sui combattimenti che si fanno sempre più insensati, inframmezzati unicamente dalle canzoni di Kazuki Tomokawa, bizzarro cantante folk alcolizzato: i suoi rantoli e le sue schitarrate, oltre a costituire la colonna sonora del film, rendono al massimo la dimensione artistica prettamente esistenziale di un’opera estrema e votata all’eccesso.

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POSSESSION

DATI TECNICI:
Anno: 1981
Paese di Produzione: Germania Ovest, Francia
Genere: Horror, Grottesco, Drammatico
Regia: Andrzej Zulawski
Interpreti Principali:
Isabelle Adjani: Anna/Helen
Sam Neill: Mark
Heinz Bennent: Heinrich
Margin Carstenen: Margrit Gluckmeister
Johanna Hoffer: Madre di Heinrich

RECENSIONE (contiene spoiler):

Film insolito e disturbante, “Possession”, nonostante sia piuttosto datato, risulta ancora oggi essere un horror di qualità; anche se la parola horror è abbastanza limitativa e forse poco si addice alla complessità della storia in questione.
possession-bedIl regista Andrzej Zulawski in fondo non ci propone altro che il più classico dei temi in grado di minare la stabilità di un nucleo famigliare: il triangolo amoroso. Eppure concentrandoci su questo contenuto e sulle drammatiche conseguenze e nevrosi che esso comporta, saremmo ancora lontani dal cogliere l’essenza contraddittoria del film.
Il fatto è che il dramma, prima ancora che nella storia, si svolge tutto all’interno della mente dei protagonisti: la stupenda tumblr_mawxv4wR3Q1qd8uxio1_1280Isabelle Adjani che vinse il premio come migliore attrice protagonista a Cannes nel ruolo di Anna e l’altrettanto e soprendentemente bravo Sam Neill (il marito di lei, Mark).
La regia vorticosa (quasi sempre camera a mano) sfrutta fino allo sfinimento la corporeità dei due protagonisti, a cui è richiesta una serie di movimenti ossessivi che ben rendono l’idea della nevrosi isterica in cui può cadere una qualunque coppia borghese in seguito a un’infedeltà.
Malgrado la presenza di elementi splatter e misteriosi accanto a quelli quotidiani, è come se l’horror si svolgesse tutto all’interno di questi corpi letteralmente posseduti dalla pazzia (da qui il titolo del film). I due protagonisti non stanno mai fermi: si dondolano sulla sedia, ruotano su se stessi, hanno crisi isteriche, sembrano in balia di una danza mistica anche quando si possession1picchiano, accendono e spengono compulsivamente le luci di una stanza, fino a giungere alla scena clou e splatter della metropolitana, in cui Isabelle Adjani si dimena urlando per tre insostenibili minuti.
Gli unici momenti in cui i protagonisti riescono a trattenere e fermare la loro ansia sono racchiusi in brevi primi piani sul volto della Adjani, che sembra rivolgersi attonita e sgomenta direttamente allo spettatore aumentando uno straniante senso di sacralità.
Lentamente scopriremo che la “possessione” di cui è preda la donna è quella di un essere mostruoso e polipesco che lei stessa ha creato e con cui pare tradisca sia il marito che l’amante.
Eppure, all’interno di una trama portata alle estreme conseguenze possession-meatcosì tanto da apparire talvolta assurda, questa creatura potrebbe rappresentare nient’altro che la follia della donna, oppure quella del marito che, come capiremo nel finale, è sotterraneamente pronta ad esplodere. Infatti, il punto di vista principale da cui assistiamo alla pazzia di Anna è quello del marito. Ma ad una seconda visione del film, analizzando elementi contraddittori sparsi confusamente all’interno della sceneggiatura, scopriamo che l’essere malvagio potrebbe essere invece proprio Marc. Soprattutto grazie al finale sorprendente, in cui entrano in gioco anche i “doppelganger” della coppia, realizziamo che l’intera vicenda potrebbe essere nient’altro che la genesi mentale allucinata di un fatto di cronaca nera.
possession3Sono solamente ipotesi circa le numerose suggestioni visive che Zulawski ci lascia, alcune delle quali muovono verso lo splatter attraverso una fotografia ricca di colori volutamente forti ed aggressivi, come nelle due scene in cui gli investigatori privati scoprono il mostro nell’appartamento o in quella dello squallido omicidio dell’amante all’interno di un bagno pubblico.
Ma il vero punto di forza di un film dall’impatto visivo così devastante è la sceneggiatura, firmata anch’essa da Zulawski: i dialoghi profondamente sofferti sull’esistenza di dio e del male si alternano a banalità ed isterie di vita quotidiana, contribuendo ad alimentare lo stupendo clima grottesco che domina interamente la pellicola.
Possession-1981-Sam-Neill-Berlin-wallIl film lascia comunque adito a numerose interpretazioni e molte cose restano ancora nel mistero, come alcune figure secondarie (la vecchia madre dell’amante, la donna dalla gamba ingessata, la spia dai calzini rosa, i misteriosi datori di lavoro di Marc).
Infine, la scelta della location, una fredda Berlino divisa dal muro, e i soldati che spiano con il binocolo al di là del muro verso la casa della coppia, contribuisce a creare ulteriormente mistero intorno alla vicenda. Anche se l’unione di un dramma famigliare psicologico con l’horror e con elementi estetici mutuati dalle spy-story degli anni 70′ sfiora in certi punti l’orlo del kitsch, è un “pastiche” che resta comunque decisamente affascinante.

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IL SEME DELL’UOMO

DATI TECNICI:

Anno: 1969
Paese di Produzione: Francia, Italia
Genere: Grottesco, Fantascienza distopica
Regia: Marco Ferreri
Interpreti principali:
Anne Wyazemsky: Dora
Marco Margine: Cino
Annie Giradot: Donna straniera

RECENSIONE (contiene spoiler):

Un film che presenta un aspetto fantascientifico ambientato nell’Italia degli anni ’60 può già di per sé risultare paradossale.
Aggiungiamoci il fatto che la storia è ideata e diretta da Marco Ferreri, regista marxista ossessionato dagli aspetti contraddittori della cultura capitalista (cibo e sessualità femminile in primis): il risultato non può che essere ambiguo e discordante.
MarcoFerreri-IlsemedelluomoLasem-4 (1)La storia raccontata è quella di una giovane coppia, formata da Cino e Dora. Mentre le notizie riportate dal telegiornale di un autogrill parlano di una misteriosa peste che sta decimando la popolazione, i due ragazzi intraprendono un viaggio in autostrada e si trovano improvvisamente di fronte a uno scenario apocalittico. La catastrofe non viene però mostrata se non attraverso un improvvisato e scarno campo medico e un assordante sottofondo di misteriosi rumori elettronici.
Non viene inoltre data nessuna ragione delle misure di quarantena prese dai fantomatici uomini del governo e i protagonisti si affidano ai loro ordini senza pretendere alcuna spiegazione.
2PrqYI due verranno così portati su uno sperduto lembo di terra (forse un’isola?) dove si svolge l’intera storia.
Ora, la scenografia mancava forse di un budget necessario per affrontare una prospettiva simile, ma i risultati, anche nella successiva visita dei soldati che giungono a cavallo sull’isola sperduta in cui i due si ritrovano troppo presto catapultati, hanno un effetto davvero kitsch e imbarazzante.
Ovviamente possiamo soprassedere a tutto ciò di fronte all’intento critico del regista, che si dimostrerà nel corso del film.
Però, se l’incipit della storia intende descrivere uno scenario catastrofico, la fantascienza distopica all’italiana di Ferreri avrebbe forse potuto essere realizzata tecnicamente almeno un po’ meglio.
Nell’incrocio tra elementi futuristici e attuali emergono spogli e naturali i secondi. In questo caso la cinepresa di Ferreri riesce ad immortalare molto bene e anche poeticamente l’esilio forzato a cui i due giovani sono costretti.
MarcoFerreri-IlsemedelluomoLasem-2Merito anche dell’ambientazione: la casa in cui i protagonisti soggiornano è il Forte di Macchiatonda a Capalbio e lo specchio di terra in cui i due si trovano abbandonati è il bellissimo mare di Toscana (è sempre bello quando il cinema omaggia le bellezze naturali e artistiche che il nostro paese non riesce a tutelare in altri modi).
Detto dei pro e dei contro della scenografia e del contesto, passiamo alla storia raccontata da “Il seme dell’uomo”.
Nell’atmosfera grottesca e di irreale sospensione in cui i protagonisti vivono assistiamo alle vicende della coppia, profondamente unita in ogni occasione al di fuori della necessità o meno di concepire un figlio.
Cino affronta la calamità con uno sguardo sereno sul futuro ed entusiasta rispetto le possibilità della scienza, Dora ha invece un carattere più introverso e sfiduciato.
Per l’uomo la natura presenta un carattere buono, quasi materno: studia con passione libri sui suoi segreti e corre nudo sulla spiaggia (emblematica la scena in cui ha una sorta di simbolico amplesso con una sagoma femminile costruita nella sabbia).
semencedelhomme03La donna rappresenta invece il lato più cruento della natura e al tempo stesso quello più vero (sarà lei infatti a fare a pezzi in un campo una donna straniera di cui Cino si era invaghito, per servire poi le sue carni a tavola all’ignaro uomo).
Cino è ingenuamente ligio agli ordini impartiti dal governo e dai suoi emissari e sottolinea più volte che procreare, anche in una situazione di estrema calamità come quella descritta, è un dovere.
Dora si domanda invece più praticamente sul diritto di concepire un figlio in un mondo che, come dimostrano le immagini di distruzione globale trasmesse dalla televisione, non ha proprio nessun futuro.
Il film – come suggerisce il titolo – si gioca tutto e principalmente su questa dicotomia finale, risultando in certi punti banale. Meglio dei dialoghi (doppiaggio impietoso) sono invece i silenzi grotteschi sulla spiaggia e nella casa.
Infine il film si regge molto sull’interpretazione dei suoi protagonisti, un Marco Margine che non rivestì più altri ruoli al cinema, ma molto efficace nei panni dell’entusiasta scienziato, e l’ottima Anne Wiazemsky – specializzata invece in ruoli femminili nel cinema d’autore e un po’ di nicchia di quegli anni -.
Inutile dire che il finale sarà irriverente e grottesco.
Come inutile è il seme dell’uomo secondo il regista, così lo sono le raccolte di oggetti quotidiani che Cino vuole salvare dalla catastrofe. Il nichilismo di Ferreri giunge così all’apice in una situazione in cui il capitalismo è alla sua fase terminale e rigetta l’uomo nel mito del buon selvaggio quando la speranza è ormai finita.

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LA MONTAGNA SACRA

DATI TECNICI:

Anno: 1973
Paese di Produzione: Messico, Stati Uniti
Genere: Grottesco, Fantastico
Regia: Alejandro Jodorowsky
Interpreti principali:
Horacio Salinas: il ladro
Alejandro Jodorowsky: l’alchimista

RECENSIONE (contiene spoiler):

Alejandro Jodorowsky, intellettuale cileno che ha sempre operato su più fronti, da’ sfogo in questo film culto degli anni ’70 a tutta la sua passione per la psicomagia e il simbolismo.
Il film è un susseguirsi incessante di colori sgargianti ed immagini forti, alcune al limite del sopportabile; resta comunque un’opera mastodontica, volutamente estetizzante, oltre ogni possibile significato di filosofia new age che il suo autore intenda trasmettere.
L’opera potrebbe dividersi idealmente in tre parti.
la-montagna-sacra-4La prima mezz’ora, commentata unicamente da urla selvagge e musica ipnotica, è sconvolgente e resta a mio avviso la parte migliore del film.
Qui il protagonista, un ladro seminudo e indigente interpretato da Horacio Salinas, si aggira in un paese imprecisato dell’america latina in compagnia di un nano senza braccia e senza gambe.
L’universo in cui si muove sembra dominato totalmente dal caos e dalla violenza. E qui come in altre parti del film – all’interno di un percorso che vuole essere in primo luogo spirituale – il regista ci invita anche ad una riflessione politica.
Infatti, Jodorowsky rappresenta allegoricamente la condizione dei paesi dell’America Latina moderna, oppressi da dittature feroci: plotoni di soldati fucilano schiere di persone le cui morti sono rappresentate in modi bizzarri e fantastici, mentre turisti occidentali scattano compiaciuti delle foto.
La rappresentazione sanguinaria delle lotte tra i conquistadores e i nativi, viene invece svolta in un teatro all’aria aperta attraverso un combattimento tra rospi e iguane vestiti da frati missionari e soldati.
L’universo descritto da Jodorowsky è un vero e proprio inferno, dove anche il culto del cristianesimo appare totalmente deformato; il visionario regista ci fa così assistere a processioni di conigli spellati crocefissi e rappresentazioni allegoriche della passione di Cristo tra statue di cera e il degrado più totale.
L’impatto visivo del tutto è molto forte, e quando il protagonista mangia il volto del Cristo appendendolo poi per i piedi a dei palloncini colorati per farlo librare nell’aria, è come l’invito ad una liberazione, nonché il preludio per la seconda parte del film.
HOLY25Qui il ladro scala una gigantesca torre dipinta di rosso ed entra in contatto con un misterioso alchimista (interpretato dallo stesso Jodorowsky).
Gli spazi si fanno rigidamente geometrici, i colori predominano in tutto il loro potere, tuttavia la scenografia è sempre diseguale e dominata dagli elementi più strani. Il ladro si sottopone ad un processo di purificazione mistica (celebre la frase dell’alchimista: “Non sei che merda. Puoi cambiare te stesso in oro”), un viaggio spirituale preludio del viaggio in carne ed ossa che dovrà affrontare verso la montagna sacra del titolo, in compagnia di altre sette persone.
In questa parte centrale del film vengono presentati i sette personaggi, ciascuno dei quali rappresenta a sua volta un pianeta e uno dei grandi poteri industriali che tengono prigioniera l’umanità.
Siamo catapultati nuovamente nello stesso precedente mondo caotico descritto prima, ma in questa fase il regista si muove saggiamente e con grande ironia tra costumi sgargianti, improbabili accessori, al limite tra denuncia sociale, satira grottesca e fantascienza distopica.
Dopodiché ha inizio il vero e proprio viaggio verso la montagna sacra, alla ricerca dell’immortalità e di una dimensione spirituale che possa lasciare alle spalle tutte le false problematiche della materia.
33087_FRAIn questa terza parte del film Jodorowsky sale in cattedra nei panni del maestro spirituale; se la prima era impressionante e la seconda ironica, la terza parte del film si fa un po’ detestabile nel suo voler essere quasi un compendio di filosofia hippie e new age.
Non bisogna dimenticare che la produzione della pellicola si realizzò grazie anche al supporto del produttore discografico di John Lennon e Yoko Ono: insomma, siamo in piena età dei figli dei fiori.
Però Jodorowsky ci aggiunge una grande dose di talento visionario e di provocazioni visive massicce, così le visioni che gli iniziati subiscono verso la fine del film hanno ancora la capacità di impressionarci.
L’immagine è al potere; ma il messaggio finale di Jodorowsky – che rivelerà ai suoi seguaci con una dissacrante e tranquilla risata che in realtà non esiste nessun segreto dell’immortalità – ci dice che tutto è stato soltanto un film, che l’immagine in realtà non esiste e non ha nessun potere, lasciandoci con una domanda al termine della visione della storia: alta spiritualità, paradosso voluto, oppure grande “bufala”?

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ARANCIA MECCANICA

DATI TECNICI:

Anno: 1971
Paese di Produzione: Regno Unito, Usa
Genere: Fantascienza distopica, Drammatico, Grottesco
Regia: Stanley Kubrick
Interpreti principali:
Malcom Mc Dowell: Alex
Patrick Magee: Frank Alexander
Warren Clarke: Dim
James Marcus: Georgie
Anthony Sharp: Ministro

RECENSIONE (contiene spoiler)

Alcune scene di “Arancia Meccanica” sono veramente uniche e resteranno per sempre impresse nella memoria collettiva. Primi piani, carrellate, l’invenzione di “Singing in the rain” durante la sequenza dello stupro, il ralenty nella scena del pestaggio sul fiume, i corpi che quasi danzano coreograficamente mentre fanno e subiscono violenza.
Poi i costumi (bianchi innocenti e quasi divini quello di Alex e dei suoi “drughi”, finti e sgargianti quelli dei personaggi di contorno e della famiglia del protagonista), la scenografia con manichini di donne e statue di falli, gli affreschi di certe zone desolate e squallide di Londra, l’uso intelligente e fondamentale della musica (Beethoven, Rossini).
Insomma, ci sono tutti gli ingredienti giusti per confezionare un capolavoro. Il film è celebre soprattutto per la riflessione sulla violenza, che si esprime anche attraverso discorsi filosofici nella parte centrale del film, dove il dottore ed il prete filosofeggiano sul ruolo della punizione nella società e sul libero arbitrio. Eppure in primo luogo “Arancia meccanica” resta uno dei più grandi esempi di fantascienza distopica e socio-politica, che si esprimono attraverso l’ottima scenografia e costumi.
La storia si può dividere idealmente in tre parti: la prima, racconto avvincente delle violenze compiute dai teppisti chiamati “drughi”, la seconda, con il carcere e la rieducazione che il giovane Alex è costretto a subire ad opera del governo (dove Kurbik dà sfogo al suo astio anti-militarista), la terza con il rientro di Alex in società.
E’ curioso notare che quando il protagonista ritorna dalla terribile “Cura Ludovico”, trova le stesse situazioni che sono state vissute nella prima parte del film, ma che si ripresentano ora rovesciate secondo una tragica legge del contrappasso, per cui Alex, da autore della violenza ne diventa vittima. Tutto ciò avviene perché il giovane non è più in grado di reagire dopo essere stato “addomesticato” dal governo, ma la fatalità degli eventi genera anche una riflessione più profonda sul male e sulla sua sconvenienza, perché i conti, alla fine, si pagano sempre.
arancia-meccanica-barboneAnche se, nell’ironico finale, ci accorgiamo in realtà che Alex non è cambiato per nulla; il messaggio centrale è che la punizione non genera in ogni caso la guarigione.
Infine, la riflessione sulla violenza si attua tramite gli atti scellerati che Alex compie e la “cura Ludovico” che egli subisce; ma si può esprimere anche benissimo attraverso la musica, tema portante del film. L’aspetto della musica rimanda a quello della fantasia, facoltà che Alex utilizza spesso in comici intermezzi per immaginarsi azioni criminose e monumentali, facoltà in fondo innocua e leggera, crudele e creatrice, insita in ogni essere umano e che ci rende tali.

PORCILE

DATI TECNICI:

Anno: 1969
Paese di Produzione: Italia
Regia: Pier Paolo Pasolini
Genere: Drammatico, Grottesco
Interpreti principali:
Pierre Clementi: il cannibale
Franco Citti: il secondo cannibale
Jean Pierre Leaud: Julian
Alberto Lionello: Klotz
Ugo Tognazzi: Herlidze
Marco Ferreri: Hans Gunther
Anne Wiazemsky: Ida
Ninetto Davoli: Maracchione

RECENSIONE (contiene spoiler):

Questo film di Pasolini è attualissimo, perché ciò che racconta è infatti niente più che uno scontro generazionale: quello tra padri e figli.
Il film è strutturato ad episodi paralleli, che si accavallano l’uno all’altro.
Il primo, ambientato sulle nude e misteriose pendici dell’Etna, vede protagonista un giovane cannibale; il secondo (ambientato nella bellissima Villa Pisani in provincia di Padova) il giovane figlio di un grande industriale tedesco.
Nell’episodio “borghese”, lo scontro generazionale che vede protagonista il riluttante Julian (Jean Pierre Leaud) ed il furbo padre sulla sedia a rotelle, il ricco signor Klotz (Alberto Lionello), è però segnato già in partenza da una sconfitta inevitabile (scritte su lapidi che sembrano millenarie).
Come non vedere in questo film i tristi rimandi all’attualità, con le trame dei padri e dei capitalisti (Klotz ed Herditzke, un bravissimo Ugo Tognazzi che entra in scena nella seconda metà del film per ricattare il suo rivale industriale rivelandogli l’attrazione sessuale che Julian prova per i maiali del porcile – emblematico simbolo dell’industriale che ingrassa e della società contemporanea) che nel perseguire cieco dei loro interessi non lasciano alcuna speranza e alcun futuro ai propri figli?
Uno scontro generazionale che non si fa a parole, con confronti (mai Julian e suo padre vengono veramente in contatto), proprio perché la generazione dei figli ha già perso in partenza, è già inevitabilmente vinta dal mondo capitalista in cui sono costretti a soccombere nell’indolenza e nell’indifferenza: e questa è la nuova subdola violenza del “Potere” secondo Pasolini.
Ma c’è da segnalare come, al contrario di altri film, qua lo sguardo del regista nei confronti delle giovani vittime, dei “vinti”, non ha alcuna pietà: tutto l’episodio di Julian è un’indolente e malinconica elegia, raccontato con grande raffinatezza e sensibilità, senza mai cadere nell’enfasi nei confronti dei “vinti” che spesso ha caratterizzato lo sguardo passionale di Pasolini.
I dialoghi tra gli attori dell’universo famigliare sono la parte migliore del film, sono in rima e sfiorano il non sense, ma tutte le parole sono cariche di un significato; i dialoghi tra i due industriali e la spia Hans Gunther (il regista Marco Ferreri) sono taglienti, amari e sardonici (memorabile la scena in cui Gunther racconta il modo in cui venivano sterminati gli ebrei mentre Klotz suona allegramente l’arpa)

Nell’episodio del cannibale invece lo scontro si fa silenzioso; ed è emblematico come le uniche parole di quest’episodio sono quelle che dichiarano il parricidio compiute da questo ragazzo selvaggio (un intenso Pierre Clementi), dove nella violenza originaria Pasolini vede la vera dignità di un uomo.
Ed il messaggio dell’episodio rimanda anche a “Salò”: l’inizio ci presenta infatti questo ragazzo affamato, ridotto a mangiare insetti e foglie. Ma se in “Salò” la società affama gli uomini per costringerli poi a mangiare i propri escrementi, qui nel gesto più ignobile del cannibalismo si cela il gesto più puro della ribellione.
Quest’episodio mostra dunque come l’unica via di fuga lasciata alle nuove generazioni sia quella della violenza, una violenza primitiva e selvaggia che verrà inevitabilmente condannata dalla società, ma che non viene qui condannata dal regista, perché essa rappresenta le forme più autentiche della vita; non a caso al cannibale se ne uniranno altri, formando un vero e proprio nucleo sociale (come a dire che di violenza e di comunità è fatta la storia umana).
Ma anche qua, tra le pendici desolate e incenerite dell’Etna, la sconfitta è già segnata in partenza, nello sguardo dignitoso e sofferente del cannibale si intravede già il destino, il fato che inevitabilmente pende sopra i gesti più naturali e selvaggi.
Insomma, “Porcile” è un mini capolavoro, anche dal punto di vista tecnico.
PasPig2In questo film strutturato come un “doppio” si incrociano alla perfezione le due anime del Pasolini regista:
nell’episodio del cannibale la bellezza selvaggia dei paesaggi, le inquadrature che tagliano dall’alto, i riflessi del sole, i corpi nudi; in quello di Julian le nude geometrie degli interni, i primi piani, gli splendidi dialoghi di infinita poesia (mai una parola che non sia profonda).
Se infine si pensa che questo film è orfano di Ferretti e Morricone, maestri della scenografia e della colonna sonora nei successivi capolavori pasoliniani, ci si rende conto ancora di più di quanto sia qualitativamente.
Tra l’altro questo è l’unico film in cui Pasolini non utilizza attori di strada, ma lascia spazio a veri e propri professionisti francesi e italiani (più i pupilli Davoli e Citti, che però non erano più sconosciuti allora), e che offrono una prova encomiabile, priva di quel protagonismo che a mio parere ha rovinato film come “Mamma Roma” e “Uccellacci e uccellini ” con la Magnani e Totò.

LA GRANDE ABBUFFATA

DATI TECNICI:

Anno: 1973
Paese di Produzione: Italia/Francia
Genere: Grottesco
Regia: Marco Ferreri
Interpreti principali:
Ugo Tognazzi: Ugo
Philippe Noiret: Philippe
Michel Piccoli: Michel
Marcello Mastroianni: Marcello

RECENSIONE (contiene spoiler):

Questo è il film più conosciuto – e più scandaloso – di Marco Ferreri, geniale regista nichilista e marxista. Geniale, perché pur trattando della triade materialistica cibo-sesso-morte (tema molto caro al regista, basta scorrere la sua filmografia), questo film è un vero e proprio inno alla vita.
Perché nella critica ironica di una società che ci vuole unicamente vivi per il consumo forsennato, nevrotico e privo di qualsiasi significato, c’è uno spazio negato alla spiritualità, Qui lo spirito si raggiunge attraverso il materialismo; Ferreri da buon intellettuale ci mostra come solo affondando i dettagli nella carne (e mai paragone fu così appropriato) delle cose attraverso la critica marxista si possa comprendere la realtà, e trovarci per ciò stesso dentro un senso reale e più alto, al di là dei vuoti e frenetici rituali a cui siamo quotidianamente costretti.
philippe-noiret-michel-piccoli-e-ugo-tognazzi-in-_la-grande-abbuffata_La trama: i protagonisti sono quattro uomini annoiati che decidono di farla finita chiudendosi in una villa dove mangeranno fino allo spasimo e alla morte, accompagnati per l’occasione da Andrea, una maestra di scuola capitata lì per caso e che assisterà gli uomini fino alla fine.
Ugo Tognazzi oltre ad essere un grande attore era un celebre chef, e il ruolo del cuoco gli calza a pennello; Philippe Noiret con la solita faccia da indolente è un rigido giudice che non ha mai trovato la libertà a causa dell’opprimente nutrice che continua a seguirlo anche in tarda età; Michel Piccoli un regista televisivo omosessuale represso; Mastroianni un pilota d’arei sciupafemmine caduto in depressione dopo aver scoperto la sua incapacità di raggiungere l’orgasmo.
Questi personaggi, nella loro incredibile e folle ostinazione, intravedono come uno spiraglio, dall’altro lato della medaglia, il vero senso delle cose, tanto più la loro abbuffata li avvicina alla morte. Come Mastroianni che muore proprio mentre tenta di solcare il cancello della villa per tornare alla vita normale. Solo allora i protagonisti si rendono conto che la vita ha un valore più alto. Ma ormai è troppo tardi, ed il finale è veramente malinconico, profondo e triste.
Grande film, metaforico, su una società che si autoconsuma, un film dall’incedere lento come un’irrazionale processione verso un suicidio di massa. Ma con grande occhio tenero ed umano, mai giudicante, anzi ironico e leggero, sul destino di questi piccoli grandi uomini. E Ferreri riesce nell’intento paradossale del film che si può racchiudere nella battuta di Tognazzi: “Se non mangi, non puoi morire”.
vlcsnap3730571Un film amaro, decadente, pieno di eccessi ed anche di sesso, perché ad un certo punto i quattro decidono di invitare delle prostitute nella loro villa.
Un film sui folli doveri che la società di consumi non ci impone, ma fa sì che ci autoponiamo, fino a perdere il vero senso dei gesti vitali (in primis il cibo e l’amore): vedi Mastroianni che vuole per forza raggiungere l’orgasmo pur non riuscendoci, oppure Tognazzi che muore mangiando per dimostrare che il piatto da lui preparato era buono.
Strepitosi i protagonisti, a loro agio naturale Tognazzi e Mastroianni nei panni dello chef e del seduttore,  molto simpatici Piccoli e Noiret. Un film che oltre a far riflettere, fa anche ridere, seppur amaramente.