STALKER

DATI TECNICI:

Anno: 1979
Paese di Produzione: Unione Sovietica, Germania
Genere: Fantascienza, Drammatico, Avventura
Regia: Andrei Tarkovskij
Intepreti principali:
Aleksandr Kajdanovskij: Stalker
Anatolij Solonicyn: Scrittore
Nikolaj Grin’ko: Professore
Alisa Frejndjjk: Moglie dello Stalker

RECENSIONE (contiene spoiler):

“Stalker” è un capolavoro con pochi dialoghi, ma con molto, tantissimo, da dire.
Partendo da un tentativo di analisi tecnica, non si può non notare il granissimo lavoro realizzato dal regista Andrej Tarkovskij.
Ogni singola scena è bellissima, l’uso delle luci, mai forzato ma estremamente efficace, è di una perfezione divina, tanto che pare di guardare un quadro del Caravaggio.
2011-12-10-17-47-38Film datato 1979, Tarkovskij fa un uso della tridimensionalità a fronte del quale il moderno 3D è spazzatura retrograda. Minuscoli fiocchi di neve che si muovono nell’aria, microorganismi presenti nell’acqua che è elemento centrale dell’opera, fonte di vita sotterranea che scorre lentamente negli acquitrini della Russia e dell’Estonia dove fu girato il film.
La lentezza esasperante dei movimenti della cinepresa, oltre a sortire un effetto paradossale di suspense che lascia incollati allo schermo, è capace di ricreare progressivamente un mondo all’interno di ogni singola scena.
Per questo, a titolo di esempio, basti pensare alla lunga e lentissima carrellata sull’acqua vicino a cui è sdraiato lo “Stalker”, mentre per quanto concerne la suspence citiamo la lunga scena in cui uno dei personaggi attraversa un pericoloso corridoio simile ad una fogna denominato “il tritacarne”.
stalker1979rusgeradventOgni sequenza è così un microcosmo da gustare, vedere e respirare. E’ un cinema totale.
La storia raccontata è ancora più affascinante. “Stalker” è la parola con cui viene definita la professione del protagonista della vicenda (interpretato da un intenso Aleksandr Kajdanovskij), un uomo che sceglie di accompagnare degli eletti cercati tra i più autentici e disperati uomini della terra nel viaggio all’interno di un luogo misterioso denominato “La Zona”. Qui un meteorite cadde provocando effetti misteriosi, tanto che “La Zona” fu isolata e delimitata dall’esercito per proteggere gli uomini che osavano addentrarcisi.
stalker-(1979)-large-pictureLa scenografia, tramite il realismo della fotografia e la bellezza delle luci, è semplicemente unica nel rappresentare questo futuro distopico: i protagonisti viaggiano in un mondo in rovina, non tanto lontano da quello in cui viviamo. Dapprima tra edifici fatiscenti e vuoti, periferie industriali degradate e lasciate a se stesse, nella parte iniziale del film, realizzata in uno splendido bianco e nero che vira sul seppiato. Mano a mano che i protagonisti avanzano verso la miracolosa “Zona” ritorna anche il colore in tutto il suo splendore, nell’evidenziare il verde dei prati e della natura in cui è immerso l’edificio abbandonato meta del viaggio. Si tratta di una natura violentata dal passaggio dell’uomo, le cui tracce sono visibili e presenti in ogni inquadratura malgrado il silenzio e il vuoto che regna sovrano e che stalker4rende l’atmosfera ancora più inquietante: residui bellici, rifiuti di ogni genere, lontani segni di vita umana.
Lo “Stalker” riesce a muoversi all’interno di questo universo fantascientifico eppure così vicino alla realtà, proprio perché rispetta la natura, essendo egli una figura quasi mistica, in grado di avere un rapporto di scambio anche fisico con le vibrazioni più autentiche della terra, ovvero “La Zona” e i suoi segreti più intimi. Pur nella grande possibilità che essi danno agli uomini che riescono ad addentrarsi nell’ultima miracolosa stanza dell’edificio, dove pare che sia possibile avverare qualunque desiderio, lo “Stalker” non intende forzare “La Zona” ma assecondarne le regole. Il tarkovsky_stalkerpercorso a cui prendiamo parte è così anche un viaggio nella conoscenza, dove spesso occorre rinunciare, altre volte procedere a caso lanciando dei dadi, altre ancora passare per la strada più lunga nonostante siamo a due passi dall’entrata principale.
L’atmosfera è decisamente suggestiva così come i protagonisti che non hanno un nome – infatti i due uomini che lo “Stalker” accompagna nella “Zona” vengono chiamati “Lo Scrittore” (il bravissimo Anatolij Solonicyn) e “Il Professore” (Nikolaj Grin ko)- perché fanno parte di un disegno più grande, forse divino, espresso dalla maestria di Tarkovskij e attraverso dialoghi tremendamente sinceri e sofferti, che fanno di questi uomini così privi di orpelli da apparire spersonalizzati dei veri e autentici esseri umani, con tutte le loro aspirazioni, limiti e difetti.
a3Come se non bastassero l’estremo rigore della regia e il fascino dell’impianto scenico, la storia avventurosa e gli ingredienti misteriosi disseminati lungo la trama, il finale riesce ancora di più ad emozionare ed è un’esplosione inaspettata di passione. E’ qui che verrà alla luce l’animo profondamente tormentato e ricco d’amore dello “Stalker” e Tarkovskij farà terminare la storia proprio dove l’aveva incominciata, nella povertà estrema e dignitosa della famiglia del protagonista (moglie e figlia, altri interpreti di un film che vede sensazionalmente la presenza di soli sei attori), Qui alla povertà materiale corrisponde una grande ricchezza di spirito, seppure destinata alla sconfitta, se non alla sfera dell’ideale o semplicemente della pazzia.

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SUSPIRIA

DATI TECNICI:

Anno: 1977
Paese di Produzione: Italia
Genere: Horror
Regia: Dario Argento
Interpreti Principali:
Jessica Harper: Susy Benner
Stefania Casini: Sarah
Alida Valli: Miss Tanner
Miguel Bosè: Mark
Joan Bennett: Madame Blanche

RECENSIONE (contiene spoiler):

Molti film dell’orrore hanno una funzione di puro entertainment giocando con le paure e gli istinti di morte che ciascuno di noi possiede, altri invece hanno la capacità di farci riflettere sulle turbe della psiche umana raggiungendo vette di alta filosofia. “Suspiria” né l’uno né l’altro: è un horror che dovrebbe essere guardato così come si ammira un quadro a una mostra Suspiriad’arte. La trama e la sceneggiatura non offrono infatti spunti degni di nota, ma Argento catapulta lo spettatore all’interno di una cornice estetica talmente curata e barocca da essere essa stessa il contenuto primario dell’opera.
La cultura e la sincera passione del regista nei confronti delle classiche situazioni horror si nota fin dalle prime inquadrature e sarà una costante per tutta la durata del film. Ci sono il castello misterioso nella foresta, la serva rumena, l’angelico bambino silenzioso, lame che luccicano e misteriosi carillon, sagome ed ombre dietro le tende, la pioggia sempre scrosciante, il cameriere deforme e i pipistrelli, ma ciascuno di questi elementi non costituisce altro che un aspetto al fine di alimentare il pathos suggestivo dell’ambiente all’interno della favola gotica costruita dal regista.
argento1Certo è azzeccata la scelta degli interpreti, dal magnetico viso infantile di Jessica Harper alla severità di Alida Valli passando per una bravissima Stefania Casini. Ma il vero punto di forza del film è la sua fotografia, ricca di luci e di tonalità che arricchiscono ogni immagine di un’aura esteticamente abbacinante, dai colori elettrici blu, verdi e rossi che si gettano sui volti dei protagonisti e sui corridoi del castello come pennellate di pittura.
Dunque l’horror in “Suspiria” è tangibilmente presente in ogni inquadratura, e di conseguenza siamo di fronte al paradosso per cui le varie situazioni di tensione e di suspence non fanno praticamente dpKgqvpSdDDd2Hg4rt7I1IKVycQpaura; la scenografia e l’uso dei colori è talmente sopra le righe da rendere anche gli omicidi più efferati quasi innocui. Pur nell’ingegnosità delle situazioni create dal regista, essi non sono altro che parte del flusso narrativo costituito da questa pregevole cornice estetica e ritmato dalla colonna sonora dei Goblin, sensazionali in misura ancora maggiore rispetto al più celebre “Profondo Rosso”, tra accordi di chitarra, carillon, sospiri lamentosi e percussioni africane.
A predominare è la visione, a cui lo spettatore non resta che lasciarsi andare. A questo proposito è interessante notare la dicotomia tra le due protagoniste femminili della storia: la bionda Sarah (Stefania Casini) cercherà per tutto il tempo di scoprire i misteri tenuti segreti dalle rigide insegnanti dell’Accademia presso cui le giovani soggiornano, indagando spinta da una forte volontà e curiosità, e  forse è la vera eroina della storia, ma finirà malissimo. La mora Susy Benner Suspiria-041(Jessica Harper) , se si eccettua il clamoroso finale, non tenta invece mai una ribellione, subendo le decisioni delle insegnanti e rimanendo all’oscuro di tutto; drogata e costretta a letto non è mai parte attiva degli avvenimenti che, al pari dello spettatore, subisce con innocenza mentre si aggira tra i corridoi colorati e tenebrosi del castello.
Da notare, infine, la caratteristica di un horror tutto al femminile: Argento si immerge con sensibilità nel gruppo di studentesse, con una certa dose di critica nei confronti del cameratismo femminile e delle regole a cui le ragazze sono sottoposte dalle ferree insegnanti, ed anche il “nemico” non è maschile, ma è rappresentato delle tenebrose streghe.

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LA FORTEZZA

DATI TECNICI:

Anno: 1983
Paese di Produzione: Gran Bretagna
Genere: Fantastico, Avventura
Regia: Michael Mann
Interpreti principali:
Scott Glenn: Glaeken Trismegistus
Alberta Watson: Eva Cuza
Jurgen Prochnow: Capitano Klaus Woermann
Gabriel Byrne: Maggiore Kaempferr
Ian Mc Kellen: Theodor Cuza

RECENSIONE (contiene spoiler):

“La Fortezza”, una delle prime opere di Michael Mann, è un film mediocre, ma decisamente originale ed affascinante per la combinazione e contaminazioni di generi che porta sullo schermo.
La trama è ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, in un paesino sperduto in Romania, dove un plotone di soldati nazisti comandati dal Capitano Woermann (Jurgen Prochnow) si stabilisce presso un’oscura e misteriosa fortezza, enorme e vuoto edificio sconsacrato eppure pieno di croci thekeepmichaelmannluminose. La costruzione è edificata con pilastri più piccoli fuori e più grandi all’interno, come per difendere da un pericolo intestino piuttosto che dall’esterno, e presto capiremo che la ragione di ciò è una forza soprannaturale che abita il luogo e che si manifesta sotto forma di fumo misterioso, portandosi via la vita dei soldati tedeschi che intendano violare l’edificio.
La Fortezza” si presenta così come un interessante connubio tra generi: l’aspetto fantastico con venature horror si incrocia con il contesto storico, la scenografia fumosa ed oscura degli interni si amalgama con la povertà del villaggio dei contadini rumeni, il fascino perverso delle divise della Screen Shot 2013-08-31 at 11.56.10 PMWermacht si confonde con quello dello spirito demoniaco, forza metafisica in grado di guarire i corpi così come di distruggerli. Il paesino sperduto tra le montagne balcaniche può far pensare a Dracula, l’arrivo dei soldati nel luogo nella sequenza iniziale può rimandare invece a una situazione stile “Apocalypse Now”. Suggestioni appena accennate e forse un po’ forzate, eppure confezionate come sempre in maniera ottimale da Michael Mann, grazie anche a un efficace utilizzo del ralenti e a delle splendide luci.
Peccato invece che la sceneggiatura vada scemando verso la banalità, con l’entrata in scena di un vecchio studioso ebreo (Ian Mc Kellen) e di un altro comandante nazista (Gabriel Byrne) i cui metodi spietati genereranno un conflitto con l’ufficiale idealista bene interpretato da Prochnow.
Keep-The-Scott-Glenn-9L’arrivo di un altro enigmatico personaggio, il doppelganger della misteriosa creatura, (interpretato da Scott Glenn) alza leggermente la tensione costringendoci a porci una serie di domande metafisiche circa l’ambigua natura della forza soprannaturale (buona o malvagia?) e confezionando un’intensa storia d’amore impossibile tra l’uomo misterioso e la figlia del dottore ebreo (Alberta Watson).
Nel complesso, “La Fortezza” è un film fantastico e d’avventura gradevole, uno dei primi di Mann e anche del bravo Gabriel Byrne (allora semisconosciuto e relegato ad una parte di contorno), con una buona colonna sonora firmata dai Tangerine Dream.

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LA MONTAGNA SACRA

DATI TECNICI:

Anno: 1973
Paese di Produzione: Messico, Stati Uniti
Genere: Grottesco, Fantastico
Regia: Alejandro Jodorowsky
Interpreti principali:
Horacio Salinas: il ladro
Alejandro Jodorowsky: l’alchimista

RECENSIONE (contiene spoiler):

Alejandro Jodorowsky, intellettuale cileno che ha sempre operato su più fronti, da’ sfogo in questo film culto degli anni ’70 a tutta la sua passione per la psicomagia e il simbolismo.
Il film è un susseguirsi incessante di colori sgargianti ed immagini forti, alcune al limite del sopportabile; resta comunque un’opera mastodontica, volutamente estetizzante, oltre ogni possibile significato di filosofia new age che il suo autore intenda trasmettere.
L’opera potrebbe dividersi idealmente in tre parti.
la-montagna-sacra-4La prima mezz’ora, commentata unicamente da urla selvagge e musica ipnotica, è sconvolgente e resta a mio avviso la parte migliore del film.
Qui il protagonista, un ladro seminudo e indigente interpretato da Horacio Salinas, si aggira in un paese imprecisato dell’america latina in compagnia di un nano senza braccia e senza gambe.
L’universo in cui si muove sembra dominato totalmente dal caos e dalla violenza. E qui come in altre parti del film – all’interno di un percorso che vuole essere in primo luogo spirituale – il regista ci invita anche ad una riflessione politica.
Infatti, Jodorowsky rappresenta allegoricamente la condizione dei paesi dell’America Latina moderna, oppressi da dittature feroci: plotoni di soldati fucilano schiere di persone le cui morti sono rappresentate in modi bizzarri e fantastici, mentre turisti occidentali scattano compiaciuti delle foto.
La rappresentazione sanguinaria delle lotte tra i conquistadores e i nativi, viene invece svolta in un teatro all’aria aperta attraverso un combattimento tra rospi e iguane vestiti da frati missionari e soldati.
L’universo descritto da Jodorowsky è un vero e proprio inferno, dove anche il culto del cristianesimo appare totalmente deformato; il visionario regista ci fa così assistere a processioni di conigli spellati crocefissi e rappresentazioni allegoriche della passione di Cristo tra statue di cera e il degrado più totale.
L’impatto visivo del tutto è molto forte, e quando il protagonista mangia il volto del Cristo appendendolo poi per i piedi a dei palloncini colorati per farlo librare nell’aria, è come l’invito ad una liberazione, nonché il preludio per la seconda parte del film.
HOLY25Qui il ladro scala una gigantesca torre dipinta di rosso ed entra in contatto con un misterioso alchimista (interpretato dallo stesso Jodorowsky).
Gli spazi si fanno rigidamente geometrici, i colori predominano in tutto il loro potere, tuttavia la scenografia è sempre diseguale e dominata dagli elementi più strani. Il ladro si sottopone ad un processo di purificazione mistica (celebre la frase dell’alchimista: “Non sei che merda. Puoi cambiare te stesso in oro”), un viaggio spirituale preludio del viaggio in carne ed ossa che dovrà affrontare verso la montagna sacra del titolo, in compagnia di altre sette persone.
In questa parte centrale del film vengono presentati i sette personaggi, ciascuno dei quali rappresenta a sua volta un pianeta e uno dei grandi poteri industriali che tengono prigioniera l’umanità.
Siamo catapultati nuovamente nello stesso precedente mondo caotico descritto prima, ma in questa fase il regista si muove saggiamente e con grande ironia tra costumi sgargianti, improbabili accessori, al limite tra denuncia sociale, satira grottesca e fantascienza distopica.
Dopodiché ha inizio il vero e proprio viaggio verso la montagna sacra, alla ricerca dell’immortalità e di una dimensione spirituale che possa lasciare alle spalle tutte le false problematiche della materia.
33087_FRAIn questa terza parte del film Jodorowsky sale in cattedra nei panni del maestro spirituale; se la prima era impressionante e la seconda ironica, la terza parte del film si fa un po’ detestabile nel suo voler essere quasi un compendio di filosofia hippie e new age.
Non bisogna dimenticare che la produzione della pellicola si realizzò grazie anche al supporto del produttore discografico di John Lennon e Yoko Ono: insomma, siamo in piena età dei figli dei fiori.
Però Jodorowsky ci aggiunge una grande dose di talento visionario e di provocazioni visive massicce, così le visioni che gli iniziati subiscono verso la fine del film hanno ancora la capacità di impressionarci.
L’immagine è al potere; ma il messaggio finale di Jodorowsky – che rivelerà ai suoi seguaci con una dissacrante e tranquilla risata che in realtà non esiste nessun segreto dell’immortalità – ci dice che tutto è stato soltanto un film, che l’immagine in realtà non esiste e non ha nessun potere, lasciandoci con una domanda al termine della visione della storia: alta spiritualità, paradosso voluto, oppure grande “bufala”?

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FUOCO CAMMINA CON ME

DATI TECNICI:

Anno: 1992
Paese di Produzione: Usa
Genere: Thriller, Fantastico, Noir
Regia: David Lynch
Interpreti principali:
Sheryl Lee: Laura Palmer
Ray Wise: Leland Palmer
Kyle Mc Lachlan: Agente Speciale Cooper
Chris Isaak: Agente Speciale Chester Desmond
Kiefer Sutherland: Sam Stanley

RECENSIONE (Contiene spoiler):

Ho scelto di avvicinarmi al cinema del visionario David  Lynch con questo film, che non è altro che un prequel della serie Tv “Twin Peaks”. Non avendo visto il telefilm, ammetto che il mio giudizio potrà essere abbastanza inquinato o, forse, solamente più libero.
big_001Per capire il senso degli strani personaggi che popolano la “Loggia nera”: il Nano repellente, il pauroso Bob, lo strano Uomo senza un Braccio, ho dovuto informarmi su internet. Ma, a parte questo, si può benissimo intendere già dal film il significato di questi personaggi che, all’interno di questo spazio della coscienza parallelo a quello della realtà (la “Loggia nera” per l’appunto) non hanno altro che la funzione dell’inconscio.
Quello spazio misterioso che Lynch esplora abilmente a partire da una semplice indagine poliziesca, che l’agente Cooper (Kyle Mc Lachlan) ha la facoltà ed il dono di visitare, e a cui la protagonista Laura Palmer (una bravissima e molto “anni 80” Sheryl Lee) contrappone una resistenza isterica e si rifiuta di credere, negando un antico ricordo concentrandosi sul sesso.
3665_2Il film parte come un’indagine poliziesca, ricca però fin da ora di inquadrature e personaggi strani e surreali (tra cui David Bowie e lo stesso regista che interpretano due ruoli di contorno), per poi concentrarsi sulle vicende di Laura Palmer.
Il regista scava nei ricordi e nell’inconscio della ragazza attraverso dei segni, simboli ed apparizioni, dove Laura Palmer entra all’interno di quadri per risvegliarsi in altri luoghi e dove anche lo spettatore è coinvolto in un’indagine psicologica.
Non mancano i momenti noir – Laura Palmer è una studentessa che conduce una vita dissoluta dominata dal sesso e dalla cocaina – come la memorabile lunghissima scena nel disco-pub: luci rosse e musica elettro-blues.
Nell’ultima mezz’ora del film siamo infine condotti alla verità, i personaggi che apparivano sotto strane sembianze ora rivelano la loro vera identità, il gioco dei doppi si sfalda, e si torna alla fredda cronaca dell’omicidio.
Il viaggio nella coscienza finisce nella morte improvvisa e violenta e – nell’ultima immagine in uno spazio quasi religioso di speranza.