ESSI VIVONO

DATI TECNICI:

Anno: 1988
Paese di Produzione: Usa
Genere: Fantascienza, Azione
Regia: John Carpenter
Roddy Piper: John Nada
Keith David: Frank Armitage
Meg Foster: Holly Thompson

John Carpenter è un regista forse sottovalutato, può piacere o meno, ma senz’altro guardando “Essi vivono” riusciamo almeno a capire le ragioni per cui è malvisto in patria.
Il film, come spesso accade per le opere del regista, si situa al confine tra l’horror e la commedia d’azione, evidenziando una vena fantascientifica che nasconde a sua volta una forte they-live3critica sociale e politica. In questo senso, pur nell’estrema leggerezza che lo contraddistingue, “Essi vivono” è un titolo scomodo. Carpenter ha infatti la geniale intuizione di trasformare lo “zombie”, figura bistrattata dal cinema horror americano, allo scopo di incarnare il capitalismo.
Il nemico non è più esterno, ma vive all’interno della società americana, costituendo l’essenza dell’american way of life nella sua sfrenatezza priva di regole; è un avversario che non agisce dunque con la violenza, ma attraverso la coercizione psicologica e il potere ambiguo del denaro. Il messaggio centrale e molto attuale, è che mentre la maggior Bubblegum_Classicparte della popolazione muore, vivendo in difficoltà tra disoccupazione e povertà, pochi privilegiati vivono arricchendosi sulle spalle degli altri.
Nel corso del film scopriremo che non si tratterà di zombies quanto di alieni, giunti sulla terra per colonizzare gli uomini attraverso la corruzione portata dal sistema capitalistico. Qualsiasi umano che riesca ad ottenere successo entrando nell’alta società viene così automaticamente a far parte di questa nuova razza dominata dal dio denaro. Intanto, esercito e poliziotti costituiscono il cordone di sicurezza istituzionale che costringe al silenzio gli oppositori, un gruppo dei quali è intento a organizzare attività sovversive nella cittadina protagonista della storia, dove un aitante disoccupato, John Nada, è venuto a cercare lavoro.
ceaf955222608e33e67958a3b5baca0ace785b75-700Carpenter ci porta così tra operai e proletari, predicatori e complottisti, e il nemico è l’ordine costituito, ovvero le retate della polizia. Al termine di una di queste, Nada scoprirà degli occhiali da sole speciali, che sono lo spunto da cui trae vita la storia. Infatti, proprio indossando queste lenti il protagonista sarà in grado di vedere gli alieni (con sembianze di zombies, perché secondo l’etica del film, chi si arricchisce senza rispetto vende la propria anima e muore). Il concetto di visione normalmente predisposta viene ribaltato attraverso un piccolo apparecchio fantascientifico: anche le insegne they-live-postdei negozi, le riviste e le inserzioni pubblicitarie, rivelano agli occhi la loro vera natura di messaggi coercitivi ed alienanti a cui l’uomo deve inconsciamente sottostare.
Il messaggio sovversivo è forte e chiaro, poco importa se il film si sviluppa come un b-movie o un horror di genere, tra scazzottate, inseguimenti, amicizie di strada e tradimenti femminili, con il protagonista interpretato da un improbabile Roddy Piper, un eroe del wrestling prestato al cinema per l’occasione. Carpenter ci mostra che si può far riflettere anche attraverso un film di genere, dove pure il finale che poteva essere apocalittico vira decisamente sullo humor.

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UNA VITA AL MASSIMO

DATI TECNICI:

Anno: 1993
Paese di Produzione: Usa, Francia
Genere: Azione, Thriller
Regia: Tony Scott
Interpreti principali:
Christian Slater: Clarence Worley
Patricia Arquette: Alabama Whitman
Michael Rapaport: Dick Ritchie
Val Kilmer: Elvis
Bronson Pinchot: Elliot Blitzer
Dennis Hopper: Clifford Worley
Gary Oldman: Drexl Spivey
Brad Pitt: Floyd
Tom Sizemore: Cody Nicholson
Christopher Walken: Vincenzo Coccotti
Saul Rubinek: Lee Donowitz
James Gandolfini: Virgil
Chris Penn: Nicky Dimes
Samuel L. Jackson: Big Don

RECENSIONE (contiene spoiler):

Oltre ad essere uno dei più rinomati registi contemporanei, Quentin Tarantino è, prima di tutto e sopratutto, uno dei migliori sceneggiatori del cinema. “Una vita al massimo”, da lui scritto nel 1987 e diretto da Tony Scott (fratello ingiustamente sottovalutato del più celebre Ridley) nel 1993, lo dimostra pienamente.
true_romance-1La vicenda parte come una commedia romantica che vede protagonisti due giovani, Clarence e Alabama – Christian Slater e Patricia Arquette, entrambi emblema della massima vitalità e spensieratezza -, per poi virare sul film d’azione e sul dramma ma pur sempre mantenendo una certa leggerezza. Dietro quest’atmosfera è già ben visibile la grande cultura cinematografica di Tarantino, con continui rimandi e citazioni ai sottogeneri del cinema orientale e black exploitation Una-vita-al-massimo-streaming-con-Christian-Slater-Patricia-Arquette-Michael-Rapaport-Christopher-Walken-Val-Kilmer-Dennis-Hopper-Gary-Oldman-Brad-Pitt-di-Tony-Scott-22anni 70′ e all’ingenua nostalgia per gli anni 50′ americani. Inoltre l’approccio realistico e veloce ai dialoghi rende lo spettatore decisamente compartecipe della vicenda, la quale di per sé non conta poi molto, essendo puro entertainment. Un intrattenimento dotato però delle sue regole, che lo sceneggiatore stravolge a suo piacimento portandole al livello quotidiano di una storia d’amore tra tavolini di fast food e sogni di fuga americani. Lo spettatore non può così che provare simpatia per i due protagonisti: un semplice commesso di un negozio di fumetti e una adorabile prostituta.
Le cose si metteranno male quando Clarence deciderà di uccidere il protettore della ragazza e i due fuggiranno con un carico di cocaina.
tony-scott-true-romanceL’ambientazione si sposta così dalla fredda Detroit al sole di Los Angeles, generando un tipico intreccio d’azione, con l’entrata in campo di mafiosi siciliani, poliziotti, ricettatori e doppiogiochisti.
Tony Scott è abile nel giostrare senza strafare un cast stellare, che rappresenta tutto ciò che di meglio c’è stato negli anni 90′: con camei di celebrità del calibro di Brad Pitt, Samuel Lee Jackson, Gary Oldman, Val Kilmer, James Gandolfini, Tom Sizemore e Chris Penn, oltre ai caratteristi Bronson Pinchot, Victor Argo, Saul Rubinek, Michael Rapaport e, soprattutto, al contributo essenziale dei mitici Christopher Walken e Dennis Hopper, protagonisti di un memorabile dialogo.
true-romance-shootout (1)Il “mexican standoff” finale, altra caratteristica di Tarantino, non impressiona più di tanto, e si consuma su un festoso tappeto di piume bianche fuoriuscite dai divani crivellati di piombo.
Molto meglio i dialoghi specie nella prima parte del film, interrotti da improvvise esplosioni di violenza, come l’assassinio del pappone all’inizio e il pestaggio subito da Alabama alla fine della pellicola. Sugli eventi raccontati domina ironicamente una beffarda casualità: così, per esempio, i mafiosi prima individuano Clarence perché ha lasciato distrattamente la sua patente sul luogo del delitto, poi, dopo aver pestato inutilmente suo padre, scoprono un biglietto appeso al frigo con le informazioni che desideravano ed anche la valigia piena di cocaina viene trovata dai due ragazzi per puro errore.

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BODYGUARDS AND ASSASSINS

DATI TECNICI:

Anno: 2009
Paese di Produzione: Hong Kong
Genere: Storico, Drammatico, Azione
Regia: Teddy Chan
Interpreti principali:
Donnie Yen: Sheng Chongyang
Leon Lai: Liu Lubai
Nicholas Tse: Deng Sidi
Wang Xueqi: Li Yutang
Tony Leung Ka-Fai: Chen Shaobai
Mengke Bateer: Wang Fuming

RECENSIONE (contiene spoiler):

Partendo da un fatto storico realmente accaduto, Teddy Chan realizza un bel film dove realtà e finzione, dramma storico e film d’azione, si incrociano continuamente.
Bodyguards-and-AssassinsIl risultato è una pagina di epica struggente. La vicenda narrata riguarda il preludio della rivoluzione che portò agli inizi del novecento alla caduta dell’impero cinese, simboleggiata dalla figura del politico Sun Yat Sen – mente intellettuale della rivolta – e del suo imminente arrivo ad Hong Kong allo scopo di discutere con altri eminenti rivoluzionari sul futuro destino degli avvenimenti. Qui un gruppo di coraggiosi riuniti dall’imprenditore Li Yutang organizza un’azione diversiva in grado di consentire la realizzazione dell’importante incontro politico.
Bodyguards---assassins-03La vicenda, scandita da una precisa ricostruzione cronologica, si fa così sempre più avvincente e mano a mano che ci si avvicina al momento cruciale vengono presentati una serie di personaggi (più o meno fittizi) che costituiranno il cordone di sicurezza per l’entrata in città di Sun Yat Sen.
Tra questi spiccano un poliziotto diviso tra l’amore per la patria e il suo ruolo di marito e di padre (Donnie Yen). un ex guerriero caduto in disgrazia in seguito a un’infelice storia d’amore, e persone provenienti dal “popolo” che incarnano perfettamente l’ideale nazionalistico che traspare dalla pellicola: una giovane e coraggiosa ragazza, un simpatico guidatore di risciò (Nicholas Tse) e Shi yue wei cheng (2009un gigantesco monaco Shaolin (Mengke Bateer). Dall’altro lato della barricata rispetto ai buoni che finiranno tragicamente in nome della libertà, è interessante l’opposto binomio di “cattivi”: il perfido Liu Yubai (Leon Lai) caparbio difensore dei vecchi ideali, e l’ambiguo editore capo del “China Daily” (Tony Leung Ka Fai), emblema della subordinazione nei confronti degli occidentali, entrambi nemici del progresso democratico, eppure così distanti tra di loro. Il racconto corale esploderà tragicamente nell’ultima avvincente parte del film, dove la resistenza avverrà casa per casa e strada per strada, fino all’inevitabile sacrificio. “Bodyguards and Assassins” riesce a coniugare l’ideale nazionalpopolare cinese con lo spettacolo di qualità, travolgendo lo spettatore attraverso i vari duelli che si susseguono e riuscendo anche a strappargli una sincera lacrima nel commovente finale.

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BROTHER

DATI TECNICI:

Anno: 2000
Paese di Produzione: Giappone, Usa, Gran Bretagna
Genere: Gangster, Azione
Regia: Takeshi Kitano
Interpreti principali:
Takeshi Kitano: Aniki Yamamoto
Omar Epps: Denny
Kuruodo Maki: Ken
Masaya Kato: Shirase
Susumu Terajima: Kato
Ren Osugi: Harada
Ryo Isibashi: Ishihara

“Brother” è un gangster movie (o yakuza movie) insolito; in primo luogo perché è un film dell’imprevedibile Takeshi Kitano, e poi perché è il primo da lui girato e prodotto sia in Giappone che negli Stati Uniti.
Nell’incipit della storia, infatti, il boss Aniki Yamamoto (impersonato dallo stesso Kitano), è costretto a rifugiarsi a Los Angeles, dove creerà a poco a poco una nuova banda multietnica. Come suggerisce il titolo, la vlcsnap-402752fratellanza tra gli scapestrati gangsters di varie etnie (neri, latinos e giapponesi) riuniti dall’esperto yakuza implicherà un legame che va oltre quello di sangue tipico delle “famiglie” giapponesi.
Il film, pur nella sua violenza, si fa così paradossalmente un elogio della tolleranza e del multiculturalismo. Il regista viaggia su due binari paralleli, mostrandoci la differenza tra il senso dell’onore degli uomini più fedeli ad Aniki (che genererà in due memorabili scene di “harakiri”) e la visione del mondo più semplice e priva di regole dei nuovi amici statunitensi del protagonista, tra cui spicca il simpatico Denny (Omar Epps). Mentre i giovani delinquenti americani sembrano maggiormente inclini al dialogo e brother2000al divertimento, gli uomini d’onore vecchio stampo partono già sconfitti in partenza, come sempre accade nei film di Kitano.
Tra questi due mondi, la figura di Aniki è il punto d’unione grazie a un innato senso per la dissacrazione e l’ironia, che si fa sempre presente anche nei momenti più drammatici nel corso del film. I continui giochi e le scommesse di Kitano in “Brother” sono però ben lontani dalla poesia di quelli di “Sonatine”. Forse proprio per la particolarità multiculturale del prodotto e a causa dell’ambientazione occidentale, “Brother” appare un film particolarmente insolito nella filmografia del regista. L’opera si situa al confine tra la poesia dei suoi primi lavori (molte scene brothersono delle vere e proprie auto-citazioni del precedente successo di Kitano, “Sonatine”) e la crudezza realistica della faida Yakuza presenti negli ultimi film del regista – anche “Brother” è infatti un susseguirsi di omicidi e di efferate esecuzioni che riescono però a rendere molto avvincente una trama di per sé banale.
Il risultato è dunque un ibrido, difficilmente catalogabile. Anche se, come già detto, non mancano i momenti struggenti, Kitano sembra volere lasciare da parte riflessioni filosofiche sulla morte per concentrarsi unicamente sullo stile tecnico da un lato e sulla spiritosaggine dall’altro, riuscendo pienamente a fare centro e ottenendo un risultato godibilissimo.
brother kitano pic 4In certi punti pare davvero che Kitano voglia solamente divertirsi ed anche la scena finale è un palese omaggio al cinema americano. Al tempo stesso un lungo piano sequenza di una partita di basket, con il braccio destro di Aniki Kato (Susumu Terajima) che si sbraccia chiedendo inutilmente la palla agli amici, può bastare per indicare l’incompatibilità assoluta tra il mondo nipponico e quello occidentale. Anche se Kitano, dopo aver demistificato continuamente regole ed essersi anche auto-deriso, alla fine del film ci mostrerà pur sempre l’onorabilità giapponese nel sacrificare la propria vita per quella dell’amico occidentale.

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IZO

DATI TECNICI:

Anno: 2004
Paese di Produzione: Giappone
Genere: Azione, Grottesco, Horror, Drammatico
Regia: Takashi Miike
Interpreti principali:
Kazuya Nakayama: Izo
Kazuki Tomokawa: Sè stesso
Takeshi Kitano: Primo ministro
Bob Sapp: combattente americano

RECENSIONE (contiene spoiler):

“Izo” è il nome del protagonista, un samurai barbaramente crocefisso per chissà quale crimine durante il medioevo giapponese. Nel folle film di Takashi Miike, Izo pare reincarnarsi e morire un’infinità di volte, attraversando le epoche e lo spazio, tra acrobatici duelli di spada che si svolgono sia nel passato che in epoca contemporanea, creando un effetto spiazzante e talvolta kitsch. Ma “Izo” non è solamente il protagonista di una storia che in fondo non presenta una vera trama, apparendo nient’altro che una sempre più sanguinosa catena di omicidi. Dai pochissimi s10izdialoghi del film, capiamo che “Izo” è una sorta di entità che coincide non tanto con la malvagità quanto forse con la vita stessa (come ci indicano gli spermatozoi all’inizio e il concepimento alla fine del film). Secondo la poetica di Takashi Miike, l’umanità e la vita nascono da semi di rancore, essendo Izo un personaggio che vaga costantemente in cerca di vendetta per tutta la storia; una vendetta cieca e crudele, non si sa bene contro chi o che cosa, ma che non risparmia nessuno, né i diversi combattenti incontrati sulla strada né la madre o l’amante di Izo. Che siano pericolosi yakuza oppure innocenti bambini, questo spirito inesorabile incarnato in Izo spazza via implacabilmente ogni essere sul proprio cammino. Il geniale regista giapponese ha imbastito il film su un protagonista negativo e izo6sanguinario – un assassino -, ma in varie circostanze e attraverso l’utilizzo di filmati storici sulle varie dittature che hanno ammalato l’umanità (Hitler, Stalin, il fascismo giapponese, Hiroshima e così via) il messaggio che intende trasmetterci è che è l’essere umano ad essere sostanzialmente e intrinsecamente brutale. A dispetto dei litri di sangue che fanno di “Izo” un’opera stilisticamente iper-violenta (rispetto a Takashi Miike i film di Tarantino sembrano del tutto innocui), tale messaggio viene esposto quasi candidamente, come l’unica verità possibile, e in certi punti attraverso emozionanti scene di grande poesia (i fiori che parlano ad Izo, la pioggia e l’acqua purificatrici, fino a giungere all’iconico finale che rimanda alla teoria del “Bambino delle stelle” di Kubrick). Ma la vera e più autentica essenza mtJPuq871AKmGBbPBlfwSYJwN3ydell’entità “Izo” si esprime anche attraverso brevi ma significativi e pungenti dialoghi filosofici con gli emissari del potere che egli ucciderà uno ad uno in quanto crepa sovversiva all’interno del sistema. In quest’ottica il film è un atto di accusa sincero e poetico contro ogni forma di apparenza o di ipocrisia umana, dal concetto di democrazia a quello di guerra e di religione, dove persino l’amore viene decostruito essendo null’altro che un segno del linguaggio per indicare un mero istinto sessuale. Soprattutto nella prima parte del film, attraverso una serie di dialoghi e di situazioni surreali (la riunione dei ministri, la bizzarra lezione scolastica in cui ogni concetto viene capovolto, fino a giungere ad un’intera scena inquadrata al contrario, a testa in giù), è chiaro fin da subito che izo3il percorso del samurai è in primo luogo un cammino spirituale che lo porterà attraverso la negazione del mondo ad una più alta conoscenza di se stesso. Tale livello di conoscenza coinciderà però con la disperazione e Izo si trasformerà lentamente – anche visivamente – in un mostro assetato di sangue, più simile a un animale o a un demone che a un uomo. Questa seconda parte del film è più ripetitiva e indulge maggiormente sui combattimenti che si fanno sempre più insensati, inframmezzati unicamente dalle canzoni di Kazuki Tomokawa, bizzarro cantante folk alcolizzato: i suoi rantoli e le sue schitarrate, oltre a costituire la colonna sonora del film, rendono al massimo la dimensione artistica prettamente esistenziale di un’opera estrema e votata all’eccesso.

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VIOLENT COP

DATI TECNICI:

Anno: 1989
Paese di Produzione: Giappone
Genere: Drammatico, Poliziesco
Regia: Takeshi Kitano
Interpreti principali:
Takeshi Kitano: Azuma
Shiro Sano: Yoshinari
Maiko Kawakami: Akari
Sei Hiraizumi: Iwaki
Makoto Ashikawa: Kikuchi

RECENSIONE (contiene spoiler):

Takeshi Kitano aveva partecipato a numerosi film in qualità di attore, calcando il grande schermo parallelamente alla sua attività di comico alla televisione giapponese.
L’esordio alla regia avvenne quasi per caso; “Violent Cop”, di cui Kitano era interprete principale, venne lasciato a metà ed abbandonato da Kinji Fukasaky, così “Beat Takeshi” decise di portare a termine il lavoro dietro la macchina da presa.
La sceneggiatura venne però stravolta, facendo emergere già all’esordio e in tutta la sua prepotenza la poetica di Kitano, intrisa di un fatalismo grandioso, di un pessimismo mitigato dalla poesia e di una violenza viscerale.
6a00d83455e40a69e2019b01ab8309970d-500wiLa storia è quella di Azuma, poliziotto dai metodi poco ortodossi.
La prima mezz’ora delinea il carattere taciturno e sbrigativo del protagonista, strappandoci più di un sorriso genuinamente cattivo, come quando Kitano non lesina scappellotti, calcetti e testate a nessuno: ragazzini, papponi, corteggiatori della sorella Akari (Maiko Kawakami), nei confronti della quale Azuma prova un senso di protezione molto forte.
Le sequenze che la riguardano tratteggiano un senso di pace quasi contrastante rispetto alla violenza del protagonista; la giovane donna è inoltre appena uscita da una clinica psichiatrica.
Se il contrasto tra Azuma e i suoi superiori e la presenza della giovane ed educata recluta Kikuchi (Makoto Ashikawa) al fianco del poliziotto violento sono nel canone del più classico dei polizieschi all’americana, le cose cambiano decisamente quando il protagonista, indagando su un traffico di droga, scopre che i suoi superiori e il suo unico collega amico sono coinvolti con la delinquenza.
pre-head-smash-100kIl momento chiave del film è il lungo inseguimento di Azuma e dei colleghi per acciuffare un piccolo trafficante che si dà alla fuga a piedi. La splendida sequenza del pestaggio innalza la violenza a livelli coreografici ed artistici. Mentre l’inseguimento in auto immediatamente successivo si discosta in maniera sorprendente dai cliché del genere poiché, pur nella velocità dell’azione rappresentata, è dominato da un quieto ed ironico fatalismo in grado come di rallentare il tempo.
Siamo allo spartiacque, perché in seguito a un interrogatorio poco ortodosso di Azuma, il poliziotto verrà licenziato e da qui in poi assisteremo ad una spirale di violenza incredibile, pestaggi senza pietà e sadici omicidi.
Il duello tra il poliziotto e Yoshinari (Shiro Sano), pericolosissimo killer del boss del narcotraffico, prosegue così al di fuori di ogni schema e di qualsiasi regola.
63316111In una delle sequenze iniziali, quando Azuma attraversa un ponte incrociando un gruppo di bambini, ci rendiamo conto che in fondo anche il protagonista è dotato di quella selvaggia e fanciullesca cattiveria, racchiusa però in una maschera di freddezza e di ironia.
La violenza precedentemente era un gioco; ora assume i contorni di un’epica fuori dal tempo e dalla storia nel duello tra i due; specie quando verrà coinvolta anche la malcapitata sorella di Azuma e Kitano potrà dare sfoggio del lato più oscuro, tragico, pessimista e nichilista del suo cinema.
Infatti, il finale sarà una carneficina e gli omicidi dei vari personaggi avverranno in maniera del tutto imprevedibile, in modo tale da lasciarci sorpresi: Takeshi Kitano è un regista davvero fuori dagli schemi.
Da non sottovalutare infine la splendida colonna sonora: il tema principale di Daisaku Kume risente di atmosfere blues e noir ed è inoltre presente una rivisitazione in chiave nipponica della “Gnossiene” del compositore francese Erik Satie (fine ‘800).
Come a voler tratteggiare un ponte virtuali tra due tradizioni lontane.

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DISTRETTO 13 – LE BRIGATE DELLA MORTE

DATI TECNICI:

Anno: 1976
Genere: Thriller, Azione
Regia: John Carpenter
Interpreti principali:
Austin Stoker: Ethan Bishop
Darwin Joston: Napoleone Wilson
Laurie Zimmer: Leigh
Tony Burton: Wells

RECENSIONE (contiene spoiler):

Primo capolavoro di John Carpenter, “Assault on Precinct 13” è un film un po’ datato, nel senso che oggi non potrebbe mai scioccare lo spettatore, ma resta comunque un classico godibile.
A metà strada tra l’horror e il film d’azione, riesce anche a raggiungere punti di grande drammaticità (l’uccisione di una bambina innocente), così come di commedia grazie alle memorabili battute che si moltiplicano anche nel mezzo del pericolo.
carp.b.aop13Realizzato con un basso budget e con l’ausilio di attori poco conosciuti, racimolati dal vicinato di casa di John Carpenter, il regista afferma di essersi ispirato al western “Rio Bravo” (“Un dollaro d’onore”) di Howard Hawks, per realizzare la trama di “Distretto 13”, che riguarda l’assedio del distretto di polizia che dà il titolo al film da parte di una banda di criminali.
Più che al capolavoro di Hawks, a mio avviso il film rimanda maggiormente ad altre pellicole western. Considerando il romanticismo antieroico di uno dei protagonisti principali, il carcerato soprannominato Napoleone Wilson (Darwin Joston) -che si trova suo malgrado a dover lottare a fianco al tenente Bishop (Austin Stoker) contro i malviventi che assediano la prigione – i riferimenti al cinema western mi fanno pensare maggiormente allo Shane “Cavaliere della valle solitaria” di George Stevens e a “Quel treno per Yuma” di Delmer Daves (dove non a caso anche lì un carcerato dimostrava un cuore buono all’interno di una situazione di emergenza).
259Detto della psicologia dei personaggi e dell’assunto della prigione assediata nel silenzio e nell’indifferenza, per il resto, siamo nel pieno di un horror metropolitano, e se la caratterizzazione della terribile banda nella prima parte del film è in linea con i più classici film violenti e polizieschi in voga negli anni ’70, l’attacco dei criminali alla prigione assume i contorni metafisici di un horror.
I nemici avanzano silenziosamente e lentamente come se fossero degli zombies, incuranti del pericolo, e le pallottole al silenziatore sibilano distruggendo porte e finestre, come se per i nostri eroi si trattasse di un pericolo invisibile e soprannaturale.
Assault-on-Precinct-13-John-Carpenter-1976-gunLa parte migliore del film per me resta però la prima, quella che ci mostra una Los Angeles diurna, assolata ma pur sempre deserta.
Sceneggiatura e montaggio sono perfetti: nella prima mezz’ora seguiamo parallelamente i viaggi del tenente alla sua prima missione dopo la promozione, dei carcerati trasportati su un pullman, il vagare senza meta della gang e quello di un padre che cerca vendetta nei loro confronti.
I destini di tutti questi personaggi si sovrapporranno durante notte, nel distretto di polizia già abbandonato e teatro dell’assedio che dà il nome al titolo del film.
Da segnalare infine l’avvincente colonna sonora, composta dallo stesso John Carpenter con il sintetizzatore.

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COLLATERAL

DATI TECNICI:

Anno: 2004
Paese di Produzione: Usa
Genere: Thriller
Regia: Michael Mann
Interpreti principali:
Jamie Foxx: Max
Tom Cruise: Vincent
Jada Pinkett Smith: Annie
Mark Ruffalo: Fanning
Javier Bardem: Felix

DATI TECNICI:

Il cinema di Michael Mann, maestro del thriller e del poliziesco, è sempre stato metropolitano, oscuro, affascinante e asciutto al tempo stesso. Tutte caratteristiche che in “Collateral” si compenetrano con una storia avvincente e dal ritmo veloce.
collateralSe un Killer professionista sale sul vostro taxi e vi ordina di portarlo in cinque punti diversi della città per eliminare cinque testimoni di un processo, allora non avete certo tempo da perdere.
Se l’autista del taxi è un ottimo Jamie Foxx, e se il killer è un irriconoscibile Tom Cruise nell’insolito ruolo di “cattivo”, allora la sorpresa è assicurata.
Se la sceneggiatura corre veloce e non ha buchi (la durata del film combacia pressoché con quella degli eventi narrati), allora il risultato è ottimale.
Di Los Angeles Mann ci presenta i lati oscuri, ma anche le luci, le visuali dall’alto che inquadrano il traffico notturno sulle strade colorate, e sopra tutto ciò una sensazione paradossale di calma e di infinità che sembra capace di uscire fuori solamente la notte.
I dialoghi quasi filosofici e mai a caso tra il killer e l’autista del taxi, oltre a creare una sorta di affinità tra due individui così diversi come Max e Vincent, carica il thriller di molti significati.
collateral (1)Mentre ci si poteva aspettare una progressiva identificazione di Max nel killer, assistiamo invece ad una nascosta ammirazione da parte di Vincent nei confronti del tassista dalla vita così banale e ripetitiva, ma ricca di sogni che lui, obbligato alla perfezione minimale nel suo lavoro, non riesce più a fare.
D’altra parte il messaggio di Vincent è uno solo: “carpe diem”, e non è un messaggio così negativo (Tom Cruise non avrebbe mai potuto essere un cattivo a tutto tondo e infatti alla fine il suo personaggio non ispira terrore quanto pietà).
La trama ha due punti focali che spezzano la narrazione e rianimano la storia: la perdita della lista delle vittime da parte di Vincent, e la riapparizione di Annie (Jada Pinkett Smith) verso la fine del film.
Da segnalare infine un’ottima sequenza action (la sparatoria nella discoteca), il camaleontico Mark Ruffalo nei panni pur sempre abituali di poliziotto, un cameo di Javer Bardem nel ruolo del boss del narcotraffico ed uno di Jason Statham nella sequenza iniziale.

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EL MARIACHI

DATI TECNICI:

Anno: 1992
Paese di Produzione: Messico, Usa
Genere: Azione, Drammatico
Regia: Robert Rodriguez
Interpreti principali:
Carlos Gallardo: Mariachi
Reinol Martinez: Azul
Consuelo Gomez: Domino
Peter Marquardt: Moko

RECENSIONE (contiene spoiler):

In un afoso pomeriggio, dei killers si dirigono verso una sperduta prigione della frontiera messicana. La telecamera li segue con movimenti virtuosi mentre scendono dal furgone imbracciando poderose armi da fuoco. All’interno del carcere prigionieri e guardie sono immerse invece in una indolente “siesta”, catturata da primi piani 600px-El_mariachi_1e veloci zoom. Nel frattempo il mandante dei killers, “Moko”, telefona da una ricca villa per assicurarsi che tutto proceda al meglio, le inquadrature si soffermano su veloci primi piani rivolti ai dettagli che dimostrano la ricchezza del narcotrafficante: occhiali da sole, piedi femminili ai bordi di una piscina, pettine che scivola sopra capelli ingellati.
Basterebbe questa memorabile sequenza iniziale a dimostrare la maestria di Rodriguez nel raccontare, qui all’esordio con un film messicano girato a basso costo, il primo di quella che diventerà la “trilogia del Mariachi”.
elmariachiLa qualità c’è tutta e non è ancora intaccata dalla vanità e spregiudicatezza di alcuni lavori successivi del regista.
Ed anche il resto del film è una danza ininterrotta di sinuosi movimenti della telecamera e una miniera di citazioni: Rodriguez attinge con inventiva a piene mani da Leone, Peckhinpah, e chissà quanti altri. L’impatto visivo gradevole è assicurato.
In più, tra bevute di birra che sembrano l’unica oasi in un Messico “caliente” e tra pigri e doppiogiochisti banconisti del bar, l’arma ben più forte dell’ironia.
el mariachi2Presente del resto a partire dal soggetto della storia, incentrato sul più classico dei cliché del cinema, ovvero lo scambio di identità tra persone totalmente differenti.
Rodriguez affronta questo tema in modo divertito e leggero: tanto che anche lo spettatore può rimanere spaesato, senza sapere chi sia veramente “El Mariachi” che dà il titolo al film.
Il pericoloso evaso Azul oppure il giovane e spensierato sognatore giunto nella città di frontiera con una chitarra?
Il primo nasconde nella custodia da Mariachi un incredibile arsenale di svariate armi; il secondo niente più che la chitarra con cui cerca fortuna.
Arte e violenza si confondono emblematicamente, così come divertimento e serietà. Una commedia degli equivoci che prosegue ininterrotta tra sparatorie e momenti di humor.
Ma l’happy end non è affatto assicurato, come trapela da alcuni momenti onirici disseminati lungo la storia che prefigurano il dramma finale: il criminale Azul alla prova dei fatti non si rivelerà poi così cattivo, e l’allegro Mariachi giunto in città nella speranza di un futuro da artista, se ne andrà completamente trasformato e disilluso.

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AMERICAN HUSTLE – L’APPARENZA INGANNA

DATI TECNICI:

Anno: 2013
Paese di Produzione: Usa
Genere: Avventura, Commedia
Regia: David O Russel
Interpreti principali:
Christian Bale: Irving Rosenfield
Amy Adams: Sidney Prosser
Bradley Cooper: Richie Di Maso
Jennifer Lawrence: Rosaline Rosenfield
Jeremy Renner: Carmine Polito

RECENSIONE (contiene spoiler):

“L’apparenza inganna” recita il sottotitolo italiano di questo film: la storia (vera) di una coppia di imbroglioni sfruttati dall’ Fbi ai fini di incastrare grazie alla loro abilità una serie di politici, giungendo addirittura ai membri del Congresso degli Stati Uniti.
American-Hustle2Malgrado alcune situazioni e un paio di dialoghi molto suggestivi – come quello in cui il truffatore Irving Rosenfield si domanda se sia più bravo un vero artista o colui che spaccia un’opera d’arte per autentica quando essa non lo è – dal film non emerge mai un vero e proprio intento di critica sociale: è puro entartainment.
Tanto che la storia raccontata è difficilmente definibile all’interno di un genere.
Film d’avventura o azione perché è un continuo vorticare di colpi di scena, ma non abbastanza action in quanto incentrato principalmente sul profilo psicologico dei personaggi.
Potrebbe allora essere definito un film drammatico poiché il protagonista maestro della truffa rivela avere un’interiorità fragile, senza considerare la difficoltà dei rapporti amorosi che intercorrono tra le due coppie principali; ma l’enorme quantità di situazioni e battute anche divertenti porta il film decisamente più sul lato della commedia.
American Hustle 0Grazie all’aria frizzante e leggera, a tratti contagiosa,  “American Hustle” potrebbe essere definito a tutti gli effetti una commedia, secondo i canoni di quelle classiche  americane; ma anche in questo caso, gli intrecci della trama e dei vari inganni che si realizzano anche attraverso l’uso di flashback e che tengono alta la tensione fino alla fine – malgrado la durata forse eccessiva del film –  impediscono una netta classificazione di genere.
E l’uso quasi parodistico ma sempre efficace dei costumi e della scenografia, volti a rappresentare l’american way of life nel pieno degli anni ’70, confermano la volontà da parte del regista di fare del film una sorta di minestrone post moderno.
images (4)Gli ingredienti di ciò sono mescolati sapientemente da David O’ Russel, grazie all’ausilio di una buona sceneggiatura e soprattutto di un’ottima colonna sonora, che comprende brani di Paul Mc Cartney, David Bowie, Bee Gees ed Elton John i quali aiutano a ricreare al meglio l’ambientazione storica quasi mitizzata in cui si svolge la storia.
Il film annovera un ottimo cast: Christian Bale nei panni del laido e disilluso truffatore con la pancetta fuori e i problemi cardiaci, Bradley Cooper ambizioso e nevrotico agente dell’Fbi, Amy Adams femme fatale della situazione e Jennifer Lawrence donna dietro le quinte ma vero motore dell’azione.
Tutti molto bravi e simpatici, però talvolta i personaggi mi sono sembrati un po’ troppo sopra le righe – forse volutamente? – tanto che ad un certo punto pareva di assistere ad una competizione incrociata tra attori  (con la solita comparsata di Robert De Niro nei panni del mafioso).

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