STALKER

DATI TECNICI:

Anno: 1979
Paese di Produzione: Unione Sovietica, Germania
Genere: Fantascienza, Drammatico, Avventura
Regia: Andrei Tarkovskij
Intepreti principali:
Aleksandr Kajdanovskij: Stalker
Anatolij Solonicyn: Scrittore
Nikolaj Grin’ko: Professore
Alisa Frejndjjk: Moglie dello Stalker

RECENSIONE (contiene spoiler):

“Stalker” è un capolavoro con pochi dialoghi, ma con molto, tantissimo, da dire.
Partendo da un tentativo di analisi tecnica, non si può non notare il granissimo lavoro realizzato dal regista Andrej Tarkovskij.
Ogni singola scena è bellissima, l’uso delle luci, mai forzato ma estremamente efficace, è di una perfezione divina, tanto che pare di guardare un quadro del Caravaggio.
2011-12-10-17-47-38Film datato 1979, Tarkovskij fa un uso della tridimensionalità a fronte del quale il moderno 3D è spazzatura retrograda. Minuscoli fiocchi di neve che si muovono nell’aria, microorganismi presenti nell’acqua che è elemento centrale dell’opera, fonte di vita sotterranea che scorre lentamente negli acquitrini della Russia e dell’Estonia dove fu girato il film.
La lentezza esasperante dei movimenti della cinepresa, oltre a sortire un effetto paradossale di suspense che lascia incollati allo schermo, è capace di ricreare progressivamente un mondo all’interno di ogni singola scena.
Per questo, a titolo di esempio, basti pensare alla lunga e lentissima carrellata sull’acqua vicino a cui è sdraiato lo “Stalker”, mentre per quanto concerne la suspence citiamo la lunga scena in cui uno dei personaggi attraversa un pericoloso corridoio simile ad una fogna denominato “il tritacarne”.
stalker1979rusgeradventOgni sequenza è così un microcosmo da gustare, vedere e respirare. E’ un cinema totale.
La storia raccontata è ancora più affascinante. “Stalker” è la parola con cui viene definita la professione del protagonista della vicenda (interpretato da un intenso Aleksandr Kajdanovskij), un uomo che sceglie di accompagnare degli eletti cercati tra i più autentici e disperati uomini della terra nel viaggio all’interno di un luogo misterioso denominato “La Zona”. Qui un meteorite cadde provocando effetti misteriosi, tanto che “La Zona” fu isolata e delimitata dall’esercito per proteggere gli uomini che osavano addentrarcisi.
stalker-(1979)-large-pictureLa scenografia, tramite il realismo della fotografia e la bellezza delle luci, è semplicemente unica nel rappresentare questo futuro distopico: i protagonisti viaggiano in un mondo in rovina, non tanto lontano da quello in cui viviamo. Dapprima tra edifici fatiscenti e vuoti, periferie industriali degradate e lasciate a se stesse, nella parte iniziale del film, realizzata in uno splendido bianco e nero che vira sul seppiato. Mano a mano che i protagonisti avanzano verso la miracolosa “Zona” ritorna anche il colore in tutto il suo splendore, nell’evidenziare il verde dei prati e della natura in cui è immerso l’edificio abbandonato meta del viaggio. Si tratta di una natura violentata dal passaggio dell’uomo, le cui tracce sono visibili e presenti in ogni inquadratura malgrado il silenzio e il vuoto che regna sovrano e che stalker4rende l’atmosfera ancora più inquietante: residui bellici, rifiuti di ogni genere, lontani segni di vita umana.
Lo “Stalker” riesce a muoversi all’interno di questo universo fantascientifico eppure così vicino alla realtà, proprio perché rispetta la natura, essendo egli una figura quasi mistica, in grado di avere un rapporto di scambio anche fisico con le vibrazioni più autentiche della terra, ovvero “La Zona” e i suoi segreti più intimi. Pur nella grande possibilità che essi danno agli uomini che riescono ad addentrarsi nell’ultima miracolosa stanza dell’edificio, dove pare che sia possibile avverare qualunque desiderio, lo “Stalker” non intende forzare “La Zona” ma assecondarne le regole. Il tarkovsky_stalkerpercorso a cui prendiamo parte è così anche un viaggio nella conoscenza, dove spesso occorre rinunciare, altre volte procedere a caso lanciando dei dadi, altre ancora passare per la strada più lunga nonostante siamo a due passi dall’entrata principale.
L’atmosfera è decisamente suggestiva così come i protagonisti che non hanno un nome – infatti i due uomini che lo “Stalker” accompagna nella “Zona” vengono chiamati “Lo Scrittore” (il bravissimo Anatolij Solonicyn) e “Il Professore” (Nikolaj Grin ko)- perché fanno parte di un disegno più grande, forse divino, espresso dalla maestria di Tarkovskij e attraverso dialoghi tremendamente sinceri e sofferti, che fanno di questi uomini così privi di orpelli da apparire spersonalizzati dei veri e autentici esseri umani, con tutte le loro aspirazioni, limiti e difetti.
a3Come se non bastassero l’estremo rigore della regia e il fascino dell’impianto scenico, la storia avventurosa e gli ingredienti misteriosi disseminati lungo la trama, il finale riesce ancora di più ad emozionare ed è un’esplosione inaspettata di passione. E’ qui che verrà alla luce l’animo profondamente tormentato e ricco d’amore dello “Stalker” e Tarkovskij farà terminare la storia proprio dove l’aveva incominciata, nella povertà estrema e dignitosa della famiglia del protagonista (moglie e figlia, altri interpreti di un film che vede sensazionalmente la presenza di soli sei attori), Qui alla povertà materiale corrisponde una grande ricchezza di spirito, seppure destinata alla sconfitta, se non alla sfera dell’ideale o semplicemente della pazzia.

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LA FORTEZZA

DATI TECNICI:

Anno: 1983
Paese di Produzione: Gran Bretagna
Genere: Fantastico, Avventura
Regia: Michael Mann
Interpreti principali:
Scott Glenn: Glaeken Trismegistus
Alberta Watson: Eva Cuza
Jurgen Prochnow: Capitano Klaus Woermann
Gabriel Byrne: Maggiore Kaempferr
Ian Mc Kellen: Theodor Cuza

RECENSIONE (contiene spoiler):

“La Fortezza”, una delle prime opere di Michael Mann, è un film mediocre, ma decisamente originale ed affascinante per la combinazione e contaminazioni di generi che porta sullo schermo.
La trama è ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, in un paesino sperduto in Romania, dove un plotone di soldati nazisti comandati dal Capitano Woermann (Jurgen Prochnow) si stabilisce presso un’oscura e misteriosa fortezza, enorme e vuoto edificio sconsacrato eppure pieno di croci thekeepmichaelmannluminose. La costruzione è edificata con pilastri più piccoli fuori e più grandi all’interno, come per difendere da un pericolo intestino piuttosto che dall’esterno, e presto capiremo che la ragione di ciò è una forza soprannaturale che abita il luogo e che si manifesta sotto forma di fumo misterioso, portandosi via la vita dei soldati tedeschi che intendano violare l’edificio.
La Fortezza” si presenta così come un interessante connubio tra generi: l’aspetto fantastico con venature horror si incrocia con il contesto storico, la scenografia fumosa ed oscura degli interni si amalgama con la povertà del villaggio dei contadini rumeni, il fascino perverso delle divise della Screen Shot 2013-08-31 at 11.56.10 PMWermacht si confonde con quello dello spirito demoniaco, forza metafisica in grado di guarire i corpi così come di distruggerli. Il paesino sperduto tra le montagne balcaniche può far pensare a Dracula, l’arrivo dei soldati nel luogo nella sequenza iniziale può rimandare invece a una situazione stile “Apocalypse Now”. Suggestioni appena accennate e forse un po’ forzate, eppure confezionate come sempre in maniera ottimale da Michael Mann, grazie anche a un efficace utilizzo del ralenti e a delle splendide luci.
Peccato invece che la sceneggiatura vada scemando verso la banalità, con l’entrata in scena di un vecchio studioso ebreo (Ian Mc Kellen) e di un altro comandante nazista (Gabriel Byrne) i cui metodi spietati genereranno un conflitto con l’ufficiale idealista bene interpretato da Prochnow.
Keep-The-Scott-Glenn-9L’arrivo di un altro enigmatico personaggio, il doppelganger della misteriosa creatura, (interpretato da Scott Glenn) alza leggermente la tensione costringendoci a porci una serie di domande metafisiche circa l’ambigua natura della forza soprannaturale (buona o malvagia?) e confezionando un’intensa storia d’amore impossibile tra l’uomo misterioso e la figlia del dottore ebreo (Alberta Watson).
Nel complesso, “La Fortezza” è un film fantastico e d’avventura gradevole, uno dei primi di Mann e anche del bravo Gabriel Byrne (allora semisconosciuto e relegato ad una parte di contorno), con una buona colonna sonora firmata dai Tangerine Dream.

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LA MORTE CORRE SUL FIUME

DATI TECNICI:

Anno: 1955
Paese di Produzione: Usa
Genere: Drammatico, Avventura
Regia: Charles Laughton
Interpreti Principali:
Robert Mitchum: Harry Powell
Lillian Gish: Rachel Cooper
Shelley Winters: Willa Harper
Billy Chapin: John Harper
Sally Jane Bruce: Pearl Harper

RECENSIONE (contiene spoiler):

“La morte corre sul fiume” è un unicum nella storia del cinema già per il fatto di essere il solo titolo presente nella filmografia di regista dell’attore brittanico Charles Laughton.
la-morte-corre-sul-fiume-scenaInoltre il diabolico protagonista negativo della storia interpretato dal grande Robert Mitchum resterà per sempre impresso nella memoria: il finto predicatore Harry Powell, crudele uccisore di vedove e furbissimo manipolatore di coscienze, con la mano destra e sinistra tatuate da “hate” e “love”.
Ma è la splendida fotografia in bianco nero e lo stile ricercato del regista che fanno di quest’opera un vero capolavoro.
Influenzato dal cinema espressionista tedesco e ispirato da un romanzo di Davis Grubb, Laughton traspone sullo schermo un viaggio on the road lungo il fiume Ohio negli anni Trenta.
Il viaggio è in realtà una fuga, quella dei due piccoli orfani John e Pearl Harper – interpretati magistralmente da Billy Chapin e Sally Jane Bruce (uno dei casi in cui anche le recitazioni dei bambini sono straordinarie) – inseguiti da Harry Powell.
la-morte-corre-sul-fiume-fritz-langIl maniaco omicida è infatti ossessionato dalla ricerca di una grossa somma di denaro che il padre dei due bambini aveva rubato rivelando successivamente ai figli il nascondiglio del bottino.
Per realizzare il suo intento Powell conquista la fiducia della madre dei ragazzi Willa Harper (Shelley Winters) e di tutti gli abitanti riuscendo a creare una sorta di risveglio religioso nella piccola comunità che lo ospita e approfittando di ciò per realizzare meglio la sua opera di persuasione occulta.
L’aspetto di critica sociale nei confronti dei falsi profeti e della stupidità delle folle, così come l’analisi della violenza famigliare sono elementi evidenti, ma pur nella particolarità controversa della figura di Harry Powell, non costituiscono l’aspetto fondamentale del film.
??????????????????????????Dall’omicidio di Willa Harper da parte di Powell in poi assistiamo infatti a una serie di sequenze e inquadrature di rara e unica bellezza.
Attimi estatici come la scena dell’omicidio e il ritrovamento del cadavere si alternano a meravigliosi dipinti di paesaggi naturali quando i due bambini fuggiranno sopra una barca lungo il fiume, accompagnati da rane, conigli e gufi notturni, mentre la cinepresa scivola lungo la corrente meravigliosamente soffermandosi su dettagli come per esempio le alghe acquatiche che si confondono con i capelli di Shelley Winters e inquadrature notturne attraverso la tela di una ragnatela.
the-night-of-the-hunterIl viaggio dei due orfani ha termine tra le amorevoli e forti braccia di Rachel Cooper (Lillian Gish), personaggio introdotto verso la fine del film e idealmente contrapposto al male assoluto rappresentato da Harry Powell.
“La morte corre sul fiume” è un capolavoro da vedere assolutamente lasciandosi trascinare dalla bellezza delle immagini e dalla profondità del racconto, che non scade mai nel banale o nella facile compassione, alternando tra l’altro i generi più distanti tra loro. Thriller a leggere venature horror, racconto di formazione e crescita attraverso l’avventura, favola morale che tracima nella commedia ma che al contempo sa raggiungere alte vette drammatiche e addirittura musical, con il duetto a distanza cantato da Harry Powell e la signora Cooper nel cuore della notte.

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AMERICAN HUSTLE – L’APPARENZA INGANNA

DATI TECNICI:

Anno: 2013
Paese di Produzione: Usa
Genere: Avventura, Commedia
Regia: David O Russel
Interpreti principali:
Christian Bale: Irving Rosenfield
Amy Adams: Sidney Prosser
Bradley Cooper: Richie Di Maso
Jennifer Lawrence: Rosaline Rosenfield
Jeremy Renner: Carmine Polito

RECENSIONE (contiene spoiler):

“L’apparenza inganna” recita il sottotitolo italiano di questo film: la storia (vera) di una coppia di imbroglioni sfruttati dall’ Fbi ai fini di incastrare grazie alla loro abilità una serie di politici, giungendo addirittura ai membri del Congresso degli Stati Uniti.
American-Hustle2Malgrado alcune situazioni e un paio di dialoghi molto suggestivi – come quello in cui il truffatore Irving Rosenfield si domanda se sia più bravo un vero artista o colui che spaccia un’opera d’arte per autentica quando essa non lo è – dal film non emerge mai un vero e proprio intento di critica sociale: è puro entartainment.
Tanto che la storia raccontata è difficilmente definibile all’interno di un genere.
Film d’avventura o azione perché è un continuo vorticare di colpi di scena, ma non abbastanza action in quanto incentrato principalmente sul profilo psicologico dei personaggi.
Potrebbe allora essere definito un film drammatico poiché il protagonista maestro della truffa rivela avere un’interiorità fragile, senza considerare la difficoltà dei rapporti amorosi che intercorrono tra le due coppie principali; ma l’enorme quantità di situazioni e battute anche divertenti porta il film decisamente più sul lato della commedia.
American Hustle 0Grazie all’aria frizzante e leggera, a tratti contagiosa,  “American Hustle” potrebbe essere definito a tutti gli effetti una commedia, secondo i canoni di quelle classiche  americane; ma anche in questo caso, gli intrecci della trama e dei vari inganni che si realizzano anche attraverso l’uso di flashback e che tengono alta la tensione fino alla fine – malgrado la durata forse eccessiva del film –  impediscono una netta classificazione di genere.
E l’uso quasi parodistico ma sempre efficace dei costumi e della scenografia, volti a rappresentare l’american way of life nel pieno degli anni ’70, confermano la volontà da parte del regista di fare del film una sorta di minestrone post moderno.
images (4)Gli ingredienti di ciò sono mescolati sapientemente da David O’ Russel, grazie all’ausilio di una buona sceneggiatura e soprattutto di un’ottima colonna sonora, che comprende brani di Paul Mc Cartney, David Bowie, Bee Gees ed Elton John i quali aiutano a ricreare al meglio l’ambientazione storica quasi mitizzata in cui si svolge la storia.
Il film annovera un ottimo cast: Christian Bale nei panni del laido e disilluso truffatore con la pancetta fuori e i problemi cardiaci, Bradley Cooper ambizioso e nevrotico agente dell’Fbi, Amy Adams femme fatale della situazione e Jennifer Lawrence donna dietro le quinte ma vero motore dell’azione.
Tutti molto bravi e simpatici, però talvolta i personaggi mi sono sembrati un po’ troppo sopra le righe – forse volutamente? – tanto che ad un certo punto pareva di assistere ad una competizione incrociata tra attori  (con la solita comparsata di Robert De Niro nei panni del mafioso).

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AGUIRRE FURORE DI DIO

DATI TECNICI:

Anno: 1972
Paese di Produzione: Germania, Perù, Messico
Genere: avventura, storico, drammatico
Regia: Werner Herzog
Interpreti principali:
Klaus Kinski: Lope de Aguirre
Helena Rojo: Inez
Ruy Guerra: Don Pedro de Ursua
Peter Berling: Don Fernando Guzman

RECENSIONE (contiene spoiler):

“Aguirre furore di Dio” secondo me è il più bel film d’avventura mai realizzato e ne presenta tutti i canoni. Il viaggio alla ricerca dell’Eldorado, lo scontro tra civiltà, la lotta contro la natura, l’ammutinamento dell’equipaggio, la conquista di terre sconosciute, i paesaggi esotici.
Ma ovviamente, trattandosi di un regista documentarista puro come Werner Herzog, siamo realmente nella foresta amazzonica e la macchina da presa a mano ci accompagna letteralmente nel viaggio dei conquistadores alla ricerca del sogno, tra schizzi di fango e di acqua che sporcano la telecamera, zattere che ondeggiano realmente tra le rapide e un sonoro che a mio avviso resta uno dei migliori della storia del cinema: il rumore della foresta.
Al realismo delle immagini si accompagna un’atmosfera onirica, di sospensione, che rende questo film, pur avendo tutti i caratteri del classico film d’avventura, un unicum nel suo genere.
Gli stessi avvenimenti che creano la storia e che ho citato precedentemente accadono quasi per caso, secondo un destino misterioso e ignoto che regna nella natura, tra le foreste e le rapide.

aguirre2L’ammutinamento avviene senza spargimento di sangue, la nomina ad imperatore del pavido Guzman assume un carattere formalistico tra il ridicolo e il patetico, perché un alone di paura continua a serpeggiare anche nelle azioni che sembrano più banali. Don Pedro De Ursua dopo l’ammutinamento diventa quasi un Cristo pensieroso che viene poi impiccato ad un albero, Dona Ines si perde misteriosamente nella giungla finendo come inghiottita nell’oscurità, l’evangelizzazione di padre Gaspar è un puro pro-forma e avviene tramite la spada. Gli indios che attaccano i conquistadores non si vedono mai, il nemico è invisibile ed assume un tratto quasi sovrannaturale, appaiono solo delle frecce dalla foresta e un attimo dopo i componenti della spedizione vengono inquadrati morti, come se fossero delle icone estetiche senza tempo.
Il tempo stesso, dopo la parte iniziale che vede la zattera in balia delle onde, diventa spazio quando nella seconda metà del film l’imbarcazione rimane impantanata sul rio delle amazzoni, senza vento e nella siccità di una terra sconosciuta.
2402406719_3ec40b91a1Il tempo si fa spazio anche nello sguardo attonito di Aguirre e di tutte le ottime comparse, su cui indugia la telecamera di Herzog, mostrandoci chiaramente la verità che rivela la natura: i conquistadores si trasformano in piccoli uomini che vanno incontro ad un destino ignoto, quasi al limite del mistico, nell’immensità di una natura selvaggia e incontaminata.
Tutto assume perciò un significato surreale, onirico, metaforico, come nell’immenso finale dove vediamo una nave sopra a un albero (ma sono i protagonisti a vederla, oppure l’hanno solamente immaginata?).
L’uomo in “Aguirre furore di Dio” e in tutta la poetica di Herzog è un essere allo sbaraglio nel mondo che continuamente cerca di costruirvisi uno spazio. Vedi le magnifiche scene iniziali, dove la telecamera dall’alto riprende la spedizione che arranca sopra sentieri fangosi di montagna, tra cielo e nuvole. Ma i conquistadores in Herzog diventano anche piccoli di fronte all’immensità della natura, popolata da segni misteriosi e da animali selvaggi. 18930519.jpg-r_640_600-b_1_D6D6D6-f_jpg-q_x-xxyxxGli stessi uomini occidentali appaiono come dei selvaggi nelle scene che sottolineano la schiavitù a cui sono sottoposti gli indios, oppure nella bellissima sequenza dello sbarco in un villaggio disabitato. Qua la fame degli uomini li rende simili alle bestie e Herzog pare chiedersi che differenza ci possa essere tra i selvaggi e sconosciuti abitanti del luogo che mangiano i propri consimili e gli uomini di Aguirre che inseguono avidamente un maiale per ucciderlo. Scene stupende che restano nella memoria: come la contemplazione di una farfalla da parte di un uomo dell’equipaggio o il piccolo tasso che viene mostrato amorevolmente da Aguirre a sua figlia, come il cavallo imbizzarrito che viene gettato fuori dalla zattera nell’acqua  o il topo che ruba furtivamente dei cuccioli, ed infine il branco di scimmiette urlanti che compaiono sulla zattera nel finale, dopo che tutti gli uomini sono stati uccisi dagli indios.
00007431_AguirreZornGottes_001-1Tutti eccetto Aguirre, il protagonista; “furore di Dio” perché è l’unico fra tutti i componenti dell’equipaggio ad avere un fine ben più alto rispetto alla mera conquista dell’Eldorado, e per arrivare a quello scopo è disposto a compiere gli atti più brutali ed inumani. E in un racconto che è comunque corale, è grande la prestazione di Klaus Kinski: nella prima parte lo vediamo quasi sempre seduto, pensieroso, silenzioso, oppure muoversi lentamente, con quella camminata così misteriosa, spiegata da Herzog nel documentario “Kinsi il mio più caro nemico”. Nel finale, quando ormai l’equipaggio è allo sbando, incomincia ad essere preda della follia che si rivela nei tratti sofferenti del suo viso; oppure di una più alta verità che vede uomo e natura in armonia, visto che è l’unico a sopravvivere? Epico finale di un grande film da un significato profondo, con grandi musiche dei Popul Vuh.

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AMERICA 1929: STERMINATELI SENZA PIETA’

DATI TECNICI:

Anno: 1972
Paese di Produzione: Usa
Genere: Drammatico
Regia: Martin Scorsese
Interpreti principali:
Barbara Hershey: Bertha Thompson (“Boxcar”)
David Carradine: “Big Bill” Shelly
Barry Primus: Rake Brown
Bernie Casey: Von Morton

RECENSIONE (Contiene spoiler):

Il sottotitolo italiano rende bene l’aspetto pulp di questo che è uno dei primi titoli di Scorsese. Dal punto di vista registico questa è un’opera ancora un pò acerba, a mio avviso inferiore rispetto al sorprendente esordio di “Chi sta bussando alla mia porta?”.
Oltre all’aspetto sanguinolento, il film è anche collocato all’interno di una precisa cornice storica, proprio quell’America della crisi economica del 1929, con le lotte dei sindacalisti nei confronti dei padroni (in questo caso lo scenario è una ferrovia) e con una serie di sbandati e vagabondi che si ritrovano senza casa e all’avventura, incarnando alla perfezione lo spirito “yankee” di avventura, sottolineato dalla colonna sonora di musica tradizionale e country.
Nonostante la cornice storica sia molto ben definita, secondo me il film rimanda soprattutto agli anni in cui Scorsese lo stava girando, cioè gli anni 70.
La protagonista “Boxcar Bertha” (il titolo originale del film, che rende onore alla sua eroina) incarna infatti alla perfezione lo spirito del 68 ed ha il volto smaliziato di Barbara Hershey: ribelle ed anticonformista, dopo la morte del padre si unisce al sindacalista Big Bill Shelly (interpretato da David Carradine, cioé il Bill di “Kill Bill”) ed insieme ad un nero pericoloso e ad un buffo baro ebreo (uno dei personaggi più riusciti, ottimamente interpreto da Barry Primus), comincia a rapinare i treni e a seminare il terrore.
America-1929-Sterminateli-senza-pietà-di-Martin-Scorsese-con-Barbara-Hershey-David-Carradine-Barry-Primus-Bernie-Casey-John-Carradine-sexy-streaming-41Poco importa che Big Bill riservi una grossa quota delle rapine per finanziare le lotte sindacali; l’intento del film non è politico, ma è solo un’incarnazione dello spirito di ribellione generazionale che si trasforma nella celebrazione dell’anarchia, del femminismo e dell’amore libero.
La trama non è altro che un ennesimo risvolto del sogno americano on the road, presenta certe scene molto carine, ma è sicuramente al di sotto dei capolavori di Scorsese. Da un punto di vista registico, si segnala solamente la scena dell’amplesso nel vagone ferroviario, il gioco di luci in un magazzino abbandonato, le classiche sequenze di pestaggi alla Scorsese – violente e realistiche, che qui vedono contrapposti i protagonisti alle forze dell’ordine – e la scena del treno che si porta via il cadavere di Big Bill nel tragico finale.

COBRA VERDE

DATI TECNICI:

DATI TECNICI:

Anno: 1987
Paese di Produzione: Germania
Genere: Drammatico, Avventura
Regia: Werner Herzog
Klaus Kinski: Francisco Manoel da Silva (Cobra Verde)
King Ampaw: Taparica
Jose Lewgoy: Don Octavio Coutinho

RECENSIONE (contiene spoiler):

Il cinema di Werner Herzog è un cinema da vedere. Anche in questo film, contano molto di più le immagini che le parole (poche, a tratti fastidiosamente altisonanti, a tratti molto poetiche).
Anche la storia (tratta dal romanzo di Bruce Chadwin “Il Vicerè del Quidah”) non conta: l’epopea del bandito Cobra Verde, da lavoratore ad omicida, da ladro a guardiano di schiavi in Brasile, fino al suo confino forzato in Africa, dove da trafficante di schiavi guiderà la rivolta di una tribù contro un re malvagio.
Contano solo le immagini, le inquadrature sempre poetiche e realistiche al tempo stesso. I cambiamenti degli eventi che accadono nella vita di Cobra Verde non vengono nemmeno raccontati con la linearità che ho decritto sopra, ma sono solamente accennati da brevi momenti, appaiono quasi isolati l’uno rispetto all’altro, perché quello che conta in Werner Herzog è solamente la natura e, in Cobra Verde più che mai, il destino a cui l’uomo è costretto a soccombere.
“Cobra Verde” on è un classico film d’avventura, nonostante la trama sia effettivamente quella di un film d’avventura; non è nemmeno un film sulla schiavitù, e forse la parte più noiosa del film è proprio quella in cui Cobra Verde guida la rivolta contro il re.
E’ un’opera discontinua, che lascia dei segni, dei cenni sparsi, come nell’enigmatico inizio dove Cobra Verde prega tra le tombe dei suoi antenati, oppure in un episodio di rapina che si trasforma in un ballo sensuale, oppure ancora nell’inquadratura di un nero azzoppato che guarda le scale dove non può salire, nei fermo immagine didascalici dove un anziano brasiliano suona il violino, quando un gruppo di indigene ammiccano ballando ed infine nello splendido poetico finale.
Cobra Verde ha il volto segnato e profondo di un magnifico Klaus Kinski, pupillo di Herzog e qui a mio avviso ancora più bravo rispetto ad “Aguirre furore di Dio” – l’altro capolavoro dell’accoppiata tedesca. Ancora una volta Kinski dà i lineamenti ad un uomo tormentato e sicuramente poco raccomandabile; ma mentre Aguirre era forse guidato verso uno scopo più alto, Cobra Verde non è altro che un assassino, un bandito ed uno squallido schiavista, senza morale nè etica.
Inoltre, mentre Aguirre alla fine del film era l’unico che restava in vita, in piedi sulla zattera padrone della natura ostile nella quale si stava avventurando, qua Cobra Verde deve inevitabilmente soccombere a quella natura che gli uomini della sua stessa razza avevano cercato di dominare, sotto gli occhi tristi ed al tempo stesso altezzosi di un nero deforme, metafora finale del destino tragico che accomuna sotto aspetti diverse il continente bianco a quello africano.
L’atmosfera di sospensione e di attesa di Cobra Verde, costretto ad essere quasi recluso nella sperduta Africa per espiare i peccati commessi in patria, è un destino a cui alla fine il bandito deve soccombere, a nulla valgono i suoi sforzi di lottare, diventando addirittura vicerè della tribù. A Cobra Verde non resterà che arrendersi senza più forze, circondato da un mare selvaggio e senza tempo, che da un lato lo isola e dall’altro gli dà pur sempre un’ultima romantica speranza.