SUSPIRIA

DATI TECNICI:

Anno: 1977
Paese di Produzione: Italia
Genere: Horror
Regia: Dario Argento
Interpreti Principali:
Jessica Harper: Susy Benner
Stefania Casini: Sarah
Alida Valli: Miss Tanner
Miguel Bosè: Mark
Joan Bennett: Madame Blanche

RECENSIONE (contiene spoiler):

Molti film dell’orrore hanno una funzione di puro entertainment giocando con le paure e gli istinti di morte che ciascuno di noi possiede, altri invece hanno la capacità di farci riflettere sulle turbe della psiche umana raggiungendo vette di alta filosofia. “Suspiria” né l’uno né l’altro: è un horror che dovrebbe essere guardato così come si ammira un quadro a una mostra Suspiriad’arte. La trama e la sceneggiatura non offrono infatti spunti degni di nota, ma Argento catapulta lo spettatore all’interno di una cornice estetica talmente curata e barocca da essere essa stessa il contenuto primario dell’opera.
La cultura e la sincera passione del regista nei confronti delle classiche situazioni horror si nota fin dalle prime inquadrature e sarà una costante per tutta la durata del film. Ci sono il castello misterioso nella foresta, la serva rumena, l’angelico bambino silenzioso, lame che luccicano e misteriosi carillon, sagome ed ombre dietro le tende, la pioggia sempre scrosciante, il cameriere deforme e i pipistrelli, ma ciascuno di questi elementi non costituisce altro che un aspetto al fine di alimentare il pathos suggestivo dell’ambiente all’interno della favola gotica costruita dal regista.
argento1Certo è azzeccata la scelta degli interpreti, dal magnetico viso infantile di Jessica Harper alla severità di Alida Valli passando per una bravissima Stefania Casini. Ma il vero punto di forza del film è la sua fotografia, ricca di luci e di tonalità che arricchiscono ogni immagine di un’aura esteticamente abbacinante, dai colori elettrici blu, verdi e rossi che si gettano sui volti dei protagonisti e sui corridoi del castello come pennellate di pittura.
Dunque l’horror in “Suspiria” è tangibilmente presente in ogni inquadratura, e di conseguenza siamo di fronte al paradosso per cui le varie situazioni di tensione e di suspence non fanno praticamente dpKgqvpSdDDd2Hg4rt7I1IKVycQpaura; la scenografia e l’uso dei colori è talmente sopra le righe da rendere anche gli omicidi più efferati quasi innocui. Pur nell’ingegnosità delle situazioni create dal regista, essi non sono altro che parte del flusso narrativo costituito da questa pregevole cornice estetica e ritmato dalla colonna sonora dei Goblin, sensazionali in misura ancora maggiore rispetto al più celebre “Profondo Rosso”, tra accordi di chitarra, carillon, sospiri lamentosi e percussioni africane.
A predominare è la visione, a cui lo spettatore non resta che lasciarsi andare. A questo proposito è interessante notare la dicotomia tra le due protagoniste femminili della storia: la bionda Sarah (Stefania Casini) cercherà per tutto il tempo di scoprire i misteri tenuti segreti dalle rigide insegnanti dell’Accademia presso cui le giovani soggiornano, indagando spinta da una forte volontà e curiosità, e  forse è la vera eroina della storia, ma finirà malissimo. La mora Susy Benner Suspiria-041(Jessica Harper) , se si eccettua il clamoroso finale, non tenta invece mai una ribellione, subendo le decisioni delle insegnanti e rimanendo all’oscuro di tutto; drogata e costretta a letto non è mai parte attiva degli avvenimenti che, al pari dello spettatore, subisce con innocenza mentre si aggira tra i corridoi colorati e tenebrosi del castello.
Da notare, infine, la caratteristica di un horror tutto al femminile: Argento si immerge con sensibilità nel gruppo di studentesse, con una certa dose di critica nei confronti del cameratismo femminile e delle regole a cui le ragazze sono sottoposte dalle ferree insegnanti, ed anche il “nemico” non è maschile, ma è rappresentato delle tenebrose streghe.

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BERLINGUER TI VOGLIO BENE

DATI TECNICI:

Anno: 1977
Paese di Produzione: Italia
Genere: Comico
Regia: Giuseppe Bertolucci
Interpreti principali:
Roberto Benigni: Mario Cioni
Alida Valli: la madre
Carlo Monni: Bozzone

RECENSIONE (contiene spoiler):

La prima apparizione cinematografica di Benigni è molto lontana dall’immagine nazionale dell’attempato comico che oggi recita Dante. “Berlinguer ti voglio bene” è infatti un film decisamente sboccato. Ma l’attore e i suoi comprimari fanno della volgarità una vera e propria cifra stilistica. Dilagano così i tipici topos della comicità toscana più sanguigna: sesso, masturbazione, maschilismo, religione, coprofilia.
Giuseppe Bertolucci, fratello del rinomato Bernardo, ammanta tutto ciò di un senso politico, come d’altronde indica già il titolo del film; che attraverso la comicità spinta dei suoi protagonisti, si trasforma in una vera e propria riflessione quasi filosofica sul tema del materialismo e sul complesso d’Edipo.
I dialoghi e le battute volgarissimi ma mai a caso e sempre spassosi, non esprimono altro che la realtà. Ma la realtà del Mario Cioni interpretato da Benigni è l’espressione più ampia di un disagio sociale ed esistenziale.
hqdefaultCioni fa il muratore e vive in una modesta casa di campagna, passando le proprie giornate tra bighellonate con gli amici nei cinema a luci rosse e dialoghi con il burattino del suo campo – da lui trasformato in Enrico Berlinguer.
E qui c’è la politica: memorabile il discorso sul comunismo, paragonato da Benigni all’atto della prima masturbazione.
Inoltre Cioni ha una vita sessuale molto frustrata dalla presenza della dispotica e cattolica madre (una formidabile Alida Valli, che si trasforma in una vera e propria macchietta comica). E’ sintomatico il fatto che quando egli riesce ad abbordare una donna ballando al liscio, debba subito abbandonare l’impresa, sconvolto dalla (falsa) notizia della morte della madre – scherzo micidiale degli amici di Cioni attorno a cui ruota tutta la prima parte del film.
Così nella seconda parte del film qualunque tentativo di instaurare un rapporto con una donna naufraga miseramente: prima il fallito fidanzamento combinato dalla madre con una zoppa, poi la conoscenza con due donne volgari in una discoteca, quella con due studentesse impegnate in politica e addirittura l’incontro con una prostituta (altro monologo memorabile di Benigni), sfociano nell’insuccesso; e qui è evidente tutta la sfera psicologica dell’Edipo.
Questi due aspetti si uniscono nel linguaggio sboccato di Benigni, che riesce a bestemmiare e a dire insulti per dieci minuti di fila mentre la telecamera accompagna la camminata del Cioni lateralmente, in mezzo ai campi mentre cala la sera, in un disperato inno alla carne, alla sensualità e alla natura.
berlinguer-ti-voglio-beneE l’emancipazione, sia sessuale che sociale, non ha alcuno sbocco se non quello del linguaggio: che si fa così fine a se stesso, prigione, bestemmia, espressione di una rivolta mai nata e che si attorciglia su se stessa. Un linguaggio che diviene  tragi-comico.
Ma un linguaggio capace anche di riflessioni ironiche ed intelligenti sull’esistenza quotidiana e sulla vita, sulla povertà (la memorabile poesia recitata da Carlo Monni: “noi semo quella razza”), sulla morte e su dio (il monologo di Benigni nel sottopasso).
Bertolucci poi fotografa saggiamente ciò che è la cornice naturale di questo linguaggio: la provincia (le campagne e i paesotti della provincia di Prato, i casolari e le autostrade), aggiungendoci ironiche ed amare riflessioni sulle discriminazioni razziali e sulla morte (i brevi incontri di Benigni con un omosessuale e con un malato di cancro), e una critica velenosa al provincialismo comunista tipicamente tosco-emiliano (il satirico congresso finale).
Detto di un memorabile Benigni, un po’ bambino e un po’ cattivo, ma infine sempre sconfitto, e di Alida Valli, il motore dell’azione si rivela alla fine della storia essere il comprimario Carlo Monni, che nella parte del virile e sanguigno Bozzone rappresenta tutto ciò che Mario Cioni vorrebbe essere e non è. Tanto che l’amaro finale ci mostrerà proprio l’imminente matrimonio tra Bozzone e l’amata madre di Cioni.

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