LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI

DATI TECNICI:

Anno: 1968
Paese di Produzione: Usa
Genere: Horror
Regia: George A. Romero
Interpreti principali:
Duane Jones: Ben
Judith O’Dea: Barbara
Karl Hardman: Harry Cooper
Marilyn Eastman: Helen Cooper

RECENSIONE (contiene spoiler):

“La notte dei morti viventi” è il capostipite del moderno film horror, sia per quanto riguarda i contenuti, sia esso inteso come prodotto da consumare sul mercato. Infatti dall’anno della sua uscita – 1968 – ai numerosi horror che vengono presentati ogni anno, pare talvolta che siano stati compiuti pochi passi in avanti dal punto di vista qualitativo. E’ per questa ragione che dal classico di George A. Romero non si può prescindere e il film è più che mai attuale malgrado il suo bianco e nero.
dead1La storia presenta già la struttura e i cliché che diverranno tipici con il tempo: da un lato c’è un gruppo variegato di personaggi qualunque, mediocri e senza alcun appeal, e dall’altro una pericolosa e sconosciuta ma altrettanto impersonale minaccia esterna (che siano zombies o altro, poco importa ai fini della storia, l’importante è che siano cattivi e facciano paura).
In seguito allo spaesamento iniziale, segue una situazione di stasi: nel film di Romero il gruppo di sopravvissuti si ritrova prigioniero all’interno di un’abitazione di campagna; le differenti personalità si scontrano e atti di solidarietà si alternano agli inevitabili conflitti tra i vari personaggi.
05Mentre la prima parte del film – con l’assalto degli zombies al cimitero e la fuga della ragazza nella casa – è perlomeno interessante, i dissidi che nascono tra i personaggi appaiono forzati; demerito della sceneggiatura, ma anche la regia da metà storia in poi ci regala ben poche sorprese. Alla povertà di mezzi scenici (come detto, gran parte della storia è ambientata all’interno di una casa) e di budget (attori sconosciuti) sopperisce la qualità degli effetti speciali che all’epoca fu disturbante e resta tutt’oggi molto buona, con l’aggiunta di una lunga sequenza splatter dove la cinepresa indugia sul “banchetto” degli zombies.
zombie-18-Ma l’aspetto decisamente più interessante del film è tanto poco horror quanto politico – lo zombie incarna il nemico comunista in epoca di guerra fredda? oppure il dramma del vietnam? – e fantapolitico, perché i protagonisti tentano di apprendere le ragioni della minacciosa epidemia, ma le strategie governative e le informazioni restano evasive, contraddittorie e danno adito ai presupposti per un controllo totale della popolazione. Il limite di ciò è che le lunghe scene ritraenti i servizi televisivi e radiofonici a cui i superstiti assistono impotenti, alla lunga sono parecchio noiose. A nulla vale anche un tentativo di fuga finito male per aumentare il ritmo; occorrerà attendere l’assalto finale degli zombies perchè la tensione si possa alzare nuovamente. Le conseguenti trasformazioni delle vittime sfoceranno in un’orgia di morte in grado di dissolvere anche i legami famigliari più stretti: moglie-marito, fratello- sorella, fino a giungere al matricidio, anche le strutture basilari crollano, il caos è totale e primordiale.
nightofthelivingdeadLa scena finale, crudamente sardonica, lascia nello spettatore un inaspettato sentimento di grande amarezza evidenziato dai fotomontaggi realistici con cui si chiude il film; è il colpo di scena di una sceneggiatura un po’ fiacca, l’idea geniale che vale la visione dell’opera, nonché un ultimo chiaro riferimento politico. Grazie al finale nichilista è chiaro che l’horror di Romero non intende trasmettere tanto suspence e paura quanto una nuova e sottile inquietudine, in grado di raccontare al meglio le nuove ansie dell’epoca contemporanea.
“La notte dei morti viventi” ha tutti i suoi limiti, ma è sicuramente coraggioso, a partire anche dalla scelta dell’unico protagonista positivo della storia, il nero interpretato da Duane Jones, scritturato unicamente in base ai propri meriti e non allo scopo apposito di interpretare un uomo di colore, come era avvenuto fino ad allora nel cinema americano.

La-notte-dei-morti-viventi-banner

POSSESSION

DATI TECNICI:
Anno: 1981
Paese di Produzione: Germania Ovest, Francia
Genere: Horror, Grottesco, Drammatico
Regia: Andrzej Zulawski
Interpreti Principali:
Isabelle Adjani: Anna/Helen
Sam Neill: Mark
Heinz Bennent: Heinrich
Margin Carstenen: Margrit Gluckmeister
Johanna Hoffer: Madre di Heinrich

RECENSIONE (contiene spoiler):

Film insolito e disturbante, “Possession”, nonostante sia piuttosto datato, risulta ancora oggi essere un horror di qualità; anche se la parola horror è abbastanza limitativa e forse poco si addice alla complessità della storia in questione.
possession-bedIl regista Andrzej Zulawski in fondo non ci propone altro che il più classico dei temi in grado di minare la stabilità di un nucleo famigliare: il triangolo amoroso. Eppure concentrandoci su questo contenuto e sulle drammatiche conseguenze e nevrosi che esso comporta, saremmo ancora lontani dal cogliere l’essenza contraddittoria del film.
Il fatto è che il dramma, prima ancora che nella storia, si svolge tutto all’interno della mente dei protagonisti: la stupenda tumblr_mawxv4wR3Q1qd8uxio1_1280Isabelle Adjani che vinse il premio come migliore attrice protagonista a Cannes nel ruolo di Anna e l’altrettanto e soprendentemente bravo Sam Neill (il marito di lei, Mark).
La regia vorticosa (quasi sempre camera a mano) sfrutta fino allo sfinimento la corporeità dei due protagonisti, a cui è richiesta una serie di movimenti ossessivi che ben rendono l’idea della nevrosi isterica in cui può cadere una qualunque coppia borghese in seguito a un’infedeltà.
Malgrado la presenza di elementi splatter e misteriosi accanto a quelli quotidiani, è come se l’horror si svolgesse tutto all’interno di questi corpi letteralmente posseduti dalla pazzia (da qui il titolo del film). I due protagonisti non stanno mai fermi: si dondolano sulla sedia, ruotano su se stessi, hanno crisi isteriche, sembrano in balia di una danza mistica anche quando si possession1picchiano, accendono e spengono compulsivamente le luci di una stanza, fino a giungere alla scena clou e splatter della metropolitana, in cui Isabelle Adjani si dimena urlando per tre insostenibili minuti.
Gli unici momenti in cui i protagonisti riescono a trattenere e fermare la loro ansia sono racchiusi in brevi primi piani sul volto della Adjani, che sembra rivolgersi attonita e sgomenta direttamente allo spettatore aumentando uno straniante senso di sacralità.
Lentamente scopriremo che la “possessione” di cui è preda la donna è quella di un essere mostruoso e polipesco che lei stessa ha creato e con cui pare tradisca sia il marito che l’amante.
Eppure, all’interno di una trama portata alle estreme conseguenze possession-meatcosì tanto da apparire talvolta assurda, questa creatura potrebbe rappresentare nient’altro che la follia della donna, oppure quella del marito che, come capiremo nel finale, è sotterraneamente pronta ad esplodere. Infatti, il punto di vista principale da cui assistiamo alla pazzia di Anna è quello del marito. Ma ad una seconda visione del film, analizzando elementi contraddittori sparsi confusamente all’interno della sceneggiatura, scopriamo che l’essere malvagio potrebbe essere invece proprio Marc. Soprattutto grazie al finale sorprendente, in cui entrano in gioco anche i “doppelganger” della coppia, realizziamo che l’intera vicenda potrebbe essere nient’altro che la genesi mentale allucinata di un fatto di cronaca nera.
possession3Sono solamente ipotesi circa le numerose suggestioni visive che Zulawski ci lascia, alcune delle quali muovono verso lo splatter attraverso una fotografia ricca di colori volutamente forti ed aggressivi, come nelle due scene in cui gli investigatori privati scoprono il mostro nell’appartamento o in quella dello squallido omicidio dell’amante all’interno di un bagno pubblico.
Ma il vero punto di forza di un film dall’impatto visivo così devastante è la sceneggiatura, firmata anch’essa da Zulawski: i dialoghi profondamente sofferti sull’esistenza di dio e del male si alternano a banalità ed isterie di vita quotidiana, contribuendo ad alimentare lo stupendo clima grottesco che domina interamente la pellicola.
Possession-1981-Sam-Neill-Berlin-wallIl film lascia comunque adito a numerose interpretazioni e molte cose restano ancora nel mistero, come alcune figure secondarie (la vecchia madre dell’amante, la donna dalla gamba ingessata, la spia dai calzini rosa, i misteriosi datori di lavoro di Marc).
Infine, la scelta della location, una fredda Berlino divisa dal muro, e i soldati che spiano con il binocolo al di là del muro verso la casa della coppia, contribuisce a creare ulteriormente mistero intorno alla vicenda. Anche se l’unione di un dramma famigliare psicologico con l’horror e con elementi estetici mutuati dalle spy-story degli anni 70′ sfiora in certi punti l’orlo del kitsch, è un “pastiche” che resta comunque decisamente affascinante.

RPa2C

CONFESSIONS

DATI TECNICI:

Anno: 2010
Paese di Produzione: Giappone
Regia: Tetsuya Nakashima
Interpreti Principali:
Takako Matsu: Yuko Morigushi
Yukito Nishii: Shuya Watanabe
Kaoru Fujiwara: Naoki Shimomura
Ai Ashimoto: Mizuki Kitahara

RECENSIONE (contiene spoiler):

Film di grande impatto visivo, “Confessions” raggiunge vette di raffinata bellezza; il regista Tetsuya Nakashima confeziona un prodotto esteticamente perfetto. Ogni sequenza, inquadrata nella sua forma ricca di colori e di prospettive tridimensionali, potrebbe benissimo essere un videoclip musicale: vedasi l’ultima mezz’ora, che comprende colonna sonora dei Radiohead e l’esplosione di un ordigno segmentata in migliaia di frammenti – che diviene visivamente una deflagrazione cosmica del cuore spezzato del protagonista.
eGw0bHVzMTI=_o_-confessions-2010-trailer-nakashima-tetsuya-thats-the-La bellezza patinata delle immagini di “Confessions” si sposa con la storia tratta dall’omonimo romanzo giapponese di Kanae Minato.
La sceneggiatura si presenta ricca di colpi di scena, seguendo un’idea del tutto particolare, poiché nel corso della storia vengono presentati diversi eventi, da prospettive differenti a seconda dei protagonisti che la vivono.
Il regista non intende con ciò ingannare l’occhio dello spettatore, perché la crudezza della storia – che ruota intorno a un insensato omicidio di una bambina innocente da parte di due giovanissimi studenti – non lascia spazio ad alcuno spiraglio di speranza o fraintendimento. A finire ingannati sono soltanto i protagonisti, in primo luogo i due confessionsragazzini-assassini che subiranno la vendetta della madre della bimba, loro insegnante di scuola media.
I primi quindici minuti del film introducono proprio l’ultima lezione tenuta dall’insegnante Yuko Moriguchi, e sono quanto di più incalzante abbia mai trovato ultimamente: tra ralenti, montaggi alternati e musica sempre più crescente nel sottofondo, la donna rivelerà all’intera classe l’omicidio commesso, l’identità degli assassini (che, essendo minorenni, non possono essere perseguiti dalla legge) e la manifesta volontà di vendetta nei loro confronti.
vlcsnap-2011-01-28-17h13m00s218Questa scena memorabile sembra il prologo infinito della storia; invece al termine della sequenza compare la scritta “Confession 1: Yuko Moriguchi”. Scopriamo così che questa è solamente la prima delle “Confessioni” fatte dai protagonisti della vicenda e su cui è strutturata l’elaborata sceneggiatura della pellicola. Confessioni quali punti di vista che si intersecano dinamicamente relativi a un unico terribile evento, di cui scopriamo lentamente le cause e le conseguenze. Tale struttura narrativa decostruisce completamente la concezione del tempo; anche i primi confessions-movie-review-3piani dei cieli che mutano colore e di uno specchio stradale – che si ripetono spesso nel corso della storia – non sono altro che finti segnali di stabilità, fino a giungere all’orologio con le lancette che si muovono all’incontrario nel tragico epilogo.
Il film sembra situarsi anche sulla scia dei manga, poiché analizza con estrema sensibilità le problematiche sociali dei giovani nella società giapponese, protagonisti indiscussi della storia. Il regista affronta tutto ciò con grande trasporto ma anche con estrema freddezza nei confronti di una gioventù nichilista e problematica a fronte della quale la figura dell’insegnante sembra essere quella di un’implacabile Nemesi.

Confessions_Kokuhaku-_21

IL PIANISTA

DATI TECNICI:

Anno: 2002
Paese di Produzione: Regno Unito, Francia, Germania, Polonia
Genere: Storico, Drammatico
Regia: Roman Polanski
Interpreti Principali:
Adrien Brody: Wladyslaw Szpilman
Thomas Kretschmann: Capitano Hosenfeld
Ed Stoppard: Henrik
Frank Finlay: Il padre
Maureen Lipmann: La madre

RECENSIONE (contiene spoiler):

In parte autobiografico (l’infanzia ebraica del regista nel ghetto) e in parte biografico (la storia vera del protagonista,Wladyslaw Szpilman ) , “Il pianista” di Roman Polanski si immerge nel periodo più buio della storia europea, narrandoci il dramma della Shoah. ùSiamo ben lontani dallo Spielberg di “Schindler’s list” e dal rischio hollywoodiano di ridurre ogni aspetto della vicenda ad una distinzione manichea tra bene e male.
Nel protagonista, interpretato magistralmente da Adrien Brody, è assente infatti qualunque tipo di eroismo. Mentre all’inizio del film, con la persecuzione nazista già in corso, lo vediamo distratto da sterili sogni d’amore, mano a mano che gli eventi precipitano si trova suo malgrado costretto ad essere nient’altro che una preda impaurita.
the_pianist_2002_celebrating_new_yearsIl paradosso è che sarà proprio la sensibilità artistica del protagonista a salvarlo anche nelle situazioni più tragiche, lasciando all’amore del pianista per la musica – sempre presente, anche nella sua assenza e nella sua impossibilità di essere eseguita – un messaggio di vera poesia e di profonda speranza.
La narrazione delle vicende del protagonista procedono di pari passo con una minuziosa ricostruzione storica delle vicende vissute dalla città di Varsavia durante l’invasione nazista , attraverso piccole scene di vita quotidiana (gli stratagemmi per ottenere un po’ di cibo, le armi lanciate di nascosto dall’altra parte del muro del ghetto) e tramite grandi affreschi di un’epopea storica come nella scena dell’evacuazione del ghetto e della deportazione Screenshot - 2_24_2013 , 11_56_36 PMdegli ebrei; sequenze che lasciano il segno e che tolgono il fiato grazie al realismo della fotografia. Il regista è capace di regalarci emozionanti prospettive come quando Brody scavalca un muro e la cinepresa ci mostra progressivamente la devastazione della città completamente ridotta in macerie.
Della Shoah Polanski ci mostra la progressiva disumanizzazione delle vittime, osservando le crudeltà dei carnefici con una certa distanza (gran parte delle scene di omicidi e di guerra sono viste dal protagonista dall’alto di finestre che danno sulla strada), tratteggiando vagamente anche punti di vista molto diversi tra loro (l’ebreo che ha perso la fede in dio, il proletario socialista, l’ufficiale nazista disilluso verso la propria causa), ma non abbandonando mai la prospettiva del pianista, perennemente in fuga dal pericolo.
The Pianist Warsaw PolanskiNella denuncia della disumanizzazione e della ghettizzazione, insieme a Brody anche gli appartamenti e i svariati rifugi di cui egli si serve sono i protagonisti della storia. Anche all’interno di questo affresco storico tornano così i luoghi cari al cinema di Polanski: lo spaesamento dell’emarginato errante, il valore affettivo nei confronti degli oggetti quotidiani, il calore di una casa costantemente minacciato dall’esterno, fino alla progressiva alienazione del suo abitante.

Il_pianista_(2002)

THE BLACK DAHLIA

DATI TECNICI:

Anno: 2006
Paese di Produzione: Usa, Germania
Genere: Thriller, Drammatico
Regia: Brian De Palma
Interpreti Principali:
Josh Hartnett: Dwight Bleichert
Aaron Ekcart: Lee Blanchard
Scarlett Johansonn: Kay Lake
Hilary Swank: Madaleine Linscott
Mia Kirshner: Elizabeth Short
Fiona Shaw: Ramona Linscott

RECENSIONE (contiene spoiler):

Dall’omonimo romanzo di James Ellroy, De Palma ricostruisce fedelmente la storia di due poliziotti nella Los Angeles degli anni 40′, ispirata dal romanziere al celebre e irrisolto caso reale di cronaca nera riguardo l’omicidio di Elizabeth Short, trovata brutalmente fatta a pezzi in un campo.
black-dahlia-6Brian De Palma in seguito ai capolavori degli anni 80’ci ha abituato a risultati minori, eppure il regista ha il merito di avere esplorato generi diversi tra loro, lasciando tuttavia sempre la propria impronta personale, attraverso il suo stile peculiare.
In questa pellicola De Palma sale in cattedra molto lentamente, possiamo godere del suo marchio di fabbrica soltanto a metà del film, nella scena dell’attentato ad uno dei due poliziotti: ombre 2006_the_black_dahlia_007che appaiono e si dileguano, scale a chiocciola e alta tensione.
Si tratta soltanto di episodi isolati, all’interno di una storia che si fa avvincente molto lentamente, anche se dotati di una certa inventiva. Per esempio, nel mezzo di una scena d’azione, la cinepresa di De Palma stacca improvvisamente salendo lentamente sopra il tetto della casa vicino a cui avviene la sparatoria, mostrandoci una donna che si mette a correre dopo aver ritrovato il cadavere di Elizabeth Short. Attraverso un solo movimento il regista riesce a mostrarci due azioni all’interno di un unico campo visivo, e al tempo stesso in quella che sembrava una banale storia di poliziotti entra in gioco il caso di cronaca nera.
20092.0.570.359La vita dei due agenti di polizia verrà infatti sconvolta dalla brutalità di questo delitto e lo squallore della vicenda, evidenziata prima su nastro dai provini cinematografici a cui la giovane vittima si prestava, e successivamente nell’oscuro finale attraverso un buon montaggio alternato.
Tra i due poliziotti, Josh Hartnett si impegna con buoni risultati nel tratteggiare Dwight Bleichert, diviso tra due donne e tradito da un’amicizia, mentre Aaron Eckhart è forse troppo sopra le righe nella parte dell’irascibile Lee Blanchard, e uscirà di scena molto presto ricomparendo solamente in seguito attraverso alcuni flashback.
Film Title: The Black Dahlia.L’atmosfera, grazie anche alla scenografia e ai costumi, è tipicamente noir, e in una storia del genere non poteva di certo mancare la presenza di due femmes fatales: Scarlett Johansonn nei panni di Kay Lake, ex prostituta moglie del poliziotto e soprattutto Hilary Swank, sorprendentemente perversa nel ruolo di Madeleine Scott, la sosia di Elizabeth Short.
La trama ha un bell’intreccio che viene svelato nel finale, ripagando lo spettatore per la pazienza e, all’interno di una storia così drammatica e passionale, presenta anche un momento di humor nero nella cena presso i ricchi e demenziali parenti di Madeleine Linscott.

the_black_dahlia16

LA FORTEZZA

DATI TECNICI:

Anno: 1983
Paese di Produzione: Gran Bretagna
Genere: Fantastico, Avventura
Regia: Michael Mann
Interpreti principali:
Scott Glenn: Glaeken Trismegistus
Alberta Watson: Eva Cuza
Jurgen Prochnow: Capitano Klaus Woermann
Gabriel Byrne: Maggiore Kaempferr
Ian Mc Kellen: Theodor Cuza

RECENSIONE (contiene spoiler):

“La Fortezza”, una delle prime opere di Michael Mann, è un film mediocre, ma decisamente originale ed affascinante per la combinazione e contaminazioni di generi che porta sullo schermo.
La trama è ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, in un paesino sperduto in Romania, dove un plotone di soldati nazisti comandati dal Capitano Woermann (Jurgen Prochnow) si stabilisce presso un’oscura e misteriosa fortezza, enorme e vuoto edificio sconsacrato eppure pieno di croci thekeepmichaelmannluminose. La costruzione è edificata con pilastri più piccoli fuori e più grandi all’interno, come per difendere da un pericolo intestino piuttosto che dall’esterno, e presto capiremo che la ragione di ciò è una forza soprannaturale che abita il luogo e che si manifesta sotto forma di fumo misterioso, portandosi via la vita dei soldati tedeschi che intendano violare l’edificio.
La Fortezza” si presenta così come un interessante connubio tra generi: l’aspetto fantastico con venature horror si incrocia con il contesto storico, la scenografia fumosa ed oscura degli interni si amalgama con la povertà del villaggio dei contadini rumeni, il fascino perverso delle divise della Screen Shot 2013-08-31 at 11.56.10 PMWermacht si confonde con quello dello spirito demoniaco, forza metafisica in grado di guarire i corpi così come di distruggerli. Il paesino sperduto tra le montagne balcaniche può far pensare a Dracula, l’arrivo dei soldati nel luogo nella sequenza iniziale può rimandare invece a una situazione stile “Apocalypse Now”. Suggestioni appena accennate e forse un po’ forzate, eppure confezionate come sempre in maniera ottimale da Michael Mann, grazie anche a un efficace utilizzo del ralenti e a delle splendide luci.
Peccato invece che la sceneggiatura vada scemando verso la banalità, con l’entrata in scena di un vecchio studioso ebreo (Ian Mc Kellen) e di un altro comandante nazista (Gabriel Byrne) i cui metodi spietati genereranno un conflitto con l’ufficiale idealista bene interpretato da Prochnow.
Keep-The-Scott-Glenn-9L’arrivo di un altro enigmatico personaggio, il doppelganger della misteriosa creatura, (interpretato da Scott Glenn) alza leggermente la tensione costringendoci a porci una serie di domande metafisiche circa l’ambigua natura della forza soprannaturale (buona o malvagia?) e confezionando un’intensa storia d’amore impossibile tra l’uomo misterioso e la figlia del dottore ebreo (Alberta Watson).
Nel complesso, “La Fortezza” è un film fantastico e d’avventura gradevole, uno dei primi di Mann e anche del bravo Gabriel Byrne (allora semisconosciuto e relegato ad una parte di contorno), con una buona colonna sonora firmata dai Tangerine Dream.

La-fortezza-1983

FARENHEIT 9/11

DATI TECNICI:

Anno: 2004
Paese di Produzione: Usa
Genere: Documentario
Regia: Michael Moore

RECENSIONE (contiene spoiler):

Il genere documentaristico ha la capacità di farci riflettere circa la distinzione tra finzione e realtà, a quanto i due ambiti possano apparire interscambiabili, e malgrado la minore attrattiva rispetto ad altri generi, apre spesso anche nuove e inesplorate frontiere per il cinema.
In questo caso, il pluripremiato documentario di Michael Moore è strutturato proprio come se fosse un film. L’amministrazione Bush e, più in generale, le forme nascoste a doppia faccia del potere, sono bersaglio della denuncia del regista e il film si apre con i fuori onda di Fahrenheit_9-11personaggi quali Bush, Condoleeza Rice e Colin Powell, nei quali i volti ora sardonici ora ansiosi dei politici vengono truccati prima di apparire in tv a sciorinare falsi sorrisi, mentre al termine del film – che si chiude così secondo una struttura circolare – lasciano vuote le poltrone del potere allontanandosi dallo schermo.
Dopo questo prologo, in cui la voce narrante di Moore indica esplicitamente l’oggetto della sua critica, e come indica il titolo (11/9), siamo portati nel pieno dell’evento epocale, ovvero quell’Undici Settembre 2001 che sconvolse l’America. Ma “Farenheit 9/11” non è un banale documentario sull’attacco alle Torri Gemelle; infatti Moore ha l’idea geniale di lasciare lo schermo nero per un paio di minuti, lasciandoci in sottofondo esclusivamente i suoni dell’immane tragedia, con il duplice effetto di non cadere nel patetico e al tempo stesso di chiarire quanto quest’evento sia stato di fondamentale importanza per la storia contemporanea e non solo per gli Stati Uniti, trasponendolo perciò oltre il dominio dell’immagine e facendogli assurgere una valenza storica e quasi metafisica.
thumbIl film prosegue con l’accurata denuncia di Moore, dai brogli presidenziali che hanno portato all’elezione di Bush alla campagna contro il terrorismo. Il regista infierisce in più di una circostanza sul suo bersaglio sottolineandone l’incapacità, attraverso un montaggio alternato davvero ben fatto, utilizzando più volte l’arma dell’ironia in modo esilarante, come quando l’amministrazione Bush viene rappresentata sulla falsa riga del western “I magnifici sette” oppure quando vengono esemplificati i grotteschi effetti del “Patriot Act”, ovvero delle misure prese dal governo contro il terrorismo dopo l’attacco alle Twin Towers.
Le indagini di Moore non sono fantapolitica, e la parte successiva del documentario, incentrato sulla guerra in Iraq, è esemplare del più crudo e spietato giornalismo di guerra, contenendo inoltre un’alta dose di tensione drammatica.
In questa fase si analizza il reclutamento e si ascoltano le opinioni delle giovanissime reclute, proprio come un qualunque classico film di guerra potrebbe realizzare.
fahrenheitLa parte finale, dove Moore batte un po’ troppo il tasto sul patriottismo, è quella meno interessante del film; qua il regista stesso entra in scena insieme alla madre di un caduto in Iraq chiedendo giustizia direttamente al Campidoglio. Mentre precedentemente il documentario aveva un andamento oggettivo e inconfutabile, dal quale scaturiva l’indagine volta a rendere evidenti gli intrighi del potere, ma al contempo era dominato da una leggera ironia che si traduceva in un andamento perfetto, il finale inclina maggiormente verso il patetico e la denuncia televisiva di quart’ordine.
Ma anche quest’aspetto, più profondamente umano, è di fondamentale importanza per la denuncia sociale di “Farenheit 9/11”, come indica il titolo e la citazione finale, debitrice di Orwell.
Vedere o rivedere questo film alla luce dei fatti attuali, dà inoltre adito a nuove e sempre insolute domande di fronte al destino della storia.

trailer-photo

HARDCORE

DATI TECNICI:

Anno: 1979
Paese di Produzione: Usa
Genere: Drammatico
Regia: Paul Schrader
Interpreti principali:
George C. Scott: Jake Van Dorn
Peter Boyle: Andy Mast
Season Hubely: Niki
Gary Graham: Tod

RECENSIONE (contiene spoiler):

Lo sceneggiatore di “Taxi Driver” Paul Schrader prosegue idealmente il viaggio notturno e allucinato raccontato da Scorsese in quel film, portandoci nei meandri più oscuri del sesso alla regia di un film dall’emblematico titolo: “Hardcore”.
cscotthardcoreLa storia è quella di un maturo e tranquillo imprenditore, Jake Van Dorn, che deve ritrovare la giovane figlia scomparsa in seguito a un convegno religioso fuori porta a cui si era recata.
La particolarità della situazione è data dal fatto che l’uomo è un fervente e praticante calvinista, mentre poco a poco scopriremo che la figlia è svanita perché finita nel giro dell’industria porno.
Gli effetti collaterali di tale contraddizione sfoceranno nel dramma, e attraverso l’ostinazione con cui Jake vorrà riportare con sé la propria figlia egli verrà a contatto con un mondo sconosciuto, per cui dovrà addirittura fingere di essere un aspirante produttore di film hard.
hardcore2Gran parte della pellicola si regge tutta sulle spalle robuste di George C. Scott e della sua intensa interpretazione di Jake.
Ma la contraddizione (in parte autobiografica considerando la personalità del regista) tra la religiosità dell’uomo e la sessualità spinta del microcosmo descritto, riesce ad ottenere in più parti un risultato quasi comico e grottesco.
Paul Schrader descrive senza empatia la fiorente industria porno americana nella California degli anni ’70-’80, soffermandosi su tutta una serie di servizi che vengono offerti da prostitute di ogni genere, evidenziando perciò il lato meccanico della sessualità pagata e indulgendo sulla povertà e sulla costrizione subita da donne che non hanno altri mezzi per guadagnarsi da vivere.
hardcore2 (1)Al tempo stesso vengono descritti gli aspetti molto fantasiosi e creativi, dall’amaro retrogusto comico, con cui nei vari locali dove Jake svolgerà le ricerche della figlia vengono proposte attrazioni in grado unicamente di spillare soldi agli ingenui spettatori che ne usufruiscono.
I personaggi di contorno di questo viaggio bizzarro sono il mitico Peter Boyle nei panni di uno squallido ma sensibile detective privato e Season Hubley in quelli di Niki, prostituta che aiuterà il protagonista nelle sue ricerche verso la fine del film.
HardcoreSarà proprio questa donna senza peli sulla lingua e pregiudizi a rivelare allo spettatore come l’ostilità nei confronti della sessualità e la critica dell’industria pornografica in Jake siano il risultato di un matrimonio fallito e di una meschinità d’animo di fondo, di cui è un chiaro emblema la comunità religiosa e benpensante di Jake, descritta all’inizio del film.
Il padre riuscirà a ritrovare la figlia, proprio mentre stava per essere coinvolta in uno snuff movie, salvandole perciò la vita, dimostrando una ferrea volontà e confermando nei fatti le sue teorie religiose sulla predestinazione. Da queste teorie è però escluso il concetto di libertà di scelta (proprio per questa ragione la ragazza era spontaneamente fuggita di casa) e l’essere umano rimane così relegato in un mondo incantato e fuori dalla realtà come quello descritto da Schrader all’inizio del film.

hardcore5

MANHUNTER – FRAMMENTI DI UN OMICIDIO

DATI TECNICI:

Anno: 1986
Paese di Produzione: Usa
Genere: Thriller
Regia: Michael Mann
Interpreti principali:
William Petersen: Will Graham
Tom Noonan: Francis Dolarhyde
Brian Cox: Hannibal Lektor
Dennis Farina: Jack Crawford
Kim Greist: Molly Graham

RECENSIONE (contiene spoiler):

Noto soprattutto per ospitare la prima apparizione di Hannibal Lecter sul grande schermo, “Manhunter” corrisponde al secondo capitolo della saga che vede il celebre serial killer come protagonista – e che verrà successivamente riadattata sul grande schermo anche da Ridley Scott in “Red Dragon”.
0318942_24953_MC_Tx360Ovviamente, il carisma di Hopkins non è paragonabile a quello di Brian Cox che in questo film interpreta il cannibale, di cui ci viene data una descrizione quasi umoristica, relegato a pochissime scene davvero di contorno.
Fondamentale invece lo scontro a distanza tra l’agente Will Graham e Francis Dolarhyde, l’assassino seriale cui il poliziotto dà la caccia. E Michael Mann è bravissimo nell’inquadrare questo confronto senza mai scadere nel patetico o nel sensazionalismo.
Manhunter (12)William Petersen nei panni di Graham è molto bravo: una recitazione mai sopra le righe che rivela però un animo profondamente tormentato da ferite passate che non vengono mai mostrate, eppure restano impresse nel suo sguardo.
Tom Noonan ci regala invece un inquietante ritratto di serial killer, perfetto nei panni di “uomo qualunque”, capace di trasformarsi in un efferato killer che compie i suoi delitti senza alcuna fretta e senza nessuna pietà; sarà soprattutto nell’attesa con cui l’assassino aspetta l’ora propizia per commettere il suo crimine che il personaggio rende davvero l’idea di una personalità disturbata e trattenuta.
manhunterLa cornice metropolitana della storia è una Los Angeles oscura e fredda, mentre nella casa in riva al mare dove vivono il detective e la sua consorte Mann riesce a regalarci quei momenti di tenera e profonda intimità che renderà ancora più impressionante il male che l’agente Graham si ritrova di fronte.
Nella parte finale del film invece, così come avviene nel romanzo e nel rifacimento di Scott, sarà Dolarhyde a rivelare un volto inaspettatamente umano, e la storia d’amore estremo tra il killer e una donna cieca è sempre impressionante; anche se tale amore non redimerà dai delitti commessi..
manhunter (1)Di suo il regista ci aggiunge un gusto per la narrazione classica, senza scadere nello splatter e tenendo ugualmente alta la suspense in un paio di scene, curando con classe la scenografia.
Dalle luci agli abiti indossati dai protagonisti passando per la musica, “Manhunter” è di una estetica squisitamente anni 80′, che riesce però a non cedere al fascino vacuo di quel periodo, ma viene sorprendentemente declinata su un asettico bianco e su tonalità oscure capaci di emozionare, dove a predominare è un azzurro-blu malinconico.

ManhunterBlue

PROFONDO ROSSO

DATI TECNICI:

Anno: 1975
Paese di Produzione: Italia
Genere: Thriller, Giallo, Horror
Regia: Dario Argento
Interpreti principali:
David Hemmings: Marc Daly
Daria Nicolodi: Gianna Brezzi
Gabriele Lavia: Carlo
Clara Calamai: Madre di Carlo
Glauco Mauri: Prof. Giordani
Eros Pagni: Commissario Calcabrini
Macha Merill: Helga Ullman

RECENSIONE (contiene spoiler):

Con “Profondo Rosso” Dario Argento si è guadagnato la nomea di Hitchcock nostrano. Il paragone, visto nel contesto totale della filmografia del regista, può apparire forse eccessivo; eppure guardando singolarmente a questo piccolo capolavoro del brivido non possiamo fare a meno di confermare quest’ affermazione.
deep_red_butcherE non è tutto merito della colonna sonora dei Goblin, pure essendo avvincente, né della memorabile invenzione con cui Argento capovolge i meccanismi di suspence ponendoci dalla prospettiva del criminale e reinventando così l’horror.
La telecamera del regista scivola soavemente per tutta la durata del film, mutando il concetto tipico di visione, mentre il montaggio serrato, l’attenzione maniacale unita alla curiosità per i dettagli più piccoli riesce a nascondere una possibile sorpresa dietro ad ogni inquadratura.
2Basti pensare al fatto che in un gioco di specchi il volto dell’assassino viene mostrato già all’inizio del film per capire la genialità di Argento, e poiché l’occhio dello spettatore novantanove su cento non riesce a notare quel dettaglio se non alla fine del film, dietro spiegazione, capiamo che in quest’opera niente è posto a caso.
La scelta dei luoghi e dei colori è curata nei dettagli; dal tendone rosso del teatro Carignano in cui è ambientato l’inizio della storia passando per il confronto tra i due protagonisti in piazza C.L.N. fino a alla misteriosa Villa Scott in stile liberty, è Torino a diventare la capitale del noir.
deep_redIl film potrebbe essere classificato più come un giallo che come un horror tout court, proseguendo in tal modo la precendente “Trilogia degli animali” ; “Profondo Rosso” si pone allo spartiacque e raggiunge vette forse mai più conquistate da Argento.
La trama in certi punti è parecchio prolissa, come nella lunga scena della visita notturna alla villa, in cui lo spettatore partecipa pedissequamente ad una caccia agli indizi, ma si sa che il requisito fondamentale per la buona riuscita della suspense è quello di non avere fretta.
In altri luoghi la sceneggiatura è costruita invece sui divertenti siparietti di genere tra il pianista testimone dell’omicidio Marc (David Hemmings) e la coraggiosa giornalista Gianna (Daria Nicolodi).
commentary-rossoHemmings è perfetto nel ruolo dell’inglese e se a prima vista può risultare antipatico e fuori luogo, i suoi grandi occhi azzurri quasi infantili ne fanno un personaggio diviso tra la fredda ironia con cui osserva gli avvenimenti che gli accadono intorno e la paura, a cui si concede più di una volta senza pudore (come nella magnifica scena dell’avvertimento dell’assassino, quella sì memore della lezione di Hitchcock).
Ottimi anche i comprimari, molti dei quali di provenienza teatrale (Clara Calamai, Glauco Mauri, Eros Pagni e il memorabile Gabriele Lavia nei panni di Carlo, un pianista “maledetto”, alcolizzato e omosessuale).
Sopra questi personaggi e sugli eventi narrati, un raffinato gusto per il gioco domina su quello perverso dell’orrore. E’ come se il regista stesso si divertisse mettendo in scena lo spettacolo, attraverso i coltelli da macellaio, le bambole, i pupazzi e le nenie infantili del maniaco omicida.
jacopo-mariani-in-una-scena-del-prologo-del-film-profondo-rosso-1975-128608L’aspetto ludico si riverbera anche nelle scene più violente, come nell’omicidio del Prof. Giordani che assume contorni davvero grotteschi. L’infantilismo del killer diventa così anche quello del regista, ed è crudelmente senza pietà: per capirlo basta vedere come Argento decide di far morire il povero Carlo che alla fine non c’entrava nulla.
Gli eventi precipitano infine nel giro di pochissimi minuti e solo nell’ultima memorabile sequenza riusciremo a capire il significato delle parole che danno il titolo al film, costringendo lo spettatore a specchiarsi nella pozza di sangue insieme al protagonista.

30