IL MISTERO DEL FALCO

DATI TECNICI:

Anno: 1941
Paese di Produzione: Usa
Genere: Drammatico, Noir
Regia: John Huston
Interpreti principali:
Humphrey Bogart: Sam Spade
Mary Astor: Brigid O’Shaugnessy
Peter Lorre: Joel Cairo
Sidney Greenstreet: Caspar Gutman

RECENSIONE (contiene spoiler):

Trasposizione cinematografica del romanzo di Dashiell Hammett “Il falcone maltese”, “Il mistero del falco” è un capisaldo del cinema noir, primo film realizzato dal prolifico regista John Huston e opera che consacrò definitivamente Humphrey Bogart tra le star di Hollywood.
the_maltese_falcon_sam_spade_humphrey_bogart_2Il film ci mostra come sessant’anni fa si poteva fare del buon cinema semplicemente raccontando storie, attraverso il gusto della narrazione. C’è l’ottimo impianto scenografico noir, ci sono tre omicidi che avvengono improvvisamente, ma quel che maggiormente conta ne “Il mistero del falco” è la parola, attraverso cui veniamo progressivamente in contatto con la verità.
In un mondo violento e imprevedibile come quello in cui si muove Sam Spade, l’investigatore privato interpretato magistralmente da Humphrey Bogart, occorre sapersi muovere attraverso una serie di compromessi, per cui un buon uso delle parole diventa fondamentale: per ottenere Annex - Bogart, Humphrey (Maltese Falcon, The)_12informazioni, difendersi dall’insistenza della polizia, contrattare sul prezzo e addirittura sulla vita delle persone. Dopo un inizio misterioso, il nucleo del film è costituito dai contrasti verbali e dalle contrattazioni fuorilegge che avvengono tra Sam Spade e gli altrettanto memorabili antagonisti, una coppia di ricchi uomini d’affari che attraverso la recitazione sopra le righe di Sidney Greenstreet e di Peter Lorre assumono tratti davvero caratteristici. Il richiamo al falcone maltese – ovvero al prezioso oggetto del contendere e Annex - Bogart, Humphrey (Maltese Falcon, The)_04causa degli omicidi – a viaggi lontani, Istanbul e crociati, aggiunge al film quel tocco di estetismo tipico dei romanzi d’avventura. Il topos romantico della ricerca infruttuosa di oggetti antichi si inserisce così alla perfezione nella cornice noir della buia metropoli e dei suoi abitanti. Qui Sam Spade è l’unico in grado di muoversi perché, dissimulando attaccamento al vile denaro, riesce a mantenere salda una sua etica che gli consentirà di cavarsela e di raggiungere anche la verità.
Infine, ne “Il mistero del falco” è molto importante anche quello che non si dice. La protagonista femminile, la malinconica e timorosa Miss O’ Shaughnessy (Mary Astor) è infatti un reticolo di reticenze e di omissioni, da cui prende forma la storia con tutti i suoi inganni. E del falcone maltese non resta così altro che un’idea, che assume una valenza metaforica essendo “fatto della stessa materia dei sogni”, proprio come il cinema.

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ESSI VIVONO

DATI TECNICI:

Anno: 1988
Paese di Produzione: Usa
Genere: Fantascienza, Azione
Regia: John Carpenter
Roddy Piper: John Nada
Keith David: Frank Armitage
Meg Foster: Holly Thompson

John Carpenter è un regista forse sottovalutato, può piacere o meno, ma senz’altro guardando “Essi vivono” riusciamo almeno a capire le ragioni per cui è malvisto in patria.
Il film, come spesso accade per le opere del regista, si situa al confine tra l’horror e la commedia d’azione, evidenziando una vena fantascientifica che nasconde a sua volta una forte they-live3critica sociale e politica. In questo senso, pur nell’estrema leggerezza che lo contraddistingue, “Essi vivono” è un titolo scomodo. Carpenter ha infatti la geniale intuizione di trasformare lo “zombie”, figura bistrattata dal cinema horror americano, allo scopo di incarnare il capitalismo.
Il nemico non è più esterno, ma vive all’interno della società americana, costituendo l’essenza dell’american way of life nella sua sfrenatezza priva di regole; è un avversario che non agisce dunque con la violenza, ma attraverso la coercizione psicologica e il potere ambiguo del denaro. Il messaggio centrale e molto attuale, è che mentre la maggior Bubblegum_Classicparte della popolazione muore, vivendo in difficoltà tra disoccupazione e povertà, pochi privilegiati vivono arricchendosi sulle spalle degli altri.
Nel corso del film scopriremo che non si tratterà di zombies quanto di alieni, giunti sulla terra per colonizzare gli uomini attraverso la corruzione portata dal sistema capitalistico. Qualsiasi umano che riesca ad ottenere successo entrando nell’alta società viene così automaticamente a far parte di questa nuova razza dominata dal dio denaro. Intanto, esercito e poliziotti costituiscono il cordone di sicurezza istituzionale che costringe al silenzio gli oppositori, un gruppo dei quali è intento a organizzare attività sovversive nella cittadina protagonista della storia, dove un aitante disoccupato, John Nada, è venuto a cercare lavoro.
ceaf955222608e33e67958a3b5baca0ace785b75-700Carpenter ci porta così tra operai e proletari, predicatori e complottisti, e il nemico è l’ordine costituito, ovvero le retate della polizia. Al termine di una di queste, Nada scoprirà degli occhiali da sole speciali, che sono lo spunto da cui trae vita la storia. Infatti, proprio indossando queste lenti il protagonista sarà in grado di vedere gli alieni (con sembianze di zombies, perché secondo l’etica del film, chi si arricchisce senza rispetto vende la propria anima e muore). Il concetto di visione normalmente predisposta viene ribaltato attraverso un piccolo apparecchio fantascientifico: anche le insegne they-live-postdei negozi, le riviste e le inserzioni pubblicitarie, rivelano agli occhi la loro vera natura di messaggi coercitivi ed alienanti a cui l’uomo deve inconsciamente sottostare.
Il messaggio sovversivo è forte e chiaro, poco importa se il film si sviluppa come un b-movie o un horror di genere, tra scazzottate, inseguimenti, amicizie di strada e tradimenti femminili, con il protagonista interpretato da un improbabile Roddy Piper, un eroe del wrestling prestato al cinema per l’occasione. Carpenter ci mostra che si può far riflettere anche attraverso un film di genere, dove pure il finale che poteva essere apocalittico vira decisamente sullo humor.

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UNA VITA AL MASSIMO

DATI TECNICI:

Anno: 1993
Paese di Produzione: Usa, Francia
Genere: Azione, Thriller
Regia: Tony Scott
Interpreti principali:
Christian Slater: Clarence Worley
Patricia Arquette: Alabama Whitman
Michael Rapaport: Dick Ritchie
Val Kilmer: Elvis
Bronson Pinchot: Elliot Blitzer
Dennis Hopper: Clifford Worley
Gary Oldman: Drexl Spivey
Brad Pitt: Floyd
Tom Sizemore: Cody Nicholson
Christopher Walken: Vincenzo Coccotti
Saul Rubinek: Lee Donowitz
James Gandolfini: Virgil
Chris Penn: Nicky Dimes
Samuel L. Jackson: Big Don

RECENSIONE (contiene spoiler):

Oltre ad essere uno dei più rinomati registi contemporanei, Quentin Tarantino è, prima di tutto e sopratutto, uno dei migliori sceneggiatori del cinema. “Una vita al massimo”, da lui scritto nel 1987 e diretto da Tony Scott (fratello ingiustamente sottovalutato del più celebre Ridley) nel 1993, lo dimostra pienamente.
true_romance-1La vicenda parte come una commedia romantica che vede protagonisti due giovani, Clarence e Alabama – Christian Slater e Patricia Arquette, entrambi emblema della massima vitalità e spensieratezza -, per poi virare sul film d’azione e sul dramma ma pur sempre mantenendo una certa leggerezza. Dietro quest’atmosfera è già ben visibile la grande cultura cinematografica di Tarantino, con continui rimandi e citazioni ai sottogeneri del cinema orientale e black exploitation Una-vita-al-massimo-streaming-con-Christian-Slater-Patricia-Arquette-Michael-Rapaport-Christopher-Walken-Val-Kilmer-Dennis-Hopper-Gary-Oldman-Brad-Pitt-di-Tony-Scott-22anni 70′ e all’ingenua nostalgia per gli anni 50′ americani. Inoltre l’approccio realistico e veloce ai dialoghi rende lo spettatore decisamente compartecipe della vicenda, la quale di per sé non conta poi molto, essendo puro entertainment. Un intrattenimento dotato però delle sue regole, che lo sceneggiatore stravolge a suo piacimento portandole al livello quotidiano di una storia d’amore tra tavolini di fast food e sogni di fuga americani. Lo spettatore non può così che provare simpatia per i due protagonisti: un semplice commesso di un negozio di fumetti e una adorabile prostituta.
Le cose si metteranno male quando Clarence deciderà di uccidere il protettore della ragazza e i due fuggiranno con un carico di cocaina.
tony-scott-true-romanceL’ambientazione si sposta così dalla fredda Detroit al sole di Los Angeles, generando un tipico intreccio d’azione, con l’entrata in campo di mafiosi siciliani, poliziotti, ricettatori e doppiogiochisti.
Tony Scott è abile nel giostrare senza strafare un cast stellare, che rappresenta tutto ciò che di meglio c’è stato negli anni 90′: con camei di celebrità del calibro di Brad Pitt, Samuel Lee Jackson, Gary Oldman, Val Kilmer, James Gandolfini, Tom Sizemore e Chris Penn, oltre ai caratteristi Bronson Pinchot, Victor Argo, Saul Rubinek, Michael Rapaport e, soprattutto, al contributo essenziale dei mitici Christopher Walken e Dennis Hopper, protagonisti di un memorabile dialogo.
true-romance-shootout (1)Il “mexican standoff” finale, altra caratteristica di Tarantino, non impressiona più di tanto, e si consuma su un festoso tappeto di piume bianche fuoriuscite dai divani crivellati di piombo.
Molto meglio i dialoghi specie nella prima parte del film, interrotti da improvvise esplosioni di violenza, come l’assassinio del pappone all’inizio e il pestaggio subito da Alabama alla fine della pellicola. Sugli eventi raccontati domina ironicamente una beffarda casualità: così, per esempio, i mafiosi prima individuano Clarence perché ha lasciato distrattamente la sua patente sul luogo del delitto, poi, dopo aver pestato inutilmente suo padre, scoprono un biglietto appeso al frigo con le informazioni che desideravano ed anche la valigia piena di cocaina viene trovata dai due ragazzi per puro errore.

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BODYGUARDS AND ASSASSINS

DATI TECNICI:

Anno: 2009
Paese di Produzione: Hong Kong
Genere: Storico, Drammatico, Azione
Regia: Teddy Chan
Interpreti principali:
Donnie Yen: Sheng Chongyang
Leon Lai: Liu Lubai
Nicholas Tse: Deng Sidi
Wang Xueqi: Li Yutang
Tony Leung Ka-Fai: Chen Shaobai
Mengke Bateer: Wang Fuming

RECENSIONE (contiene spoiler):

Partendo da un fatto storico realmente accaduto, Teddy Chan realizza un bel film dove realtà e finzione, dramma storico e film d’azione, si incrociano continuamente.
Bodyguards-and-AssassinsIl risultato è una pagina di epica struggente. La vicenda narrata riguarda il preludio della rivoluzione che portò agli inizi del novecento alla caduta dell’impero cinese, simboleggiata dalla figura del politico Sun Yat Sen – mente intellettuale della rivolta – e del suo imminente arrivo ad Hong Kong allo scopo di discutere con altri eminenti rivoluzionari sul futuro destino degli avvenimenti. Qui un gruppo di coraggiosi riuniti dall’imprenditore Li Yutang organizza un’azione diversiva in grado di consentire la realizzazione dell’importante incontro politico.
Bodyguards---assassins-03La vicenda, scandita da una precisa ricostruzione cronologica, si fa così sempre più avvincente e mano a mano che ci si avvicina al momento cruciale vengono presentati una serie di personaggi (più o meno fittizi) che costituiranno il cordone di sicurezza per l’entrata in città di Sun Yat Sen.
Tra questi spiccano un poliziotto diviso tra l’amore per la patria e il suo ruolo di marito e di padre (Donnie Yen). un ex guerriero caduto in disgrazia in seguito a un’infelice storia d’amore, e persone provenienti dal “popolo” che incarnano perfettamente l’ideale nazionalistico che traspare dalla pellicola: una giovane e coraggiosa ragazza, un simpatico guidatore di risciò (Nicholas Tse) e Shi yue wei cheng (2009un gigantesco monaco Shaolin (Mengke Bateer). Dall’altro lato della barricata rispetto ai buoni che finiranno tragicamente in nome della libertà, è interessante l’opposto binomio di “cattivi”: il perfido Liu Yubai (Leon Lai) caparbio difensore dei vecchi ideali, e l’ambiguo editore capo del “China Daily” (Tony Leung Ka Fai), emblema della subordinazione nei confronti degli occidentali, entrambi nemici del progresso democratico, eppure così distanti tra di loro. Il racconto corale esploderà tragicamente nell’ultima avvincente parte del film, dove la resistenza avverrà casa per casa e strada per strada, fino all’inevitabile sacrificio. “Bodyguards and Assassins” riesce a coniugare l’ideale nazionalpopolare cinese con lo spettacolo di qualità, travolgendo lo spettatore attraverso i vari duelli che si susseguono e riuscendo anche a strappargli una sincera lacrima nel commovente finale.

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BROTHER

DATI TECNICI:

Anno: 2000
Paese di Produzione: Giappone, Usa, Gran Bretagna
Genere: Gangster, Azione
Regia: Takeshi Kitano
Interpreti principali:
Takeshi Kitano: Aniki Yamamoto
Omar Epps: Denny
Kuruodo Maki: Ken
Masaya Kato: Shirase
Susumu Terajima: Kato
Ren Osugi: Harada
Ryo Isibashi: Ishihara

“Brother” è un gangster movie (o yakuza movie) insolito; in primo luogo perché è un film dell’imprevedibile Takeshi Kitano, e poi perché è il primo da lui girato e prodotto sia in Giappone che negli Stati Uniti.
Nell’incipit della storia, infatti, il boss Aniki Yamamoto (impersonato dallo stesso Kitano), è costretto a rifugiarsi a Los Angeles, dove creerà a poco a poco una nuova banda multietnica. Come suggerisce il titolo, la vlcsnap-402752fratellanza tra gli scapestrati gangsters di varie etnie (neri, latinos e giapponesi) riuniti dall’esperto yakuza implicherà un legame che va oltre quello di sangue tipico delle “famiglie” giapponesi.
Il film, pur nella sua violenza, si fa così paradossalmente un elogio della tolleranza e del multiculturalismo. Il regista viaggia su due binari paralleli, mostrandoci la differenza tra il senso dell’onore degli uomini più fedeli ad Aniki (che genererà in due memorabili scene di “harakiri”) e la visione del mondo più semplice e priva di regole dei nuovi amici statunitensi del protagonista, tra cui spicca il simpatico Denny (Omar Epps). Mentre i giovani delinquenti americani sembrano maggiormente inclini al dialogo e brother2000al divertimento, gli uomini d’onore vecchio stampo partono già sconfitti in partenza, come sempre accade nei film di Kitano.
Tra questi due mondi, la figura di Aniki è il punto d’unione grazie a un innato senso per la dissacrazione e l’ironia, che si fa sempre presente anche nei momenti più drammatici nel corso del film. I continui giochi e le scommesse di Kitano in “Brother” sono però ben lontani dalla poesia di quelli di “Sonatine”. Forse proprio per la particolarità multiculturale del prodotto e a causa dell’ambientazione occidentale, “Brother” appare un film particolarmente insolito nella filmografia del regista. L’opera si situa al confine tra la poesia dei suoi primi lavori (molte scene brothersono delle vere e proprie auto-citazioni del precedente successo di Kitano, “Sonatine”) e la crudezza realistica della faida Yakuza presenti negli ultimi film del regista – anche “Brother” è infatti un susseguirsi di omicidi e di efferate esecuzioni che riescono però a rendere molto avvincente una trama di per sé banale.
Il risultato è dunque un ibrido, difficilmente catalogabile. Anche se, come già detto, non mancano i momenti struggenti, Kitano sembra volere lasciare da parte riflessioni filosofiche sulla morte per concentrarsi unicamente sullo stile tecnico da un lato e sulla spiritosaggine dall’altro, riuscendo pienamente a fare centro e ottenendo un risultato godibilissimo.
brother kitano pic 4In certi punti pare davvero che Kitano voglia solamente divertirsi ed anche la scena finale è un palese omaggio al cinema americano. Al tempo stesso un lungo piano sequenza di una partita di basket, con il braccio destro di Aniki Kato (Susumu Terajima) che si sbraccia chiedendo inutilmente la palla agli amici, può bastare per indicare l’incompatibilità assoluta tra il mondo nipponico e quello occidentale. Anche se Kitano, dopo aver demistificato continuamente regole ed essersi anche auto-deriso, alla fine del film ci mostrerà pur sempre l’onorabilità giapponese nel sacrificare la propria vita per quella dell’amico occidentale.

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SUSPIRIA

DATI TECNICI:

Anno: 1977
Paese di Produzione: Italia
Genere: Horror
Regia: Dario Argento
Interpreti Principali:
Jessica Harper: Susy Benner
Stefania Casini: Sarah
Alida Valli: Miss Tanner
Miguel Bosè: Mark
Joan Bennett: Madame Blanche

RECENSIONE (contiene spoiler):

Molti film dell’orrore hanno una funzione di puro entertainment giocando con le paure e gli istinti di morte che ciascuno di noi possiede, altri invece hanno la capacità di farci riflettere sulle turbe della psiche umana raggiungendo vette di alta filosofia. “Suspiria” né l’uno né l’altro: è un horror che dovrebbe essere guardato così come si ammira un quadro a una mostra Suspiriad’arte. La trama e la sceneggiatura non offrono infatti spunti degni di nota, ma Argento catapulta lo spettatore all’interno di una cornice estetica talmente curata e barocca da essere essa stessa il contenuto primario dell’opera.
La cultura e la sincera passione del regista nei confronti delle classiche situazioni horror si nota fin dalle prime inquadrature e sarà una costante per tutta la durata del film. Ci sono il castello misterioso nella foresta, la serva rumena, l’angelico bambino silenzioso, lame che luccicano e misteriosi carillon, sagome ed ombre dietro le tende, la pioggia sempre scrosciante, il cameriere deforme e i pipistrelli, ma ciascuno di questi elementi non costituisce altro che un aspetto al fine di alimentare il pathos suggestivo dell’ambiente all’interno della favola gotica costruita dal regista.
argento1Certo è azzeccata la scelta degli interpreti, dal magnetico viso infantile di Jessica Harper alla severità di Alida Valli passando per una bravissima Stefania Casini. Ma il vero punto di forza del film è la sua fotografia, ricca di luci e di tonalità che arricchiscono ogni immagine di un’aura esteticamente abbacinante, dai colori elettrici blu, verdi e rossi che si gettano sui volti dei protagonisti e sui corridoi del castello come pennellate di pittura.
Dunque l’horror in “Suspiria” è tangibilmente presente in ogni inquadratura, e di conseguenza siamo di fronte al paradosso per cui le varie situazioni di tensione e di suspence non fanno praticamente dpKgqvpSdDDd2Hg4rt7I1IKVycQpaura; la scenografia e l’uso dei colori è talmente sopra le righe da rendere anche gli omicidi più efferati quasi innocui. Pur nell’ingegnosità delle situazioni create dal regista, essi non sono altro che parte del flusso narrativo costituito da questa pregevole cornice estetica e ritmato dalla colonna sonora dei Goblin, sensazionali in misura ancora maggiore rispetto al più celebre “Profondo Rosso”, tra accordi di chitarra, carillon, sospiri lamentosi e percussioni africane.
A predominare è la visione, a cui lo spettatore non resta che lasciarsi andare. A questo proposito è interessante notare la dicotomia tra le due protagoniste femminili della storia: la bionda Sarah (Stefania Casini) cercherà per tutto il tempo di scoprire i misteri tenuti segreti dalle rigide insegnanti dell’Accademia presso cui le giovani soggiornano, indagando spinta da una forte volontà e curiosità, e  forse è la vera eroina della storia, ma finirà malissimo. La mora Susy Benner Suspiria-041(Jessica Harper) , se si eccettua il clamoroso finale, non tenta invece mai una ribellione, subendo le decisioni delle insegnanti e rimanendo all’oscuro di tutto; drogata e costretta a letto non è mai parte attiva degli avvenimenti che, al pari dello spettatore, subisce con innocenza mentre si aggira tra i corridoi colorati e tenebrosi del castello.
Da notare, infine, la caratteristica di un horror tutto al femminile: Argento si immerge con sensibilità nel gruppo di studentesse, con una certa dose di critica nei confronti del cameratismo femminile e delle regole a cui le ragazze sono sottoposte dalle ferree insegnanti, ed anche il “nemico” non è maschile, ma è rappresentato delle tenebrose streghe.

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TEOREMA

DATI TECNICI:

Anno: 1968
Paese di Produzione: Italia
Genere: Drammatico
Regia: Pier Paolo Pasolini
Interpreti Principali:
Terence Stamp: L’Ospite
Massimo Girotti: Paolo
Silvana Mangano: Lucia
Anne Wiazemsky: Odetta
Laura Betti: Emilia
Andrés Jose Cruz Soublette: Pietro
Ninetto Davoli: Angelo

RECENSIONE (contiene spoiler):

Con “Teorema” Pasolini tenta di penetrare nei tessuti psicologici e sociali di una famiglia borghese milanese.
Per un artista maggiormente abituato al contatto con il sottoproletariato urbano o con la terra contadina, tale rapporto appare difficile da realizzarsi. “Teorema” rappresenta anche questo, una sorta di schizofrenia da cui Pasolini stesso era affetto in primo luogo come scrittore e come persona. I suoi film sono del tutto impregnati tumblr_mk9xe6daRW1s6p8hzo1_400dall’amore viscerale al limite della patologia nei confronti del “popolo”, ed è proprio quest’autenticità e questa passione a costituire la pregevole poesia del cinema del regista. Considerando la particolarità e l’estrema complessità di “Salò”, “Teorema” appare così l’unico film “borghese” di Pasolini. Basti pensare al fatto che gran parte della storia è ambientata all’interno di una villa e che protagonista assoluta del film è una Milano motore dell’Italia industriale degli anni ’60.
L’odio viscerale dell’autore nei confronti dei borghesi rende perciò le figure dei quattro componenti della famiglia al limite dello stereotipo, tracciato seguendo l’ideologia del regista. Essi non rappresentano altro che delle idee o meglio l’incarnazione degli aspetti più meschini della quotidianità borghese: la vacuità (la moglie), l’avidità tumblr_n9atp42wPE1s5gu6jo4_1280(il marito), il fanatismo nei confronti della famiglia (la figlia) e la leggerezza che spesso si confonde con ignoranza (il figlio). Così, malgrado la coppia dei genitori, formata da Massimo Girotti e Silvana Mangano, sia di grande qualità dal punto di vista recitativo, Pasolini non riesce a sfruttarne appieno le personalità stereotipizzate. Ma è proprio questo aspetto ideologico su cui si regge l’intero impianto del film, a partire dalle stupende sequenze iniziali che inquadrano le vuote fabbriche del freddo settentrione italiano, e le scene che ritraggono la scialba quotidianità della famiglia in un’opaco e spento bianco e nero.
Tutto ciò è infatti necessario per introdurre il tema principale della storia: l’arrivo nella famiglia di un ragazzo, un silenzioso ma carismatico studente di ingegneria appassionato di poesie, interpretato da un efficace Terence Stamp. Lo Straniero entra subito nel cuore della famiglia facendo innamorare di lui ciascuno dei suoi membri, e intrattenendo rapporti sessuali ed omosessuali con tutti i suoi componenti.
Teorema_-_PasoliniLa prima e più pregevole parte del film è perciò incentrata sulla figura dello Straniero come Altro, a fronte di cui ogni quotidiana ed egocentrica certezza si sgretola per lasciare spazio a una nuova e inaspettata umanità. La figura dello Straniero ha un che di epifanico e sacrale, l’amore che egli dà e che riceve è senza alcuna ragione e proprio in quanto tale diviene emblema dell’assoluto. Da un punto di vista cinematografico, il tema dell’alterità si fa spazio attraverso un uso fondamentale della luce, attraverso cui il regista riesce ad esprimere pregevolmente un forte impatto naturalistico anche all’interno di enormi e moderne case e di squallide periferie industriali. Improvvisamente, verso la metà del film, e sempre senza alcuna ragione, lo Straniero viene richiamato a casa da una lettera. I componenti della famiglia subiranno così un drastico abbandono a fronte del quale ciascuno reagirà in maniera differente. Il sorriso di Terence Stamp al momento dell’addio, accompagnato dal Requiem di Mozart come sottofondo musicale, si trasforma dunque in qualcosa di demoniaco, che lascia le persone che ha così intensamente amato ad 5337075288_6469283706una nuova terribile solitudine. Nella sostanza, tale isolamento non differisce in nulla dallo stile di vita privo di relazioni umane autentiche che la famiglia precedentemente intratteneva. L’aspetto lacerante è proprio la coscienza di tale inautenticità che viene lasciata a ciascuno dei membri della famiglia, unitamente a una nuova ricerca di quell’alterità che li aveva colpiti; una ricerca però disperata e senza speranza.
A discapito del tema che potrebbe subire derive “pruriginose” e malgrado le censure per oscenità che l’Italia bigotta dell’epoca attribuì al film, in “Teorema” è del tutto assente l’aspetto provocatorio e scandalistico che spesso anima il cinema di Pasolini. Viaggiamo piuttosto al confine tra il sacro e l’ideologia, come indicano le frammentarie inquadrature di deserti biblici e la figura della serva contadina Emilia interpretata da un’ottima Laura Betti. E’ proprio nell’unicità di questo personaggio, che si discosta dal profilo psicologico degli altri protagonisti, che l’approccio di Pasolini si fa surreale, offrendosi però anche al rischio di una deriva patetica.

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UN ANNO CON TREDICI LUNE

DATI TECNICI:

Anno: 1978
Paese di Produzione: Germania
Genere: Drammatico
Regia: Rainer Werner Fassbinder
Interpreti principali:
Volker Spengler: Elvira/Erwin
Ingrid Caven: Zora
Gottfried John: Anton Saitz
Elisabeth Trissenar: Irene Weishaupt
Eva Mattes: Marie Ann Weishaupt
Lilo Pempeit: Schwester Gudrun

RECENSIONE (contiene spoiler):

Werner Rainer Fassbinder, regista di punta del “Nuovo cinema tedesco” è autore prolifico, deceduto in giovane età e spesso ingiustamente dimenticato. In “Un anno con tredici lune”, sconvolto dalla notizia del suicidio di un suo vecchio amante, racconta la storia degli ultimi giorni di vita del transessuale Elvira. Nonostante l’opera sia 4660-3stata realizzata in pochi giorni, il risultato finale è sorprendente: il regista riesce a trasportarci in un mondo dove a dominare è il tema della diversità, ma lo fa con grande delicatezza, senza abbandonarsi al pathos drammatico e al tempo stesso evitando di stigmatizzare o di eccedere nei comportamenti che restano sempre misurati e di grande poesia. Al contrario di Pasolini, Fassbinder affronta il tema dell’omosessualità e della diversità senza alcuna enfasi o retorica; il suo indugiare sulla quotidianità della diversità è privo di qualunque abbellimento ed ornamento da essere per se stesso bello, ottenendo il sorprendente risultato di rendere “normale” la diversità (al contrario del regista italiano per cui essa ha in primo luogo una funzione sovversiva e di scandalo contro le regole imposte dalla società). Tutto ciò si fa spazio nella regia attraverso uno stile apparentemente dimesso che in realtà 17474828420140421013823085riveste di un’aura le vite dei protagonisti della storia. Così le lunghissime soggettive di Fassbinder sono quanto di più vicino alla bellezza possa esistere e riescono ad esprimere la passionalità trattenuta dallo spettro di un’alienazione pur sempre presente.
Diverse sono le scene notevoli. Lo zapping in tv della prostituta amica di Elvira – Zora -, con tanto di apparizione dello stesso regista in un’intervista, esprime con dolcezza e simulata arrendevolezza momenti di solitudine quotidiana. Nella scena del chiostro, la macchina da presa si stacca dalla voce narrante della suora allo scopo di seguire i passi di Zora, per poi tornare ad inquadrare la suora ed Elvira secondo un movimento che pare seguire la storia raccontata a voce da Suor Gudrun (una dimensione scenica prettamente teatrale che tornerà anche nella sequenza finale del film). L’incontro omosessuale iniziale nel parco è dipinto in modo talmente lontano dall’essere torbido da sembrare l’introduzione di un poetico duello. Nella lunga scena in cui Elvira narra inayearwith13moons1i suoi tormenti d’amore a Zora, la cinepresa segue pedissequamente la macellazione sanguinosa di alcuni bovini in un mattatoio, creando un effetto distonico unico tra la sensibilità dei fatti narrati e la cruda ripetitività industriale. E’ un cinema per cui bisogna armarsi di molta pazienza, eppure la lentezza del racconto è inquadrata all’interno di una forma perfetta e poetica tanto da risultare avvincente.
Tornando alla trama di “Un anno con tredici lune”, è da notare che la drammatica storia di amore e di solitudine di Elvira potrebbe benissimo capitare a qualunque altra persona all’interno di una società che sembra non lasciare alcuno spazio alla passione e all’amore. Ovviamente, il tema della diversità sessuale e dell’impossibilità di essere veramente se stessi, amplifica tale sentimento e al tempo stesso diviene emblema di amore assoluto. Ma nel tratteggiare la figura di Elvira/Erwin c’è molto di più: il transessuale – magistralmente interpretato da Volker Spengler che non fa mai del suo personaggio una macchietta – ha cambiato sesso quasi per gioco, come una scommessa con la vita e con la morte. inayearwith13moons3E il messaggio di Fassbinder pare essere quello che, pur rivivendo due vite in una sola come è accaduto al protagonista, la felicità non è mai possibile. Pur trattandosi della storia di un transessuale, Fassbinder non sembra mai volersi concentrare esclusivamente su questo, ma affronta attraverso dialoghi molto curati diversi temi filosofici: il tema del corpo, della volontà e della rappresentazione ( da notare che in un’inquadratura il libro tenuto in mano dalla suora è quello di Schopenauer), la questione del suicidio (introdotta dal bizzarro dialogo tra Elvira e un uomo che si vuole impiccare, e poi esplosa nel drammatico finale del film) e la critica sociale appena accennata dagli unici momenti surreali e grotteschi del film – attraverso la losca figura dell’industriale Anton Saitz, l’uomo per cui Erwin cambiò sesso per poi rifiutarlo subito dopo l’operazione, emblema dell’indifferenza del capitalismo verso l’umanità.

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LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI

DATI TECNICI:

Anno: 1968
Paese di Produzione: Usa
Genere: Horror
Regia: George A. Romero
Interpreti principali:
Duane Jones: Ben
Judith O’Dea: Barbara
Karl Hardman: Harry Cooper
Marilyn Eastman: Helen Cooper

RECENSIONE (contiene spoiler):

“La notte dei morti viventi” è il capostipite del moderno film horror, sia per quanto riguarda i contenuti, sia esso inteso come prodotto da consumare sul mercato. Infatti dall’anno della sua uscita – 1968 – ai numerosi horror che vengono presentati ogni anno, pare talvolta che siano stati compiuti pochi passi in avanti dal punto di vista qualitativo. E’ per questa ragione che dal classico di George A. Romero non si può prescindere e il film è più che mai attuale malgrado il suo bianco e nero.
dead1La storia presenta già la struttura e i cliché che diverranno tipici con il tempo: da un lato c’è un gruppo variegato di personaggi qualunque, mediocri e senza alcun appeal, e dall’altro una pericolosa e sconosciuta ma altrettanto impersonale minaccia esterna (che siano zombies o altro, poco importa ai fini della storia, l’importante è che siano cattivi e facciano paura).
In seguito allo spaesamento iniziale, segue una situazione di stasi: nel film di Romero il gruppo di sopravvissuti si ritrova prigioniero all’interno di un’abitazione di campagna; le differenti personalità si scontrano e atti di solidarietà si alternano agli inevitabili conflitti tra i vari personaggi.
05Mentre la prima parte del film – con l’assalto degli zombies al cimitero e la fuga della ragazza nella casa – è perlomeno interessante, i dissidi che nascono tra i personaggi appaiono forzati; demerito della sceneggiatura, ma anche la regia da metà storia in poi ci regala ben poche sorprese. Alla povertà di mezzi scenici (come detto, gran parte della storia è ambientata all’interno di una casa) e di budget (attori sconosciuti) sopperisce la qualità degli effetti speciali che all’epoca fu disturbante e resta tutt’oggi molto buona, con l’aggiunta di una lunga sequenza splatter dove la cinepresa indugia sul “banchetto” degli zombies.
zombie-18-Ma l’aspetto decisamente più interessante del film è tanto poco horror quanto politico – lo zombie incarna il nemico comunista in epoca di guerra fredda? oppure il dramma del vietnam? – e fantapolitico, perché i protagonisti tentano di apprendere le ragioni della minacciosa epidemia, ma le strategie governative e le informazioni restano evasive, contraddittorie e danno adito ai presupposti per un controllo totale della popolazione. Il limite di ciò è che le lunghe scene ritraenti i servizi televisivi e radiofonici a cui i superstiti assistono impotenti, alla lunga sono parecchio noiose. A nulla vale anche un tentativo di fuga finito male per aumentare il ritmo; occorrerà attendere l’assalto finale degli zombies perchè la tensione si possa alzare nuovamente. Le conseguenti trasformazioni delle vittime sfoceranno in un’orgia di morte in grado di dissolvere anche i legami famigliari più stretti: moglie-marito, fratello- sorella, fino a giungere al matricidio, anche le strutture basilari crollano, il caos è totale e primordiale.
nightofthelivingdeadLa scena finale, crudamente sardonica, lascia nello spettatore un inaspettato sentimento di grande amarezza evidenziato dai fotomontaggi realistici con cui si chiude il film; è il colpo di scena di una sceneggiatura un po’ fiacca, l’idea geniale che vale la visione dell’opera, nonché un ultimo chiaro riferimento politico. Grazie al finale nichilista è chiaro che l’horror di Romero non intende trasmettere tanto suspence e paura quanto una nuova e sottile inquietudine, in grado di raccontare al meglio le nuove ansie dell’epoca contemporanea.
“La notte dei morti viventi” ha tutti i suoi limiti, ma è sicuramente coraggioso, a partire anche dalla scelta dell’unico protagonista positivo della storia, il nero interpretato da Duane Jones, scritturato unicamente in base ai propri meriti e non allo scopo apposito di interpretare un uomo di colore, come era avvenuto fino ad allora nel cinema americano.

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POSSESSION

DATI TECNICI:
Anno: 1981
Paese di Produzione: Germania Ovest, Francia
Genere: Horror, Grottesco, Drammatico
Regia: Andrzej Zulawski
Interpreti Principali:
Isabelle Adjani: Anna/Helen
Sam Neill: Mark
Heinz Bennent: Heinrich
Margin Carstenen: Margrit Gluckmeister
Johanna Hoffer: Madre di Heinrich

RECENSIONE (contiene spoiler):

Film insolito e disturbante, “Possession”, nonostante sia piuttosto datato, risulta ancora oggi essere un horror di qualità; anche se la parola horror è abbastanza limitativa e forse poco si addice alla complessità della storia in questione.
possession-bedIl regista Andrzej Zulawski in fondo non ci propone altro che il più classico dei temi in grado di minare la stabilità di un nucleo famigliare: il triangolo amoroso. Eppure concentrandoci su questo contenuto e sulle drammatiche conseguenze e nevrosi che esso comporta, saremmo ancora lontani dal cogliere l’essenza contraddittoria del film.
Il fatto è che il dramma, prima ancora che nella storia, si svolge tutto all’interno della mente dei protagonisti: la stupenda tumblr_mawxv4wR3Q1qd8uxio1_1280Isabelle Adjani che vinse il premio come migliore attrice protagonista a Cannes nel ruolo di Anna e l’altrettanto e soprendentemente bravo Sam Neill (il marito di lei, Mark).
La regia vorticosa (quasi sempre camera a mano) sfrutta fino allo sfinimento la corporeità dei due protagonisti, a cui è richiesta una serie di movimenti ossessivi che ben rendono l’idea della nevrosi isterica in cui può cadere una qualunque coppia borghese in seguito a un’infedeltà.
Malgrado la presenza di elementi splatter e misteriosi accanto a quelli quotidiani, è come se l’horror si svolgesse tutto all’interno di questi corpi letteralmente posseduti dalla pazzia (da qui il titolo del film). I due protagonisti non stanno mai fermi: si dondolano sulla sedia, ruotano su se stessi, hanno crisi isteriche, sembrano in balia di una danza mistica anche quando si possession1picchiano, accendono e spengono compulsivamente le luci di una stanza, fino a giungere alla scena clou e splatter della metropolitana, in cui Isabelle Adjani si dimena urlando per tre insostenibili minuti.
Gli unici momenti in cui i protagonisti riescono a trattenere e fermare la loro ansia sono racchiusi in brevi primi piani sul volto della Adjani, che sembra rivolgersi attonita e sgomenta direttamente allo spettatore aumentando uno straniante senso di sacralità.
Lentamente scopriremo che la “possessione” di cui è preda la donna è quella di un essere mostruoso e polipesco che lei stessa ha creato e con cui pare tradisca sia il marito che l’amante.
Eppure, all’interno di una trama portata alle estreme conseguenze possession-meatcosì tanto da apparire talvolta assurda, questa creatura potrebbe rappresentare nient’altro che la follia della donna, oppure quella del marito che, come capiremo nel finale, è sotterraneamente pronta ad esplodere. Infatti, il punto di vista principale da cui assistiamo alla pazzia di Anna è quello del marito. Ma ad una seconda visione del film, analizzando elementi contraddittori sparsi confusamente all’interno della sceneggiatura, scopriamo che l’essere malvagio potrebbe essere invece proprio Marc. Soprattutto grazie al finale sorprendente, in cui entrano in gioco anche i “doppelganger” della coppia, realizziamo che l’intera vicenda potrebbe essere nient’altro che la genesi mentale allucinata di un fatto di cronaca nera.
possession3Sono solamente ipotesi circa le numerose suggestioni visive che Zulawski ci lascia, alcune delle quali muovono verso lo splatter attraverso una fotografia ricca di colori volutamente forti ed aggressivi, come nelle due scene in cui gli investigatori privati scoprono il mostro nell’appartamento o in quella dello squallido omicidio dell’amante all’interno di un bagno pubblico.
Ma il vero punto di forza di un film dall’impatto visivo così devastante è la sceneggiatura, firmata anch’essa da Zulawski: i dialoghi profondamente sofferti sull’esistenza di dio e del male si alternano a banalità ed isterie di vita quotidiana, contribuendo ad alimentare lo stupendo clima grottesco che domina interamente la pellicola.
Possession-1981-Sam-Neill-Berlin-wallIl film lascia comunque adito a numerose interpretazioni e molte cose restano ancora nel mistero, come alcune figure secondarie (la vecchia madre dell’amante, la donna dalla gamba ingessata, la spia dai calzini rosa, i misteriosi datori di lavoro di Marc).
Infine, la scelta della location, una fredda Berlino divisa dal muro, e i soldati che spiano con il binocolo al di là del muro verso la casa della coppia, contribuisce a creare ulteriormente mistero intorno alla vicenda. Anche se l’unione di un dramma famigliare psicologico con l’horror e con elementi estetici mutuati dalle spy-story degli anni 70′ sfiora in certi punti l’orlo del kitsch, è un “pastiche” che resta comunque decisamente affascinante.

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