UNA VITA AL MASSIMO

DATI TECNICI:

Anno: 1993
Paese di Produzione: Usa, Francia
Genere: Azione, Thriller
Regia: Tony Scott
Interpreti principali:
Christian Slater: Clarence Worley
Patricia Arquette: Alabama Whitman
Michael Rapaport: Dick Ritchie
Val Kilmer: Elvis
Bronson Pinchot: Elliot Blitzer
Dennis Hopper: Clifford Worley
Gary Oldman: Drexl Spivey
Brad Pitt: Floyd
Tom Sizemore: Cody Nicholson
Christopher Walken: Vincenzo Coccotti
Saul Rubinek: Lee Donowitz
James Gandolfini: Virgil
Chris Penn: Nicky Dimes
Samuel L. Jackson: Big Don

RECENSIONE (contiene spoiler):

Oltre ad essere uno dei più rinomati registi contemporanei, Quentin Tarantino è, prima di tutto e sopratutto, uno dei migliori sceneggiatori del cinema. “Una vita al massimo”, da lui scritto nel 1987 e diretto da Tony Scott (fratello ingiustamente sottovalutato del più celebre Ridley) nel 1993, lo dimostra pienamente.
true_romance-1La vicenda parte come una commedia romantica che vede protagonisti due giovani, Clarence e Alabama – Christian Slater e Patricia Arquette, entrambi emblema della massima vitalità e spensieratezza -, per poi virare sul film d’azione e sul dramma ma pur sempre mantenendo una certa leggerezza. Dietro quest’atmosfera è già ben visibile la grande cultura cinematografica di Tarantino, con continui rimandi e citazioni ai sottogeneri del cinema orientale e black exploitation Una-vita-al-massimo-streaming-con-Christian-Slater-Patricia-Arquette-Michael-Rapaport-Christopher-Walken-Val-Kilmer-Dennis-Hopper-Gary-Oldman-Brad-Pitt-di-Tony-Scott-22anni 70′ e all’ingenua nostalgia per gli anni 50′ americani. Inoltre l’approccio realistico e veloce ai dialoghi rende lo spettatore decisamente compartecipe della vicenda, la quale di per sé non conta poi molto, essendo puro entertainment. Un intrattenimento dotato però delle sue regole, che lo sceneggiatore stravolge a suo piacimento portandole al livello quotidiano di una storia d’amore tra tavolini di fast food e sogni di fuga americani. Lo spettatore non può così che provare simpatia per i due protagonisti: un semplice commesso di un negozio di fumetti e una adorabile prostituta.
Le cose si metteranno male quando Clarence deciderà di uccidere il protettore della ragazza e i due fuggiranno con un carico di cocaina.
tony-scott-true-romanceL’ambientazione si sposta così dalla fredda Detroit al sole di Los Angeles, generando un tipico intreccio d’azione, con l’entrata in campo di mafiosi siciliani, poliziotti, ricettatori e doppiogiochisti.
Tony Scott è abile nel giostrare senza strafare un cast stellare, che rappresenta tutto ciò che di meglio c’è stato negli anni 90′: con camei di celebrità del calibro di Brad Pitt, Samuel Lee Jackson, Gary Oldman, Val Kilmer, James Gandolfini, Tom Sizemore e Chris Penn, oltre ai caratteristi Bronson Pinchot, Victor Argo, Saul Rubinek, Michael Rapaport e, soprattutto, al contributo essenziale dei mitici Christopher Walken e Dennis Hopper, protagonisti di un memorabile dialogo.
true-romance-shootout (1)Il “mexican standoff” finale, altra caratteristica di Tarantino, non impressiona più di tanto, e si consuma su un festoso tappeto di piume bianche fuoriuscite dai divani crivellati di piombo.
Molto meglio i dialoghi specie nella prima parte del film, interrotti da improvvise esplosioni di violenza, come l’assassinio del pappone all’inizio e il pestaggio subito da Alabama alla fine della pellicola. Sugli eventi raccontati domina ironicamente una beffarda casualità: così, per esempio, i mafiosi prima individuano Clarence perché ha lasciato distrattamente la sua patente sul luogo del delitto, poi, dopo aver pestato inutilmente suo padre, scoprono un biglietto appeso al frigo con le informazioni che desideravano ed anche la valigia piena di cocaina viene trovata dai due ragazzi per puro errore.

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THE BLACK DAHLIA

DATI TECNICI:

Anno: 2006
Paese di Produzione: Usa, Germania
Genere: Thriller, Drammatico
Regia: Brian De Palma
Interpreti Principali:
Josh Hartnett: Dwight Bleichert
Aaron Ekcart: Lee Blanchard
Scarlett Johansonn: Kay Lake
Hilary Swank: Madaleine Linscott
Mia Kirshner: Elizabeth Short
Fiona Shaw: Ramona Linscott

RECENSIONE (contiene spoiler):

Dall’omonimo romanzo di James Ellroy, De Palma ricostruisce fedelmente la storia di due poliziotti nella Los Angeles degli anni 40′, ispirata dal romanziere al celebre e irrisolto caso reale di cronaca nera riguardo l’omicidio di Elizabeth Short, trovata brutalmente fatta a pezzi in un campo.
black-dahlia-6Brian De Palma in seguito ai capolavori degli anni 80’ci ha abituato a risultati minori, eppure il regista ha il merito di avere esplorato generi diversi tra loro, lasciando tuttavia sempre la propria impronta personale, attraverso il suo stile peculiare.
In questa pellicola De Palma sale in cattedra molto lentamente, possiamo godere del suo marchio di fabbrica soltanto a metà del film, nella scena dell’attentato ad uno dei due poliziotti: ombre 2006_the_black_dahlia_007che appaiono e si dileguano, scale a chiocciola e alta tensione.
Si tratta soltanto di episodi isolati, all’interno di una storia che si fa avvincente molto lentamente, anche se dotati di una certa inventiva. Per esempio, nel mezzo di una scena d’azione, la cinepresa di De Palma stacca improvvisamente salendo lentamente sopra il tetto della casa vicino a cui avviene la sparatoria, mostrandoci una donna che si mette a correre dopo aver ritrovato il cadavere di Elizabeth Short. Attraverso un solo movimento il regista riesce a mostrarci due azioni all’interno di un unico campo visivo, e al tempo stesso in quella che sembrava una banale storia di poliziotti entra in gioco il caso di cronaca nera.
20092.0.570.359La vita dei due agenti di polizia verrà infatti sconvolta dalla brutalità di questo delitto e lo squallore della vicenda, evidenziata prima su nastro dai provini cinematografici a cui la giovane vittima si prestava, e successivamente nell’oscuro finale attraverso un buon montaggio alternato.
Tra i due poliziotti, Josh Hartnett si impegna con buoni risultati nel tratteggiare Dwight Bleichert, diviso tra due donne e tradito da un’amicizia, mentre Aaron Eckhart è forse troppo sopra le righe nella parte dell’irascibile Lee Blanchard, e uscirà di scena molto presto ricomparendo solamente in seguito attraverso alcuni flashback.
Film Title: The Black Dahlia.L’atmosfera, grazie anche alla scenografia e ai costumi, è tipicamente noir, e in una storia del genere non poteva di certo mancare la presenza di due femmes fatales: Scarlett Johansonn nei panni di Kay Lake, ex prostituta moglie del poliziotto e soprattutto Hilary Swank, sorprendentemente perversa nel ruolo di Madeleine Scott, la sosia di Elizabeth Short.
La trama ha un bell’intreccio che viene svelato nel finale, ripagando lo spettatore per la pazienza e, all’interno di una storia così drammatica e passionale, presenta anche un momento di humor nero nella cena presso i ricchi e demenziali parenti di Madeleine Linscott.

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MANHUNTER – FRAMMENTI DI UN OMICIDIO

DATI TECNICI:

Anno: 1986
Paese di Produzione: Usa
Genere: Thriller
Regia: Michael Mann
Interpreti principali:
William Petersen: Will Graham
Tom Noonan: Francis Dolarhyde
Brian Cox: Hannibal Lektor
Dennis Farina: Jack Crawford
Kim Greist: Molly Graham

RECENSIONE (contiene spoiler):

Noto soprattutto per ospitare la prima apparizione di Hannibal Lecter sul grande schermo, “Manhunter” corrisponde al secondo capitolo della saga che vede il celebre serial killer come protagonista – e che verrà successivamente riadattata sul grande schermo anche da Ridley Scott in “Red Dragon”.
0318942_24953_MC_Tx360Ovviamente, il carisma di Hopkins non è paragonabile a quello di Brian Cox che in questo film interpreta il cannibale, di cui ci viene data una descrizione quasi umoristica, relegato a pochissime scene davvero di contorno.
Fondamentale invece lo scontro a distanza tra l’agente Will Graham e Francis Dolarhyde, l’assassino seriale cui il poliziotto dà la caccia. E Michael Mann è bravissimo nell’inquadrare questo confronto senza mai scadere nel patetico o nel sensazionalismo.
Manhunter (12)William Petersen nei panni di Graham è molto bravo: una recitazione mai sopra le righe che rivela però un animo profondamente tormentato da ferite passate che non vengono mai mostrate, eppure restano impresse nel suo sguardo.
Tom Noonan ci regala invece un inquietante ritratto di serial killer, perfetto nei panni di “uomo qualunque”, capace di trasformarsi in un efferato killer che compie i suoi delitti senza alcuna fretta e senza nessuna pietà; sarà soprattutto nell’attesa con cui l’assassino aspetta l’ora propizia per commettere il suo crimine che il personaggio rende davvero l’idea di una personalità disturbata e trattenuta.
manhunterLa cornice metropolitana della storia è una Los Angeles oscura e fredda, mentre nella casa in riva al mare dove vivono il detective e la sua consorte Mann riesce a regalarci quei momenti di tenera e profonda intimità che renderà ancora più impressionante il male che l’agente Graham si ritrova di fronte.
Nella parte finale del film invece, così come avviene nel romanzo e nel rifacimento di Scott, sarà Dolarhyde a rivelare un volto inaspettatamente umano, e la storia d’amore estremo tra il killer e una donna cieca è sempre impressionante; anche se tale amore non redimerà dai delitti commessi..
manhunter (1)Di suo il regista ci aggiunge un gusto per la narrazione classica, senza scadere nello splatter e tenendo ugualmente alta la suspense in un paio di scene, curando con classe la scenografia.
Dalle luci agli abiti indossati dai protagonisti passando per la musica, “Manhunter” è di una estetica squisitamente anni 80′, che riesce però a non cedere al fascino vacuo di quel periodo, ma viene sorprendentemente declinata su un asettico bianco e su tonalità oscure capaci di emozionare, dove a predominare è un azzurro-blu malinconico.

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PROFONDO ROSSO

DATI TECNICI:

Anno: 1975
Paese di Produzione: Italia
Genere: Thriller, Giallo, Horror
Regia: Dario Argento
Interpreti principali:
David Hemmings: Marc Daly
Daria Nicolodi: Gianna Brezzi
Gabriele Lavia: Carlo
Clara Calamai: Madre di Carlo
Glauco Mauri: Prof. Giordani
Eros Pagni: Commissario Calcabrini
Macha Merill: Helga Ullman

RECENSIONE (contiene spoiler):

Con “Profondo Rosso” Dario Argento si è guadagnato la nomea di Hitchcock nostrano. Il paragone, visto nel contesto totale della filmografia del regista, può apparire forse eccessivo; eppure guardando singolarmente a questo piccolo capolavoro del brivido non possiamo fare a meno di confermare quest’ affermazione.
deep_red_butcherE non è tutto merito della colonna sonora dei Goblin, pure essendo avvincente, né della memorabile invenzione con cui Argento capovolge i meccanismi di suspence ponendoci dalla prospettiva del criminale e reinventando così l’horror.
La telecamera del regista scivola soavemente per tutta la durata del film, mutando il concetto tipico di visione, mentre il montaggio serrato, l’attenzione maniacale unita alla curiosità per i dettagli più piccoli riesce a nascondere una possibile sorpresa dietro ad ogni inquadratura.
2Basti pensare al fatto che in un gioco di specchi il volto dell’assassino viene mostrato già all’inizio del film per capire la genialità di Argento, e poiché l’occhio dello spettatore novantanove su cento non riesce a notare quel dettaglio se non alla fine del film, dietro spiegazione, capiamo che in quest’opera niente è posto a caso.
La scelta dei luoghi e dei colori è curata nei dettagli; dal tendone rosso del teatro Carignano in cui è ambientato l’inizio della storia passando per il confronto tra i due protagonisti in piazza C.L.N. fino a alla misteriosa Villa Scott in stile liberty, è Torino a diventare la capitale del noir.
deep_redIl film potrebbe essere classificato più come un giallo che come un horror tout court, proseguendo in tal modo la precendente “Trilogia degli animali” ; “Profondo Rosso” si pone allo spartiacque e raggiunge vette forse mai più conquistate da Argento.
La trama in certi punti è parecchio prolissa, come nella lunga scena della visita notturna alla villa, in cui lo spettatore partecipa pedissequamente ad una caccia agli indizi, ma si sa che il requisito fondamentale per la buona riuscita della suspense è quello di non avere fretta.
In altri luoghi la sceneggiatura è costruita invece sui divertenti siparietti di genere tra il pianista testimone dell’omicidio Marc (David Hemmings) e la coraggiosa giornalista Gianna (Daria Nicolodi).
commentary-rossoHemmings è perfetto nel ruolo dell’inglese e se a prima vista può risultare antipatico e fuori luogo, i suoi grandi occhi azzurri quasi infantili ne fanno un personaggio diviso tra la fredda ironia con cui osserva gli avvenimenti che gli accadono intorno e la paura, a cui si concede più di una volta senza pudore (come nella magnifica scena dell’avvertimento dell’assassino, quella sì memore della lezione di Hitchcock).
Ottimi anche i comprimari, molti dei quali di provenienza teatrale (Clara Calamai, Glauco Mauri, Eros Pagni e il memorabile Gabriele Lavia nei panni di Carlo, un pianista “maledetto”, alcolizzato e omosessuale).
Sopra questi personaggi e sugli eventi narrati, un raffinato gusto per il gioco domina su quello perverso dell’orrore. E’ come se il regista stesso si divertisse mettendo in scena lo spettacolo, attraverso i coltelli da macellaio, le bambole, i pupazzi e le nenie infantili del maniaco omicida.
jacopo-mariani-in-una-scena-del-prologo-del-film-profondo-rosso-1975-128608L’aspetto ludico si riverbera anche nelle scene più violente, come nell’omicidio del Prof. Giordani che assume contorni davvero grotteschi. L’infantilismo del killer diventa così anche quello del regista, ed è crudelmente senza pietà: per capirlo basta vedere come Argento decide di far morire il povero Carlo che alla fine non c’entrava nulla.
Gli eventi precipitano infine nel giro di pochissimi minuti e solo nell’ultima memorabile sequenza riusciremo a capire il significato delle parole che danno il titolo al film, costringendo lo spettatore a specchiarsi nella pozza di sangue insieme al protagonista.

30

DISTRETTO 13 – LE BRIGATE DELLA MORTE

DATI TECNICI:

Anno: 1976
Genere: Thriller, Azione
Regia: John Carpenter
Interpreti principali:
Austin Stoker: Ethan Bishop
Darwin Joston: Napoleone Wilson
Laurie Zimmer: Leigh
Tony Burton: Wells

RECENSIONE (contiene spoiler):

Primo capolavoro di John Carpenter, “Assault on Precinct 13” è un film un po’ datato, nel senso che oggi non potrebbe mai scioccare lo spettatore, ma resta comunque un classico godibile.
A metà strada tra l’horror e il film d’azione, riesce anche a raggiungere punti di grande drammaticità (l’uccisione di una bambina innocente), così come di commedia grazie alle memorabili battute che si moltiplicano anche nel mezzo del pericolo.
carp.b.aop13Realizzato con un basso budget e con l’ausilio di attori poco conosciuti, racimolati dal vicinato di casa di John Carpenter, il regista afferma di essersi ispirato al western “Rio Bravo” (“Un dollaro d’onore”) di Howard Hawks, per realizzare la trama di “Distretto 13”, che riguarda l’assedio del distretto di polizia che dà il titolo al film da parte di una banda di criminali.
Più che al capolavoro di Hawks, a mio avviso il film rimanda maggiormente ad altre pellicole western. Considerando il romanticismo antieroico di uno dei protagonisti principali, il carcerato soprannominato Napoleone Wilson (Darwin Joston) -che si trova suo malgrado a dover lottare a fianco al tenente Bishop (Austin Stoker) contro i malviventi che assediano la prigione – i riferimenti al cinema western mi fanno pensare maggiormente allo Shane “Cavaliere della valle solitaria” di George Stevens e a “Quel treno per Yuma” di Delmer Daves (dove non a caso anche lì un carcerato dimostrava un cuore buono all’interno di una situazione di emergenza).
259Detto della psicologia dei personaggi e dell’assunto della prigione assediata nel silenzio e nell’indifferenza, per il resto, siamo nel pieno di un horror metropolitano, e se la caratterizzazione della terribile banda nella prima parte del film è in linea con i più classici film violenti e polizieschi in voga negli anni ’70, l’attacco dei criminali alla prigione assume i contorni metafisici di un horror.
I nemici avanzano silenziosamente e lentamente come se fossero degli zombies, incuranti del pericolo, e le pallottole al silenziatore sibilano distruggendo porte e finestre, come se per i nostri eroi si trattasse di un pericolo invisibile e soprannaturale.
Assault-on-Precinct-13-John-Carpenter-1976-gunLa parte migliore del film per me resta però la prima, quella che ci mostra una Los Angeles diurna, assolata ma pur sempre deserta.
Sceneggiatura e montaggio sono perfetti: nella prima mezz’ora seguiamo parallelamente i viaggi del tenente alla sua prima missione dopo la promozione, dei carcerati trasportati su un pullman, il vagare senza meta della gang e quello di un padre che cerca vendetta nei loro confronti.
I destini di tutti questi personaggi si sovrapporranno durante notte, nel distretto di polizia già abbandonato e teatro dell’assedio che dà il nome al titolo del film.
Da segnalare infine l’avvincente colonna sonora, composta dallo stesso John Carpenter con il sintetizzatore.

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COLLATERAL

DATI TECNICI:

Anno: 2004
Paese di Produzione: Usa
Genere: Thriller
Regia: Michael Mann
Interpreti principali:
Jamie Foxx: Max
Tom Cruise: Vincent
Jada Pinkett Smith: Annie
Mark Ruffalo: Fanning
Javier Bardem: Felix

DATI TECNICI:

Il cinema di Michael Mann, maestro del thriller e del poliziesco, è sempre stato metropolitano, oscuro, affascinante e asciutto al tempo stesso. Tutte caratteristiche che in “Collateral” si compenetrano con una storia avvincente e dal ritmo veloce.
collateralSe un Killer professionista sale sul vostro taxi e vi ordina di portarlo in cinque punti diversi della città per eliminare cinque testimoni di un processo, allora non avete certo tempo da perdere.
Se l’autista del taxi è un ottimo Jamie Foxx, e se il killer è un irriconoscibile Tom Cruise nell’insolito ruolo di “cattivo”, allora la sorpresa è assicurata.
Se la sceneggiatura corre veloce e non ha buchi (la durata del film combacia pressoché con quella degli eventi narrati), allora il risultato è ottimale.
Di Los Angeles Mann ci presenta i lati oscuri, ma anche le luci, le visuali dall’alto che inquadrano il traffico notturno sulle strade colorate, e sopra tutto ciò una sensazione paradossale di calma e di infinità che sembra capace di uscire fuori solamente la notte.
I dialoghi quasi filosofici e mai a caso tra il killer e l’autista del taxi, oltre a creare una sorta di affinità tra due individui così diversi come Max e Vincent, carica il thriller di molti significati.
collateral (1)Mentre ci si poteva aspettare una progressiva identificazione di Max nel killer, assistiamo invece ad una nascosta ammirazione da parte di Vincent nei confronti del tassista dalla vita così banale e ripetitiva, ma ricca di sogni che lui, obbligato alla perfezione minimale nel suo lavoro, non riesce più a fare.
D’altra parte il messaggio di Vincent è uno solo: “carpe diem”, e non è un messaggio così negativo (Tom Cruise non avrebbe mai potuto essere un cattivo a tutto tondo e infatti alla fine il suo personaggio non ispira terrore quanto pietà).
La trama ha due punti focali che spezzano la narrazione e rianimano la storia: la perdita della lista delle vittime da parte di Vincent, e la riapparizione di Annie (Jada Pinkett Smith) verso la fine del film.
Da segnalare infine un’ottima sequenza action (la sparatoria nella discoteca), il camaleontico Mark Ruffalo nei panni pur sempre abituali di poliziotto, un cameo di Javer Bardem nel ruolo del boss del narcotraffico ed uno di Jason Statham nella sequenza iniziale.

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L’ANGELO DELLA VENDETTA

DATI TECNICI:

Anno: 1981
Paese di Produzione: Usa
Genere: Drammatico, Thriller
Regia: Abel Ferrara
Interpreti principali:
Zoe Lund: Thana
Albert Sinkys: Albert
Jimmy Laine (Abel Ferrara): stupratore

RECENSIONE (contiene spoiler):

Film cult del sottogenere “rape and revenge”, “L’angelo della vendetta” è uno dei capolavori della coppia trasgressiva e consolidata Abel Ferrara (regia) e Nicholas St. John (soggetto e sceneggiatura).
9580_2Da un lato la storia conta poco, è puro intrattenimento: la regia di Ferrara ci porta nelle strade più oscure e poco conosciute di New York, lo fa con classe, attento al dettaglio reale, quotidiano e spogliato da ogni finzione, ma sempre con il gusto della sorpresa e del barocco.
D’altro canto sono proprio i pochi dialoghi e le numerose situazioni di puro humor nero create dalla sceneggiatura, di cui è costellato tutto il film, a trasportarci con mano leggera e divertita nell’azione, in un crescendo di tensione avvincente.
Non possiamo infatti certo scordare il dramma iniziale da cui prende avvio la storia: una giovane sarta muta viene violentata da uno sconosciuto in un vicolo. Ma non basta. Quando torna a casa trova un ladro che la stupra nuovamente. La regia non si sofferma però sullo scabroso, mantiene sempre un distacco emotivo dalla narrazione: non vuole compiacere i gusti morbosi del pubblico, ma intende compiacere solamente sé medesima e il gusto di raccontare fine a se stesso, per divertimento.
ms45-7E’ infatti subito pronta la reazione, muta, come la protagonista del film, ma inevitabile ed anche giusta. La ragazza – Thana –  uccide il suo aggressore e lentamente, segnata dallo sgomento provato più per la violenza che ha commesso rispetto a quella che ha subito, comincia ad assumere coscienza e a ribellarsi dalla sua condizione di giovane donna sottomessa e silente.
Lo fa attraverso la pistola magnum 45 che dà il nome al titolo originale del film, uccidendo con essa qualunque maschio che tenti di avvicinarsi ed improvvisandosi giustiziera.
Zoe-from-Ms-45-remembering-zoe-tamerlis-lund-9026353-480-320Il susseguirsi delle uccisioni violente è alternato all’irresistibile humor nero dovuto al fatto che la ragazza deve sbarazzarsi pezzo per pezzo del cadavere della sua prima vittima, il ladro che si era intrufolato in casa sua, e che lei aveva tagliato a pezzi nella vasca da bagno.
Il finale è impagabile, con una sparatoria al ralenti durante una festa in maschera ad Halloween e il percorso della protagonista pare così compiuto.
Da soggetto passivo, la donna scopre dapprima il potere (la pistola), poi la sensualità (comincia a truccarsi per sedurre le sue nuove vittime) e di entrambe si serve per emanciparsi (in modo violento, l’unico che le è possibile in un mondo altrettanto violento) dal dramma che ha subito;  per raggiungere infine ad una specie di santità (il travestimento da suora) e recuperare una nuova innocenza.
Formidabile la protagonista, una ragazza appena diciassettenne, Zoe Lund, che Ferrara lanciò in questo film e che morì per overdose a soli 37 anni.

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ZODIAC

DATI TECNICI:

Anno: 2007
Paese di Produzione: Usa
Genere: Giallo, Thriller
Regia: David Fincher
Interpreti principali:
Jake Gyllenhaal: Robert Graysmith
Mark Ruffalo: Dave Toschi
Robert Downey Jr: Paul Avery
Brian Cox: Melvin Belli
John Carroll Lynch: Artur Leigh Allen

RECENSIONE:

“Zodiac” è un thriller molto lungo (forse troppo, due ore e mezza) e il suo lato più affascinante è sicuramente il fatto che sia stato tratto da una storia vera: la catena di omicidi legati (o presunti tali) allo sconosciuto “Killer dello Zodiaco” che negli anni 60′ e 70′ terrorizzava San Francisco e dintorni mandando anche una serie di lettere minatorie deliranti e crittografate ai principali giornali della città.
905_3David Fincher, regista generalmente fantasioso, qui sceglie di aderire perfettamente al piano della realtà, proponendoci un thriller di pregevole  fattura, evidenziando continuamente la scansione temporale degli eventi che recano luogo ed orario dell’azione.
Del fantomatico Zodiac non vediamo mai il volto e della lunga catena di delitti a lui attribuita ce ne vengono mostrati solo tre. Il secondo, in cui il killer pugnala una coppia sulle rive di un lago, è un pugno nello stomaco per il freddo realismo dell’azione che non lascia spazio a inverosimiglianze ed assume un formalismo perfetto.
Difficile mantenere alta la tensione in un film del genere, dove la ricerca del serial killer si fa più storiografica che avventurosa; per realizzare ciò occorrono dei buoni attori.
zodiac-presNon male Mark Ruffalo nei panni dell’agente di polizia (malgrado la caratterizzazione anni 70′ del personaggio risulti talvolta ridicola), inutile Robert Downey Junior nel ruolo del giornalista ambizioso e insofferente alle regole, ottimo invece Jake Gyllenhaal, sulle cui spalle si regge tutta l’ultima parte del film, la più avvincente.
Il vignettista che interpreta – che era sempre rimasto nell’ombra delle indagini e del suo ruolo secondario nella redazione del San Francisco Cronichle – decide infatti di riprendere il caso in mano dopo molti anni di distanza, riuscendo ad avvicinarsi più di ogni altro alla verità e a vedere negli occhi il presunto killer che anni prima era stato rilasciato per insufficienza di prove.
In quest’ultima parte il ritmo si fa più elevato e la suspense comincia finalmente a scaturire i suoi effetti, tra telefonate anonime notturne e sospettosi sotto scala.
L’identità del killer resterà però sempre avvolta nell’ombra, tanto che ad un certo punto si dubita davvero della sua reale esistenza e di una catena seriale di delitti. Non rimane che l’idea di essere vicini a una verità senza poterla afferrare, un senso di mistero che la realtà dei fatti verificatisi rende ancora più potente.

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PEEPING TOM – L’OCCHIO CHE UCCIDE

DATI TECNICI:

Anno: 1960
Paese di Produzione: Regno Unito
Genere: Horror, Drammatico
Regia: Michael Powell
Interpreti principali:
Carl Bohem: Mark Lewis
Anna Massey: Helen
Moira Shearer: Vivian

RECENSIONE (contiene spoiler):

Mark Lewis, un operatore cinematografico di basso livello, solitario, asociale, psicopatico e dall’oscuro passato, si trasforma in un serial killer, uccidendo le proprie vittime letteralmente con la macchina da presa, trasformata in arma micidiale, riprendendo così negli occhi la paura delle sue povere vittime.
Già dall’assunto possiamo definire certamente “L’occhio che uccide” un film metacinematografico.
P_originalLa cinepresa come mezzo per uccidere, l’occhio come mezzo per guardare, ossessivamente e compulsivamente – “Peeping Tom”, il titolo originale, allude già al tema del voyeurismo. Ma Michael Powell affronta un tema già toccato da altri (Hitckcook per esempio) in maniera del tutto originale.
Anzitutto il film è interamente visto dalla soggettiva malata e deviata del protagonista – un Karl Bohem dal viso angelico ma sempre contratto, timido, lucido e micidiale serial killer -, come nella celebre sequenza iniziale tutta ripresa dalla soggettiva della telecamera che l’assassino utilizza avvicinandosi alla vittima che sta riprendendo mentre egli uccide.
peepingtom2Il film destò scandalo all’epoca, dato anche l’ambiente che descrive, muovendosi il protagonista tra case di produzioni cinematografiche e il sottobosco a luci rosse della Londra degli anni 60′, in squallide periferie dove viene descritto l’omicidio della prostituta nella scena iniziale.
Inoltre, è presente un’ironica critica al mondo dello spettacolo, soprattutto nella parte centrale del film, nella scena del secondo omicidio, quello di una controfigura che aspira al successo all’interno di un set cinematografico vuoto.
Ma i moventi dei delitti di Mark sono lontani da quelli che possono nascere sui set cinematografici – invidie e successi – e qui il film non diventa solamente occasione per un’analisi metacinematografica, ma per una più profonda riflessione sul tema della paura, al confine con indagine psicoanalitica.
Scopriamo infatti che il solitario, asociale Mark, ha subito diversi traumi infantili, essendo egli stato studiato con la telecamera dal padre scienziato che ha abusato psicologicamente del protagonista per anni, rinchiudendolo in un mondo fatto di paure e di ossessioni.
In questo caso la macchina cinematografica – dalla quale il curioso serial killer non si separa mai in nessun momento della giornata – diventa la metafora delle paure infantili e al tempo stesso delle dipendenze psicologiche che un uomo può provare nei confronti dei propri genitori.
peeping-tom2Tutto ciò impedisce a Mark una vita sociale normale, perché egli riprende ogni aspetto della propria vita e di ciò che vede quotidianamente con la telecamera, cioé con l’occhio del padre.
Anche il rapporto con la dolce e comprensiva vicina di casa Helen è costellato da topos psicoanalitici: la stanza della madre in cui Helen vive in affitto, la serata fuori in cui la donna convince Mark a liberarsi della telecamera (cioé di tutto ciò che per lui rappresenta un infanzia mai superata), unico momento in cui Mark si sentirà veramente libero.
Ma il serial killer è totalmente prigioniero delle proprie paure, del passato registrato su nastri e pellicole, e della sua folle idea di incidere le paure delle proprie vittime sulla telecamera, incapace di abbandonarsi all’amore e alle emozioni pure della vita.
PeepingTomScreenshot_03-20122La mente di Mark è talmente malsana che il film si dipinge di venature a tinte horror, evidenziate al meglio dalla contrapposizione tra colori scuri e rossi nella stanza segreta in cui il serial killer lavora sul materiale che ha ripreso, e sugli schermi dove il crimine – e quindi il trauma infantile – viene riproposto in continuazione, senza alcuna via di scampo.
“Peeping Tom” è un film ben fatto, ottima regia ed interpreti, ricco di spunti e di riflessioni, con il paradosso per cui l’unica persona a sfuggire dalla morte è la madre cieca di Helen.
In un mondo dove domina la visione, l’handicap del buio sembra recare una sorta di conoscenza più alta, l’unica in grado di sconfiggere le sterminate paure dell’animo umano.

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STRADE PERDUTE

DATI TECNICI:

Anno: 1997
Paese di Produzione: Usa, Francia
Genere: thriller, noir
Regia: David Lynch
Interpreti principali:
Bill Pullman: Fred Madison
Patricia Arquette: Renee/Alice
Robert Loggia: Sig. Eddie/ Dick Laurent
Robert Blake: Uomo Misterioso
Balthazar Getty: Pete

RECENSIONE (contiene spoiler):

Precedente al capolavoro “Mulholland Drive”, pur presentando con esso punti in comune – in quanto la storia non è altro che la genesi psicotica della gelosia e del delitto e del sogno come via di fuga per ribaltare eventi già fatalmente compromessi – “Strade perdute” si presenta ancora più visionario e allucinato.
a03Lo capiamo dalla splendida sequenza d’apertura: una strada buia con la segnaletica gialla debolmente illuminata, ci accompagna a velocità folle nella mente di Fred Madison (Bill Pullman), sassofonista che sospetta il tradimento della moglie Renee (Patricia Arquette).
Come sempre capita per i film di Lynch, è difficile riassumerne la trama. Non resta che lasciarsi affascinare dalle immagini rigorose e dalle sequenze oniriche; il mondo di Lynch è l’inconscio segreto in ognuno di noi e le pulsioni sessuali appaiono stilizzate in sequenze degne di memoria, tra amplessi allucinati e snuff movies.
Lost-Highway-david-lynch-11179665-1024-429Sono state date varie interpretazioni all’Uomo Misterioso dalla pelle cadaverica interpretato da Robert Blake. Secondo me, nonostante i modi e i dialoghi bizzarri con cui si manifesta, egli non è altro che la voce della cruda verità che il protagonista tenta di nascondere attraverso il processo psicologico di rimozione su cui si gioca tutto il film e su cui si sviluppa la confusione tra sogno e realtà.
“Non mi piacciono le telecamere, a  me piace ricordare le cose come le ricordo io” afferma Fred. Ed è proprio attraverso delle misteriose videocassette che vengono portate ogni mattina di fronte la casa dei coniugi che veniamo lentamente a contatto con il tremendo crimine commesso da Fred.
Nel buio della notte i corridoi del grazioso e moderno appartamento in cui vivono i due si aprono ad uno spazio d’angoscia tremenda, a fronte della quale Fred si guarda allo specchio in silenzio e Renee esita come sospesa.
Chi di noi non ha mai provato almeno per un istante nella propria vita un tale sentimento profondo di angoscia che si insinua fin dentro ai nostri appartamenti e nelle relazioni famigliari o di coppia?
losthighwaylistSolo con l’apparizione improvvisa a metà film dell’alter ego di Fred, Pete (Baltazhar Getty) riusciamo provvisoriamente ad uscire da questa spirale di follia.
Anche se siamo già nella dimensione del sogno.
Ci pensano poi il boss Dick Laurent (Robert Loggia) e la stessa Patricia Arquette sdoppiata nel ruolo di Alice – alter ego di Renee – a trascinare Pete in un vortice di perversioni e di delitti e a far catapultare lo spettatore nuovamente nello sgomento.
Fino all’apparizione finale di Fred, in un circuito che si chiude sorprendentemente ad incastro ricollegandoci all’inizio del film.
Se il tema principale in Lynch altrove era quello dell’identità, in “Strade perdute” a predominare è soprattutto un sentimento di angoscia che pare proseguire nella mente del protagonista fino alla fine, anche oltre i titoli di coda, sulla stessa macchina dell’autostrada perduta lanciata ormai verso la follia oltre ogni confine.

strade77