ESSI VIVONO

DATI TECNICI:

Anno: 1988
Paese di Produzione: Usa
Genere: Fantascienza, Azione
Regia: John Carpenter
Roddy Piper: John Nada
Keith David: Frank Armitage
Meg Foster: Holly Thompson

John Carpenter è un regista forse sottovalutato, può piacere o meno, ma senz’altro guardando “Essi vivono” riusciamo almeno a capire le ragioni per cui è malvisto in patria.
Il film, come spesso accade per le opere del regista, si situa al confine tra l’horror e la commedia d’azione, evidenziando una vena fantascientifica che nasconde a sua volta una forte they-live3critica sociale e politica. In questo senso, pur nell’estrema leggerezza che lo contraddistingue, “Essi vivono” è un titolo scomodo. Carpenter ha infatti la geniale intuizione di trasformare lo “zombie”, figura bistrattata dal cinema horror americano, allo scopo di incarnare il capitalismo.
Il nemico non è più esterno, ma vive all’interno della società americana, costituendo l’essenza dell’american way of life nella sua sfrenatezza priva di regole; è un avversario che non agisce dunque con la violenza, ma attraverso la coercizione psicologica e il potere ambiguo del denaro. Il messaggio centrale e molto attuale, è che mentre la maggior Bubblegum_Classicparte della popolazione muore, vivendo in difficoltà tra disoccupazione e povertà, pochi privilegiati vivono arricchendosi sulle spalle degli altri.
Nel corso del film scopriremo che non si tratterà di zombies quanto di alieni, giunti sulla terra per colonizzare gli uomini attraverso la corruzione portata dal sistema capitalistico. Qualsiasi umano che riesca ad ottenere successo entrando nell’alta società viene così automaticamente a far parte di questa nuova razza dominata dal dio denaro. Intanto, esercito e poliziotti costituiscono il cordone di sicurezza istituzionale che costringe al silenzio gli oppositori, un gruppo dei quali è intento a organizzare attività sovversive nella cittadina protagonista della storia, dove un aitante disoccupato, John Nada, è venuto a cercare lavoro.
ceaf955222608e33e67958a3b5baca0ace785b75-700Carpenter ci porta così tra operai e proletari, predicatori e complottisti, e il nemico è l’ordine costituito, ovvero le retate della polizia. Al termine di una di queste, Nada scoprirà degli occhiali da sole speciali, che sono lo spunto da cui trae vita la storia. Infatti, proprio indossando queste lenti il protagonista sarà in grado di vedere gli alieni (con sembianze di zombies, perché secondo l’etica del film, chi si arricchisce senza rispetto vende la propria anima e muore). Il concetto di visione normalmente predisposta viene ribaltato attraverso un piccolo apparecchio fantascientifico: anche le insegne they-live-postdei negozi, le riviste e le inserzioni pubblicitarie, rivelano agli occhi la loro vera natura di messaggi coercitivi ed alienanti a cui l’uomo deve inconsciamente sottostare.
Il messaggio sovversivo è forte e chiaro, poco importa se il film si sviluppa come un b-movie o un horror di genere, tra scazzottate, inseguimenti, amicizie di strada e tradimenti femminili, con il protagonista interpretato da un improbabile Roddy Piper, un eroe del wrestling prestato al cinema per l’occasione. Carpenter ci mostra che si può far riflettere anche attraverso un film di genere, dove pure il finale che poteva essere apocalittico vira decisamente sullo humor.

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SUSPIRIA

DATI TECNICI:

Anno: 1977
Paese di Produzione: Italia
Genere: Horror
Regia: Dario Argento
Interpreti Principali:
Jessica Harper: Susy Benner
Stefania Casini: Sarah
Alida Valli: Miss Tanner
Miguel Bosè: Mark
Joan Bennett: Madame Blanche

RECENSIONE (contiene spoiler):

Molti film dell’orrore hanno una funzione di puro entertainment giocando con le paure e gli istinti di morte che ciascuno di noi possiede, altri invece hanno la capacità di farci riflettere sulle turbe della psiche umana raggiungendo vette di alta filosofia. “Suspiria” né l’uno né l’altro: è un horror che dovrebbe essere guardato così come si ammira un quadro a una mostra Suspiriad’arte. La trama e la sceneggiatura non offrono infatti spunti degni di nota, ma Argento catapulta lo spettatore all’interno di una cornice estetica talmente curata e barocca da essere essa stessa il contenuto primario dell’opera.
La cultura e la sincera passione del regista nei confronti delle classiche situazioni horror si nota fin dalle prime inquadrature e sarà una costante per tutta la durata del film. Ci sono il castello misterioso nella foresta, la serva rumena, l’angelico bambino silenzioso, lame che luccicano e misteriosi carillon, sagome ed ombre dietro le tende, la pioggia sempre scrosciante, il cameriere deforme e i pipistrelli, ma ciascuno di questi elementi non costituisce altro che un aspetto al fine di alimentare il pathos suggestivo dell’ambiente all’interno della favola gotica costruita dal regista.
argento1Certo è azzeccata la scelta degli interpreti, dal magnetico viso infantile di Jessica Harper alla severità di Alida Valli passando per una bravissima Stefania Casini. Ma il vero punto di forza del film è la sua fotografia, ricca di luci e di tonalità che arricchiscono ogni immagine di un’aura esteticamente abbacinante, dai colori elettrici blu, verdi e rossi che si gettano sui volti dei protagonisti e sui corridoi del castello come pennellate di pittura.
Dunque l’horror in “Suspiria” è tangibilmente presente in ogni inquadratura, e di conseguenza siamo di fronte al paradosso per cui le varie situazioni di tensione e di suspence non fanno praticamente dpKgqvpSdDDd2Hg4rt7I1IKVycQpaura; la scenografia e l’uso dei colori è talmente sopra le righe da rendere anche gli omicidi più efferati quasi innocui. Pur nell’ingegnosità delle situazioni create dal regista, essi non sono altro che parte del flusso narrativo costituito da questa pregevole cornice estetica e ritmato dalla colonna sonora dei Goblin, sensazionali in misura ancora maggiore rispetto al più celebre “Profondo Rosso”, tra accordi di chitarra, carillon, sospiri lamentosi e percussioni africane.
A predominare è la visione, a cui lo spettatore non resta che lasciarsi andare. A questo proposito è interessante notare la dicotomia tra le due protagoniste femminili della storia: la bionda Sarah (Stefania Casini) cercherà per tutto il tempo di scoprire i misteri tenuti segreti dalle rigide insegnanti dell’Accademia presso cui le giovani soggiornano, indagando spinta da una forte volontà e curiosità, e  forse è la vera eroina della storia, ma finirà malissimo. La mora Susy Benner Suspiria-041(Jessica Harper) , se si eccettua il clamoroso finale, non tenta invece mai una ribellione, subendo le decisioni delle insegnanti e rimanendo all’oscuro di tutto; drogata e costretta a letto non è mai parte attiva degli avvenimenti che, al pari dello spettatore, subisce con innocenza mentre si aggira tra i corridoi colorati e tenebrosi del castello.
Da notare, infine, la caratteristica di un horror tutto al femminile: Argento si immerge con sensibilità nel gruppo di studentesse, con una certa dose di critica nei confronti del cameratismo femminile e delle regole a cui le ragazze sono sottoposte dalle ferree insegnanti, ed anche il “nemico” non è maschile, ma è rappresentato delle tenebrose streghe.

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LA FORTEZZA

DATI TECNICI:

Anno: 1983
Paese di Produzione: Gran Bretagna
Genere: Fantastico, Avventura
Regia: Michael Mann
Interpreti principali:
Scott Glenn: Glaeken Trismegistus
Alberta Watson: Eva Cuza
Jurgen Prochnow: Capitano Klaus Woermann
Gabriel Byrne: Maggiore Kaempferr
Ian Mc Kellen: Theodor Cuza

RECENSIONE (contiene spoiler):

“La Fortezza”, una delle prime opere di Michael Mann, è un film mediocre, ma decisamente originale ed affascinante per la combinazione e contaminazioni di generi che porta sullo schermo.
La trama è ambientata durante la Seconda Guerra Mondiale, in un paesino sperduto in Romania, dove un plotone di soldati nazisti comandati dal Capitano Woermann (Jurgen Prochnow) si stabilisce presso un’oscura e misteriosa fortezza, enorme e vuoto edificio sconsacrato eppure pieno di croci thekeepmichaelmannluminose. La costruzione è edificata con pilastri più piccoli fuori e più grandi all’interno, come per difendere da un pericolo intestino piuttosto che dall’esterno, e presto capiremo che la ragione di ciò è una forza soprannaturale che abita il luogo e che si manifesta sotto forma di fumo misterioso, portandosi via la vita dei soldati tedeschi che intendano violare l’edificio.
La Fortezza” si presenta così come un interessante connubio tra generi: l’aspetto fantastico con venature horror si incrocia con il contesto storico, la scenografia fumosa ed oscura degli interni si amalgama con la povertà del villaggio dei contadini rumeni, il fascino perverso delle divise della Screen Shot 2013-08-31 at 11.56.10 PMWermacht si confonde con quello dello spirito demoniaco, forza metafisica in grado di guarire i corpi così come di distruggerli. Il paesino sperduto tra le montagne balcaniche può far pensare a Dracula, l’arrivo dei soldati nel luogo nella sequenza iniziale può rimandare invece a una situazione stile “Apocalypse Now”. Suggestioni appena accennate e forse un po’ forzate, eppure confezionate come sempre in maniera ottimale da Michael Mann, grazie anche a un efficace utilizzo del ralenti e a delle splendide luci.
Peccato invece che la sceneggiatura vada scemando verso la banalità, con l’entrata in scena di un vecchio studioso ebreo (Ian Mc Kellen) e di un altro comandante nazista (Gabriel Byrne) i cui metodi spietati genereranno un conflitto con l’ufficiale idealista bene interpretato da Prochnow.
Keep-The-Scott-Glenn-9L’arrivo di un altro enigmatico personaggio, il doppelganger della misteriosa creatura, (interpretato da Scott Glenn) alza leggermente la tensione costringendoci a porci una serie di domande metafisiche circa l’ambigua natura della forza soprannaturale (buona o malvagia?) e confezionando un’intensa storia d’amore impossibile tra l’uomo misterioso e la figlia del dottore ebreo (Alberta Watson).
Nel complesso, “La Fortezza” è un film fantastico e d’avventura gradevole, uno dei primi di Mann e anche del bravo Gabriel Byrne (allora semisconosciuto e relegato ad una parte di contorno), con una buona colonna sonora firmata dai Tangerine Dream.

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LA MONTAGNA SACRA

DATI TECNICI:

Anno: 1973
Paese di Produzione: Messico, Stati Uniti
Genere: Grottesco, Fantastico
Regia: Alejandro Jodorowsky
Interpreti principali:
Horacio Salinas: il ladro
Alejandro Jodorowsky: l’alchimista

RECENSIONE (contiene spoiler):

Alejandro Jodorowsky, intellettuale cileno che ha sempre operato su più fronti, da’ sfogo in questo film culto degli anni ’70 a tutta la sua passione per la psicomagia e il simbolismo.
Il film è un susseguirsi incessante di colori sgargianti ed immagini forti, alcune al limite del sopportabile; resta comunque un’opera mastodontica, volutamente estetizzante, oltre ogni possibile significato di filosofia new age che il suo autore intenda trasmettere.
L’opera potrebbe dividersi idealmente in tre parti.
la-montagna-sacra-4La prima mezz’ora, commentata unicamente da urla selvagge e musica ipnotica, è sconvolgente e resta a mio avviso la parte migliore del film.
Qui il protagonista, un ladro seminudo e indigente interpretato da Horacio Salinas, si aggira in un paese imprecisato dell’america latina in compagnia di un nano senza braccia e senza gambe.
L’universo in cui si muove sembra dominato totalmente dal caos e dalla violenza. E qui come in altre parti del film – all’interno di un percorso che vuole essere in primo luogo spirituale – il regista ci invita anche ad una riflessione politica.
Infatti, Jodorowsky rappresenta allegoricamente la condizione dei paesi dell’America Latina moderna, oppressi da dittature feroci: plotoni di soldati fucilano schiere di persone le cui morti sono rappresentate in modi bizzarri e fantastici, mentre turisti occidentali scattano compiaciuti delle foto.
La rappresentazione sanguinaria delle lotte tra i conquistadores e i nativi, viene invece svolta in un teatro all’aria aperta attraverso un combattimento tra rospi e iguane vestiti da frati missionari e soldati.
L’universo descritto da Jodorowsky è un vero e proprio inferno, dove anche il culto del cristianesimo appare totalmente deformato; il visionario regista ci fa così assistere a processioni di conigli spellati crocefissi e rappresentazioni allegoriche della passione di Cristo tra statue di cera e il degrado più totale.
L’impatto visivo del tutto è molto forte, e quando il protagonista mangia il volto del Cristo appendendolo poi per i piedi a dei palloncini colorati per farlo librare nell’aria, è come l’invito ad una liberazione, nonché il preludio per la seconda parte del film.
HOLY25Qui il ladro scala una gigantesca torre dipinta di rosso ed entra in contatto con un misterioso alchimista (interpretato dallo stesso Jodorowsky).
Gli spazi si fanno rigidamente geometrici, i colori predominano in tutto il loro potere, tuttavia la scenografia è sempre diseguale e dominata dagli elementi più strani. Il ladro si sottopone ad un processo di purificazione mistica (celebre la frase dell’alchimista: “Non sei che merda. Puoi cambiare te stesso in oro”), un viaggio spirituale preludio del viaggio in carne ed ossa che dovrà affrontare verso la montagna sacra del titolo, in compagnia di altre sette persone.
In questa parte centrale del film vengono presentati i sette personaggi, ciascuno dei quali rappresenta a sua volta un pianeta e uno dei grandi poteri industriali che tengono prigioniera l’umanità.
Siamo catapultati nuovamente nello stesso precedente mondo caotico descritto prima, ma in questa fase il regista si muove saggiamente e con grande ironia tra costumi sgargianti, improbabili accessori, al limite tra denuncia sociale, satira grottesca e fantascienza distopica.
Dopodiché ha inizio il vero e proprio viaggio verso la montagna sacra, alla ricerca dell’immortalità e di una dimensione spirituale che possa lasciare alle spalle tutte le false problematiche della materia.
33087_FRAIn questa terza parte del film Jodorowsky sale in cattedra nei panni del maestro spirituale; se la prima era impressionante e la seconda ironica, la terza parte del film si fa un po’ detestabile nel suo voler essere quasi un compendio di filosofia hippie e new age.
Non bisogna dimenticare che la produzione della pellicola si realizzò grazie anche al supporto del produttore discografico di John Lennon e Yoko Ono: insomma, siamo in piena età dei figli dei fiori.
Però Jodorowsky ci aggiunge una grande dose di talento visionario e di provocazioni visive massicce, così le visioni che gli iniziati subiscono verso la fine del film hanno ancora la capacità di impressionarci.
L’immagine è al potere; ma il messaggio finale di Jodorowsky – che rivelerà ai suoi seguaci con una dissacrante e tranquilla risata che in realtà non esiste nessun segreto dell’immortalità – ci dice che tutto è stato soltanto un film, che l’immagine in realtà non esiste e non ha nessun potere, lasciandoci con una domanda al termine della visione della storia: alta spiritualità, paradosso voluto, oppure grande “bufala”?

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ARANCIA MECCANICA

DATI TECNICI:

Anno: 1971
Paese di Produzione: Regno Unito, Usa
Genere: Fantascienza distopica, Drammatico, Grottesco
Regia: Stanley Kubrick
Interpreti principali:
Malcom Mc Dowell: Alex
Patrick Magee: Frank Alexander
Warren Clarke: Dim
James Marcus: Georgie
Anthony Sharp: Ministro

RECENSIONE (contiene spoiler)

Alcune scene di “Arancia Meccanica” sono veramente uniche e resteranno per sempre impresse nella memoria collettiva. Primi piani, carrellate, l’invenzione di “Singing in the rain” durante la sequenza dello stupro, il ralenty nella scena del pestaggio sul fiume, i corpi che quasi danzano coreograficamente mentre fanno e subiscono violenza.
Poi i costumi (bianchi innocenti e quasi divini quello di Alex e dei suoi “drughi”, finti e sgargianti quelli dei personaggi di contorno e della famiglia del protagonista), la scenografia con manichini di donne e statue di falli, gli affreschi di certe zone desolate e squallide di Londra, l’uso intelligente e fondamentale della musica (Beethoven, Rossini).
Insomma, ci sono tutti gli ingredienti giusti per confezionare un capolavoro. Il film è celebre soprattutto per la riflessione sulla violenza, che si esprime anche attraverso discorsi filosofici nella parte centrale del film, dove il dottore ed il prete filosofeggiano sul ruolo della punizione nella società e sul libero arbitrio. Eppure in primo luogo “Arancia meccanica” resta uno dei più grandi esempi di fantascienza distopica e socio-politica, che si esprimono attraverso l’ottima scenografia e costumi.
La storia si può dividere idealmente in tre parti: la prima, racconto avvincente delle violenze compiute dai teppisti chiamati “drughi”, la seconda, con il carcere e la rieducazione che il giovane Alex è costretto a subire ad opera del governo (dove Kurbik dà sfogo al suo astio anti-militarista), la terza con il rientro di Alex in società.
E’ curioso notare che quando il protagonista ritorna dalla terribile “Cura Ludovico”, trova le stesse situazioni che sono state vissute nella prima parte del film, ma che si ripresentano ora rovesciate secondo una tragica legge del contrappasso, per cui Alex, da autore della violenza ne diventa vittima. Tutto ciò avviene perché il giovane non è più in grado di reagire dopo essere stato “addomesticato” dal governo, ma la fatalità degli eventi genera anche una riflessione più profonda sul male e sulla sua sconvenienza, perché i conti, alla fine, si pagano sempre.
arancia-meccanica-barboneAnche se, nell’ironico finale, ci accorgiamo in realtà che Alex non è cambiato per nulla; il messaggio centrale è che la punizione non genera in ogni caso la guarigione.
Infine, la riflessione sulla violenza si attua tramite gli atti scellerati che Alex compie e la “cura Ludovico” che egli subisce; ma si può esprimere anche benissimo attraverso la musica, tema portante del film. L’aspetto della musica rimanda a quello della fantasia, facoltà che Alex utilizza spesso in comici intermezzi per immaginarsi azioni criminose e monumentali, facoltà in fondo innocua e leggera, crudele e creatrice, insita in ogni essere umano e che ci rende tali.

CUORE DI VETRO

DATI TECNICI:

Anno:1976
Paese di Produzione: Germania
Genere: Drammatico, Fantastico
Regia: Werner Herzog
Intepreti principali:
Josef Bierbliecher: Hias
Stefan Guttler: Huttenbesitzer

RECENSIONE (contiene spoiler):

Non avevo mai visto un film di Werner Herzog senza il suo attore feticcio, Klaus Kinski. Ovviamente si perde in qualità e se il protagonista di questo film – un pastore veggente di nome Hias, interpretato da Josef Bierbliechler – avesse avuto il volto da pazzo di Kinski il risultato sarebbe stato sicuramente migliore.
Ma veniamo al cuore del film: Werner Hergzog conferma la sua bravura e, soprattutto, la sua autentica follia che fa di lui un regista veramente alternativo.
Come negli altri film di Herzog, il protagonista più ancora che il volto umano è il paesaggio, in questo caso quello della Baviera in Germania, che alterna scenari pastorali a selvaggi, laddove la telecamera si inoltra nella Foresta Nera a filmare oggettivamente come un documentario le cascate che si confondono con le nubi del cielo e con le foreste. E, riprendendo né più né meno che la realtà, in uno stile lento e documentaristico, Herzog riesce, come nei suoi capolavori più maturi, a trasportarci in una dimensione quasi onirica, che in questo film assume tratti veramente spaventosi ed allucinati.
Perché dalle pendici dei monti e dalle riprese dei paesaggi che, accompagnate dalla musica New Wave dei Popol Vuh, ci danno una sensazione di armonia cosmica (può essere nella giungla amazzonica come nei monti bavaresi, il regista filma unicamente la bellezza così come gli si presenta, cioè in maniera universale), siamo trasportati nel paese dove si svolge l’azione.
4807466_origEd è qui che si rivela l’antitesi che emerge nell’intero film e che regola la poetica di Herzog: quella tra natura e società. C’è il solito anti-eroe alla Kinski, solitario, che vive a stretto contatto con la natura (una natura pur sempre violenta, e spaventosa) e c’è un piccolo nucleo sociale di piccoli uomini abbandonati al loro destino e completamente inerti e sbandati (da cui pur sempre si innesta la storia e il progresso dell’umanità).
La trama, se così si può chiamare visto l’alto tasso allucinogeno del film, riguarda la morte di un vetraio che conosceva il segreto per la costruzione del vetro rosso, ovvero il fiore all’occhiello di quella piccola comunità, e gli sforzi del signore del luogo per recuperare quest’antica tradizione ormai perduta, destinati a finire nella pazzia e nella distruzione della stessa vetreria del villaggio.
Il tutto è raccontato con immagini dove i paesani sembrano delle statuine del presepe, fissi ed immobili, oppure intenti in comportamenti molto strani e ciò contribuisce a ricreare l’atmosfera di attesa che pervade l’intero film, perché Hias ha profetizzato l’omicidio, l’incendio e la distruzione, proprio come avverrà alla fine della storia. Che per tutto il periodo di tempo in cui si sofferma sulla vita nel villaggio, è decisamente molto inquietante.
Herzog ha fatto recitare i protagonisti (tutti attori non professionisti) sotto stato di ipnosi (tra l’altro praticata direttamente da lui, che, dice la leggenda, avrebbe voluto anche apparire all’inizio del film per ipnotizzare gli spettatori), e già questo rende onore al folle genio di questo regista. Inoltre tutto ciò ricrea un’atmosfera veramente inquietante e lisergica: le persone diventano quasi delle caricature stilizzate, il villaggio si trasforma in una sorta di manicomio, dove troviamo il ricco e pallido giovane signore ossessionato dal vetro, il padre paralitico, la serva isterica, un deforme assistente, un uomo che balla con un morto, una demente che si denuda su un tavolo, eccetera eccetera in una vera e propria sagra degli orrori. Si dirà: cinema sperimentale.
4537687_l2Ma secondo me è nel finale che si apre il vero senso di questo film, con i racconti del profeta Hias che dalla distruzione del villaggio si ampliano fino a a visioni distorte della società contemporanea, e con la sua fuga verso i monti ormai coperti di neve, dove può nuovamente “vedere” le cose da un punto di vista più alto, vero e naturale.
Ed infine, seguendo le visioni di Hias lo scenario si sposta dalla Germania a delle fantomatiche isole in mezzo al mare, dove uno sparuto gruppo di uomini osserva l’orizzonte e parte nuovamente, perché, dopotutto, il progresso dell’uomo nella concezione estetica di Herzog non si può fermare.
Dall’ambiente chiuso, surreale e per certi versi fastidioso del villaggio il film si apre così negli ultimi cinque minuti in queste immagini visionarie dove la natura torna a manifestare il suo lato arcaico e dove l’uomo può tornare ad interagire con essa, alla conquista di spazi sempre nuovi.
E la telecamera di Herzog ruota attorno alle isole ed agli uomini con lo stesso movimento circolare che adopererà per il finale di “Aguirre furore di Dio”.

FUOCO CAMMINA CON ME

DATI TECNICI:

Anno: 1992
Paese di Produzione: Usa
Genere: Thriller, Fantastico, Noir
Regia: David Lynch
Interpreti principali:
Sheryl Lee: Laura Palmer
Ray Wise: Leland Palmer
Kyle Mc Lachlan: Agente Speciale Cooper
Chris Isaak: Agente Speciale Chester Desmond
Kiefer Sutherland: Sam Stanley

RECENSIONE (Contiene spoiler):

Ho scelto di avvicinarmi al cinema del visionario David  Lynch con questo film, che non è altro che un prequel della serie Tv “Twin Peaks”. Non avendo visto il telefilm, ammetto che il mio giudizio potrà essere abbastanza inquinato o, forse, solamente più libero.
big_001Per capire il senso degli strani personaggi che popolano la “Loggia nera”: il Nano repellente, il pauroso Bob, lo strano Uomo senza un Braccio, ho dovuto informarmi su internet. Ma, a parte questo, si può benissimo intendere già dal film il significato di questi personaggi che, all’interno di questo spazio della coscienza parallelo a quello della realtà (la “Loggia nera” per l’appunto) non hanno altro che la funzione dell’inconscio.
Quello spazio misterioso che Lynch esplora abilmente a partire da una semplice indagine poliziesca, che l’agente Cooper (Kyle Mc Lachlan) ha la facoltà ed il dono di visitare, e a cui la protagonista Laura Palmer (una bravissima e molto “anni 80” Sheryl Lee) contrappone una resistenza isterica e si rifiuta di credere, negando un antico ricordo concentrandosi sul sesso.
3665_2Il film parte come un’indagine poliziesca, ricca però fin da ora di inquadrature e personaggi strani e surreali (tra cui David Bowie e lo stesso regista che interpretano due ruoli di contorno), per poi concentrarsi sulle vicende di Laura Palmer.
Il regista scava nei ricordi e nell’inconscio della ragazza attraverso dei segni, simboli ed apparizioni, dove Laura Palmer entra all’interno di quadri per risvegliarsi in altri luoghi e dove anche lo spettatore è coinvolto in un’indagine psicologica.
Non mancano i momenti noir – Laura Palmer è una studentessa che conduce una vita dissoluta dominata dal sesso e dalla cocaina – come la memorabile lunghissima scena nel disco-pub: luci rosse e musica elettro-blues.
Nell’ultima mezz’ora del film siamo infine condotti alla verità, i personaggi che apparivano sotto strane sembianze ora rivelano la loro vera identità, il gioco dei doppi si sfalda, e si torna alla fredda cronaca dell’omicidio.
Il viaggio nella coscienza finisce nella morte improvvisa e violenta e – nell’ultima immagine in uno spazio quasi religioso di speranza.