IL MISTERO DEL FALCO

DATI TECNICI:

Anno: 1941
Paese di Produzione: Usa
Genere: Drammatico, Noir
Regia: John Huston
Interpreti principali:
Humphrey Bogart: Sam Spade
Mary Astor: Brigid O’Shaugnessy
Peter Lorre: Joel Cairo
Sidney Greenstreet: Caspar Gutman

RECENSIONE (contiene spoiler):

Trasposizione cinematografica del romanzo di Dashiell Hammett “Il falcone maltese”, “Il mistero del falco” è un capisaldo del cinema noir, primo film realizzato dal prolifico regista John Huston e opera che consacrò definitivamente Humphrey Bogart tra le star di Hollywood.
the_maltese_falcon_sam_spade_humphrey_bogart_2Il film ci mostra come sessant’anni fa si poteva fare del buon cinema semplicemente raccontando storie, attraverso il gusto della narrazione. C’è l’ottimo impianto scenografico noir, ci sono tre omicidi che avvengono improvvisamente, ma quel che maggiormente conta ne “Il mistero del falco” è la parola, attraverso cui veniamo progressivamente in contatto con la verità.
In un mondo violento e imprevedibile come quello in cui si muove Sam Spade, l’investigatore privato interpretato magistralmente da Humphrey Bogart, occorre sapersi muovere attraverso una serie di compromessi, per cui un buon uso delle parole diventa fondamentale: per ottenere Annex - Bogart, Humphrey (Maltese Falcon, The)_12informazioni, difendersi dall’insistenza della polizia, contrattare sul prezzo e addirittura sulla vita delle persone. Dopo un inizio misterioso, il nucleo del film è costituito dai contrasti verbali e dalle contrattazioni fuorilegge che avvengono tra Sam Spade e gli altrettanto memorabili antagonisti, una coppia di ricchi uomini d’affari che attraverso la recitazione sopra le righe di Sidney Greenstreet e di Peter Lorre assumono tratti davvero caratteristici. Il richiamo al falcone maltese – ovvero al prezioso oggetto del contendere e Annex - Bogart, Humphrey (Maltese Falcon, The)_04causa degli omicidi – a viaggi lontani, Istanbul e crociati, aggiunge al film quel tocco di estetismo tipico dei romanzi d’avventura. Il topos romantico della ricerca infruttuosa di oggetti antichi si inserisce così alla perfezione nella cornice noir della buia metropoli e dei suoi abitanti. Qui Sam Spade è l’unico in grado di muoversi perché, dissimulando attaccamento al vile denaro, riesce a mantenere salda una sua etica che gli consentirà di cavarsela e di raggiungere anche la verità.
Infine, ne “Il mistero del falco” è molto importante anche quello che non si dice. La protagonista femminile, la malinconica e timorosa Miss O’ Shaughnessy (Mary Astor) è infatti un reticolo di reticenze e di omissioni, da cui prende forma la storia con tutti i suoi inganni. E del falcone maltese non resta così altro che un’idea, che assume una valenza metaforica essendo “fatto della stessa materia dei sogni”, proprio come il cinema.

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BODYGUARDS AND ASSASSINS

DATI TECNICI:

Anno: 2009
Paese di Produzione: Hong Kong
Genere: Storico, Drammatico, Azione
Regia: Teddy Chan
Interpreti principali:
Donnie Yen: Sheng Chongyang
Leon Lai: Liu Lubai
Nicholas Tse: Deng Sidi
Wang Xueqi: Li Yutang
Tony Leung Ka-Fai: Chen Shaobai
Mengke Bateer: Wang Fuming

RECENSIONE (contiene spoiler):

Partendo da un fatto storico realmente accaduto, Teddy Chan realizza un bel film dove realtà e finzione, dramma storico e film d’azione, si incrociano continuamente.
Bodyguards-and-AssassinsIl risultato è una pagina di epica struggente. La vicenda narrata riguarda il preludio della rivoluzione che portò agli inizi del novecento alla caduta dell’impero cinese, simboleggiata dalla figura del politico Sun Yat Sen – mente intellettuale della rivolta – e del suo imminente arrivo ad Hong Kong allo scopo di discutere con altri eminenti rivoluzionari sul futuro destino degli avvenimenti. Qui un gruppo di coraggiosi riuniti dall’imprenditore Li Yutang organizza un’azione diversiva in grado di consentire la realizzazione dell’importante incontro politico.
Bodyguards---assassins-03La vicenda, scandita da una precisa ricostruzione cronologica, si fa così sempre più avvincente e mano a mano che ci si avvicina al momento cruciale vengono presentati una serie di personaggi (più o meno fittizi) che costituiranno il cordone di sicurezza per l’entrata in città di Sun Yat Sen.
Tra questi spiccano un poliziotto diviso tra l’amore per la patria e il suo ruolo di marito e di padre (Donnie Yen). un ex guerriero caduto in disgrazia in seguito a un’infelice storia d’amore, e persone provenienti dal “popolo” che incarnano perfettamente l’ideale nazionalistico che traspare dalla pellicola: una giovane e coraggiosa ragazza, un simpatico guidatore di risciò (Nicholas Tse) e Shi yue wei cheng (2009un gigantesco monaco Shaolin (Mengke Bateer). Dall’altro lato della barricata rispetto ai buoni che finiranno tragicamente in nome della libertà, è interessante l’opposto binomio di “cattivi”: il perfido Liu Yubai (Leon Lai) caparbio difensore dei vecchi ideali, e l’ambiguo editore capo del “China Daily” (Tony Leung Ka Fai), emblema della subordinazione nei confronti degli occidentali, entrambi nemici del progresso democratico, eppure così distanti tra di loro. Il racconto corale esploderà tragicamente nell’ultima avvincente parte del film, dove la resistenza avverrà casa per casa e strada per strada, fino all’inevitabile sacrificio. “Bodyguards and Assassins” riesce a coniugare l’ideale nazionalpopolare cinese con lo spettacolo di qualità, travolgendo lo spettatore attraverso i vari duelli che si susseguono e riuscendo anche a strappargli una sincera lacrima nel commovente finale.

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STALKER

DATI TECNICI:

Anno: 1979
Paese di Produzione: Unione Sovietica, Germania
Genere: Fantascienza, Drammatico, Avventura
Regia: Andrei Tarkovskij
Intepreti principali:
Aleksandr Kajdanovskij: Stalker
Anatolij Solonicyn: Scrittore
Nikolaj Grin’ko: Professore
Alisa Frejndjjk: Moglie dello Stalker

RECENSIONE (contiene spoiler):

“Stalker” è un capolavoro con pochi dialoghi, ma con molto, tantissimo, da dire.
Partendo da un tentativo di analisi tecnica, non si può non notare il granissimo lavoro realizzato dal regista Andrej Tarkovskij.
Ogni singola scena è bellissima, l’uso delle luci, mai forzato ma estremamente efficace, è di una perfezione divina, tanto che pare di guardare un quadro del Caravaggio.
2011-12-10-17-47-38Film datato 1979, Tarkovskij fa un uso della tridimensionalità a fronte del quale il moderno 3D è spazzatura retrograda. Minuscoli fiocchi di neve che si muovono nell’aria, microorganismi presenti nell’acqua che è elemento centrale dell’opera, fonte di vita sotterranea che scorre lentamente negli acquitrini della Russia e dell’Estonia dove fu girato il film.
La lentezza esasperante dei movimenti della cinepresa, oltre a sortire un effetto paradossale di suspense che lascia incollati allo schermo, è capace di ricreare progressivamente un mondo all’interno di ogni singola scena.
Per questo, a titolo di esempio, basti pensare alla lunga e lentissima carrellata sull’acqua vicino a cui è sdraiato lo “Stalker”, mentre per quanto concerne la suspence citiamo la lunga scena in cui uno dei personaggi attraversa un pericoloso corridoio simile ad una fogna denominato “il tritacarne”.
stalker1979rusgeradventOgni sequenza è così un microcosmo da gustare, vedere e respirare. E’ un cinema totale.
La storia raccontata è ancora più affascinante. “Stalker” è la parola con cui viene definita la professione del protagonista della vicenda (interpretato da un intenso Aleksandr Kajdanovskij), un uomo che sceglie di accompagnare degli eletti cercati tra i più autentici e disperati uomini della terra nel viaggio all’interno di un luogo misterioso denominato “La Zona”. Qui un meteorite cadde provocando effetti misteriosi, tanto che “La Zona” fu isolata e delimitata dall’esercito per proteggere gli uomini che osavano addentrarcisi.
stalker-(1979)-large-pictureLa scenografia, tramite il realismo della fotografia e la bellezza delle luci, è semplicemente unica nel rappresentare questo futuro distopico: i protagonisti viaggiano in un mondo in rovina, non tanto lontano da quello in cui viviamo. Dapprima tra edifici fatiscenti e vuoti, periferie industriali degradate e lasciate a se stesse, nella parte iniziale del film, realizzata in uno splendido bianco e nero che vira sul seppiato. Mano a mano che i protagonisti avanzano verso la miracolosa “Zona” ritorna anche il colore in tutto il suo splendore, nell’evidenziare il verde dei prati e della natura in cui è immerso l’edificio abbandonato meta del viaggio. Si tratta di una natura violentata dal passaggio dell’uomo, le cui tracce sono visibili e presenti in ogni inquadratura malgrado il silenzio e il vuoto che regna sovrano e che stalker4rende l’atmosfera ancora più inquietante: residui bellici, rifiuti di ogni genere, lontani segni di vita umana.
Lo “Stalker” riesce a muoversi all’interno di questo universo fantascientifico eppure così vicino alla realtà, proprio perché rispetta la natura, essendo egli una figura quasi mistica, in grado di avere un rapporto di scambio anche fisico con le vibrazioni più autentiche della terra, ovvero “La Zona” e i suoi segreti più intimi. Pur nella grande possibilità che essi danno agli uomini che riescono ad addentrarsi nell’ultima miracolosa stanza dell’edificio, dove pare che sia possibile avverare qualunque desiderio, lo “Stalker” non intende forzare “La Zona” ma assecondarne le regole. Il tarkovsky_stalkerpercorso a cui prendiamo parte è così anche un viaggio nella conoscenza, dove spesso occorre rinunciare, altre volte procedere a caso lanciando dei dadi, altre ancora passare per la strada più lunga nonostante siamo a due passi dall’entrata principale.
L’atmosfera è decisamente suggestiva così come i protagonisti che non hanno un nome – infatti i due uomini che lo “Stalker” accompagna nella “Zona” vengono chiamati “Lo Scrittore” (il bravissimo Anatolij Solonicyn) e “Il Professore” (Nikolaj Grin ko)- perché fanno parte di un disegno più grande, forse divino, espresso dalla maestria di Tarkovskij e attraverso dialoghi tremendamente sinceri e sofferti, che fanno di questi uomini così privi di orpelli da apparire spersonalizzati dei veri e autentici esseri umani, con tutte le loro aspirazioni, limiti e difetti.
a3Come se non bastassero l’estremo rigore della regia e il fascino dell’impianto scenico, la storia avventurosa e gli ingredienti misteriosi disseminati lungo la trama, il finale riesce ancora di più ad emozionare ed è un’esplosione inaspettata di passione. E’ qui che verrà alla luce l’animo profondamente tormentato e ricco d’amore dello “Stalker” e Tarkovskij farà terminare la storia proprio dove l’aveva incominciata, nella povertà estrema e dignitosa della famiglia del protagonista (moglie e figlia, altri interpreti di un film che vede sensazionalmente la presenza di soli sei attori), Qui alla povertà materiale corrisponde una grande ricchezza di spirito, seppure destinata alla sconfitta, se non alla sfera dell’ideale o semplicemente della pazzia.

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TEOREMA

DATI TECNICI:

Anno: 1968
Paese di Produzione: Italia
Genere: Drammatico
Regia: Pier Paolo Pasolini
Interpreti Principali:
Terence Stamp: L’Ospite
Massimo Girotti: Paolo
Silvana Mangano: Lucia
Anne Wiazemsky: Odetta
Laura Betti: Emilia
Andrés Jose Cruz Soublette: Pietro
Ninetto Davoli: Angelo

RECENSIONE (contiene spoiler):

Con “Teorema” Pasolini tenta di penetrare nei tessuti psicologici e sociali di una famiglia borghese milanese.
Per un artista maggiormente abituato al contatto con il sottoproletariato urbano o con la terra contadina, tale rapporto appare difficile da realizzarsi. “Teorema” rappresenta anche questo, una sorta di schizofrenia da cui Pasolini stesso era affetto in primo luogo come scrittore e come persona. I suoi film sono del tutto impregnati tumblr_mk9xe6daRW1s6p8hzo1_400dall’amore viscerale al limite della patologia nei confronti del “popolo”, ed è proprio quest’autenticità e questa passione a costituire la pregevole poesia del cinema del regista. Considerando la particolarità e l’estrema complessità di “Salò”, “Teorema” appare così l’unico film “borghese” di Pasolini. Basti pensare al fatto che gran parte della storia è ambientata all’interno di una villa e che protagonista assoluta del film è una Milano motore dell’Italia industriale degli anni ’60.
L’odio viscerale dell’autore nei confronti dei borghesi rende perciò le figure dei quattro componenti della famiglia al limite dello stereotipo, tracciato seguendo l’ideologia del regista. Essi non rappresentano altro che delle idee o meglio l’incarnazione degli aspetti più meschini della quotidianità borghese: la vacuità (la moglie), l’avidità tumblr_n9atp42wPE1s5gu6jo4_1280(il marito), il fanatismo nei confronti della famiglia (la figlia) e la leggerezza che spesso si confonde con ignoranza (il figlio). Così, malgrado la coppia dei genitori, formata da Massimo Girotti e Silvana Mangano, sia di grande qualità dal punto di vista recitativo, Pasolini non riesce a sfruttarne appieno le personalità stereotipizzate. Ma è proprio questo aspetto ideologico su cui si regge l’intero impianto del film, a partire dalle stupende sequenze iniziali che inquadrano le vuote fabbriche del freddo settentrione italiano, e le scene che ritraggono la scialba quotidianità della famiglia in un’opaco e spento bianco e nero.
Tutto ciò è infatti necessario per introdurre il tema principale della storia: l’arrivo nella famiglia di un ragazzo, un silenzioso ma carismatico studente di ingegneria appassionato di poesie, interpretato da un efficace Terence Stamp. Lo Straniero entra subito nel cuore della famiglia facendo innamorare di lui ciascuno dei suoi membri, e intrattenendo rapporti sessuali ed omosessuali con tutti i suoi componenti.
Teorema_-_PasoliniLa prima e più pregevole parte del film è perciò incentrata sulla figura dello Straniero come Altro, a fronte di cui ogni quotidiana ed egocentrica certezza si sgretola per lasciare spazio a una nuova e inaspettata umanità. La figura dello Straniero ha un che di epifanico e sacrale, l’amore che egli dà e che riceve è senza alcuna ragione e proprio in quanto tale diviene emblema dell’assoluto. Da un punto di vista cinematografico, il tema dell’alterità si fa spazio attraverso un uso fondamentale della luce, attraverso cui il regista riesce ad esprimere pregevolmente un forte impatto naturalistico anche all’interno di enormi e moderne case e di squallide periferie industriali. Improvvisamente, verso la metà del film, e sempre senza alcuna ragione, lo Straniero viene richiamato a casa da una lettera. I componenti della famiglia subiranno così un drastico abbandono a fronte del quale ciascuno reagirà in maniera differente. Il sorriso di Terence Stamp al momento dell’addio, accompagnato dal Requiem di Mozart come sottofondo musicale, si trasforma dunque in qualcosa di demoniaco, che lascia le persone che ha così intensamente amato ad 5337075288_6469283706una nuova terribile solitudine. Nella sostanza, tale isolamento non differisce in nulla dallo stile di vita privo di relazioni umane autentiche che la famiglia precedentemente intratteneva. L’aspetto lacerante è proprio la coscienza di tale inautenticità che viene lasciata a ciascuno dei membri della famiglia, unitamente a una nuova ricerca di quell’alterità che li aveva colpiti; una ricerca però disperata e senza speranza.
A discapito del tema che potrebbe subire derive “pruriginose” e malgrado le censure per oscenità che l’Italia bigotta dell’epoca attribuì al film, in “Teorema” è del tutto assente l’aspetto provocatorio e scandalistico che spesso anima il cinema di Pasolini. Viaggiamo piuttosto al confine tra il sacro e l’ideologia, come indicano le frammentarie inquadrature di deserti biblici e la figura della serva contadina Emilia interpretata da un’ottima Laura Betti. E’ proprio nell’unicità di questo personaggio, che si discosta dal profilo psicologico degli altri protagonisti, che l’approccio di Pasolini si fa surreale, offrendosi però anche al rischio di una deriva patetica.

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IZO

DATI TECNICI:

Anno: 2004
Paese di Produzione: Giappone
Genere: Azione, Grottesco, Horror, Drammatico
Regia: Takashi Miike
Interpreti principali:
Kazuya Nakayama: Izo
Kazuki Tomokawa: Sè stesso
Takeshi Kitano: Primo ministro
Bob Sapp: combattente americano

RECENSIONE (contiene spoiler):

“Izo” è il nome del protagonista, un samurai barbaramente crocefisso per chissà quale crimine durante il medioevo giapponese. Nel folle film di Takashi Miike, Izo pare reincarnarsi e morire un’infinità di volte, attraversando le epoche e lo spazio, tra acrobatici duelli di spada che si svolgono sia nel passato che in epoca contemporanea, creando un effetto spiazzante e talvolta kitsch. Ma “Izo” non è solamente il protagonista di una storia che in fondo non presenta una vera trama, apparendo nient’altro che una sempre più sanguinosa catena di omicidi. Dai pochissimi s10izdialoghi del film, capiamo che “Izo” è una sorta di entità che coincide non tanto con la malvagità quanto forse con la vita stessa (come ci indicano gli spermatozoi all’inizio e il concepimento alla fine del film). Secondo la poetica di Takashi Miike, l’umanità e la vita nascono da semi di rancore, essendo Izo un personaggio che vaga costantemente in cerca di vendetta per tutta la storia; una vendetta cieca e crudele, non si sa bene contro chi o che cosa, ma che non risparmia nessuno, né i diversi combattenti incontrati sulla strada né la madre o l’amante di Izo. Che siano pericolosi yakuza oppure innocenti bambini, questo spirito inesorabile incarnato in Izo spazza via implacabilmente ogni essere sul proprio cammino. Il geniale regista giapponese ha imbastito il film su un protagonista negativo e izo6sanguinario – un assassino -, ma in varie circostanze e attraverso l’utilizzo di filmati storici sulle varie dittature che hanno ammalato l’umanità (Hitler, Stalin, il fascismo giapponese, Hiroshima e così via) il messaggio che intende trasmetterci è che è l’essere umano ad essere sostanzialmente e intrinsecamente brutale. A dispetto dei litri di sangue che fanno di “Izo” un’opera stilisticamente iper-violenta (rispetto a Takashi Miike i film di Tarantino sembrano del tutto innocui), tale messaggio viene esposto quasi candidamente, come l’unica verità possibile, e in certi punti attraverso emozionanti scene di grande poesia (i fiori che parlano ad Izo, la pioggia e l’acqua purificatrici, fino a giungere all’iconico finale che rimanda alla teoria del “Bambino delle stelle” di Kubrick). Ma la vera e più autentica essenza mtJPuq871AKmGBbPBlfwSYJwN3ydell’entità “Izo” si esprime anche attraverso brevi ma significativi e pungenti dialoghi filosofici con gli emissari del potere che egli ucciderà uno ad uno in quanto crepa sovversiva all’interno del sistema. In quest’ottica il film è un atto di accusa sincero e poetico contro ogni forma di apparenza o di ipocrisia umana, dal concetto di democrazia a quello di guerra e di religione, dove persino l’amore viene decostruito essendo null’altro che un segno del linguaggio per indicare un mero istinto sessuale. Soprattutto nella prima parte del film, attraverso una serie di dialoghi e di situazioni surreali (la riunione dei ministri, la bizzarra lezione scolastica in cui ogni concetto viene capovolto, fino a giungere ad un’intera scena inquadrata al contrario, a testa in giù), è chiaro fin da subito che izo3il percorso del samurai è in primo luogo un cammino spirituale che lo porterà attraverso la negazione del mondo ad una più alta conoscenza di se stesso. Tale livello di conoscenza coinciderà però con la disperazione e Izo si trasformerà lentamente – anche visivamente – in un mostro assetato di sangue, più simile a un animale o a un demone che a un uomo. Questa seconda parte del film è più ripetitiva e indulge maggiormente sui combattimenti che si fanno sempre più insensati, inframmezzati unicamente dalle canzoni di Kazuki Tomokawa, bizzarro cantante folk alcolizzato: i suoi rantoli e le sue schitarrate, oltre a costituire la colonna sonora del film, rendono al massimo la dimensione artistica prettamente esistenziale di un’opera estrema e votata all’eccesso.

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UN ANNO CON TREDICI LUNE

DATI TECNICI:

Anno: 1978
Paese di Produzione: Germania
Genere: Drammatico
Regia: Rainer Werner Fassbinder
Interpreti principali:
Volker Spengler: Elvira/Erwin
Ingrid Caven: Zora
Gottfried John: Anton Saitz
Elisabeth Trissenar: Irene Weishaupt
Eva Mattes: Marie Ann Weishaupt
Lilo Pempeit: Schwester Gudrun

RECENSIONE (contiene spoiler):

Werner Rainer Fassbinder, regista di punta del “Nuovo cinema tedesco” è autore prolifico, deceduto in giovane età e spesso ingiustamente dimenticato. In “Un anno con tredici lune”, sconvolto dalla notizia del suicidio di un suo vecchio amante, racconta la storia degli ultimi giorni di vita del transessuale Elvira. Nonostante l’opera sia 4660-3stata realizzata in pochi giorni, il risultato finale è sorprendente: il regista riesce a trasportarci in un mondo dove a dominare è il tema della diversità, ma lo fa con grande delicatezza, senza abbandonarsi al pathos drammatico e al tempo stesso evitando di stigmatizzare o di eccedere nei comportamenti che restano sempre misurati e di grande poesia. Al contrario di Pasolini, Fassbinder affronta il tema dell’omosessualità e della diversità senza alcuna enfasi o retorica; il suo indugiare sulla quotidianità della diversità è privo di qualunque abbellimento ed ornamento da essere per se stesso bello, ottenendo il sorprendente risultato di rendere “normale” la diversità (al contrario del regista italiano per cui essa ha in primo luogo una funzione sovversiva e di scandalo contro le regole imposte dalla società). Tutto ciò si fa spazio nella regia attraverso uno stile apparentemente dimesso che in realtà 17474828420140421013823085riveste di un’aura le vite dei protagonisti della storia. Così le lunghissime soggettive di Fassbinder sono quanto di più vicino alla bellezza possa esistere e riescono ad esprimere la passionalità trattenuta dallo spettro di un’alienazione pur sempre presente.
Diverse sono le scene notevoli. Lo zapping in tv della prostituta amica di Elvira – Zora -, con tanto di apparizione dello stesso regista in un’intervista, esprime con dolcezza e simulata arrendevolezza momenti di solitudine quotidiana. Nella scena del chiostro, la macchina da presa si stacca dalla voce narrante della suora allo scopo di seguire i passi di Zora, per poi tornare ad inquadrare la suora ed Elvira secondo un movimento che pare seguire la storia raccontata a voce da Suor Gudrun (una dimensione scenica prettamente teatrale che tornerà anche nella sequenza finale del film). L’incontro omosessuale iniziale nel parco è dipinto in modo talmente lontano dall’essere torbido da sembrare l’introduzione di un poetico duello. Nella lunga scena in cui Elvira narra inayearwith13moons1i suoi tormenti d’amore a Zora, la cinepresa segue pedissequamente la macellazione sanguinosa di alcuni bovini in un mattatoio, creando un effetto distonico unico tra la sensibilità dei fatti narrati e la cruda ripetitività industriale. E’ un cinema per cui bisogna armarsi di molta pazienza, eppure la lentezza del racconto è inquadrata all’interno di una forma perfetta e poetica tanto da risultare avvincente.
Tornando alla trama di “Un anno con tredici lune”, è da notare che la drammatica storia di amore e di solitudine di Elvira potrebbe benissimo capitare a qualunque altra persona all’interno di una società che sembra non lasciare alcuno spazio alla passione e all’amore. Ovviamente, il tema della diversità sessuale e dell’impossibilità di essere veramente se stessi, amplifica tale sentimento e al tempo stesso diviene emblema di amore assoluto. Ma nel tratteggiare la figura di Elvira/Erwin c’è molto di più: il transessuale – magistralmente interpretato da Volker Spengler che non fa mai del suo personaggio una macchietta – ha cambiato sesso quasi per gioco, come una scommessa con la vita e con la morte. inayearwith13moons3E il messaggio di Fassbinder pare essere quello che, pur rivivendo due vite in una sola come è accaduto al protagonista, la felicità non è mai possibile. Pur trattandosi della storia di un transessuale, Fassbinder non sembra mai volersi concentrare esclusivamente su questo, ma affronta attraverso dialoghi molto curati diversi temi filosofici: il tema del corpo, della volontà e della rappresentazione ( da notare che in un’inquadratura il libro tenuto in mano dalla suora è quello di Schopenauer), la questione del suicidio (introdotta dal bizzarro dialogo tra Elvira e un uomo che si vuole impiccare, e poi esplosa nel drammatico finale del film) e la critica sociale appena accennata dagli unici momenti surreali e grotteschi del film – attraverso la losca figura dell’industriale Anton Saitz, l’uomo per cui Erwin cambiò sesso per poi rifiutarlo subito dopo l’operazione, emblema dell’indifferenza del capitalismo verso l’umanità.

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LA NOTTE DEI MORTI VIVENTI

DATI TECNICI:

Anno: 1968
Paese di Produzione: Usa
Genere: Horror
Regia: George A. Romero
Interpreti principali:
Duane Jones: Ben
Judith O’Dea: Barbara
Karl Hardman: Harry Cooper
Marilyn Eastman: Helen Cooper

RECENSIONE (contiene spoiler):

“La notte dei morti viventi” è il capostipite del moderno film horror, sia per quanto riguarda i contenuti, sia esso inteso come prodotto da consumare sul mercato. Infatti dall’anno della sua uscita – 1968 – ai numerosi horror che vengono presentati ogni anno, pare talvolta che siano stati compiuti pochi passi in avanti dal punto di vista qualitativo. E’ per questa ragione che dal classico di George A. Romero non si può prescindere e il film è più che mai attuale malgrado il suo bianco e nero.
dead1La storia presenta già la struttura e i cliché che diverranno tipici con il tempo: da un lato c’è un gruppo variegato di personaggi qualunque, mediocri e senza alcun appeal, e dall’altro una pericolosa e sconosciuta ma altrettanto impersonale minaccia esterna (che siano zombies o altro, poco importa ai fini della storia, l’importante è che siano cattivi e facciano paura).
In seguito allo spaesamento iniziale, segue una situazione di stasi: nel film di Romero il gruppo di sopravvissuti si ritrova prigioniero all’interno di un’abitazione di campagna; le differenti personalità si scontrano e atti di solidarietà si alternano agli inevitabili conflitti tra i vari personaggi.
05Mentre la prima parte del film – con l’assalto degli zombies al cimitero e la fuga della ragazza nella casa – è perlomeno interessante, i dissidi che nascono tra i personaggi appaiono forzati; demerito della sceneggiatura, ma anche la regia da metà storia in poi ci regala ben poche sorprese. Alla povertà di mezzi scenici (come detto, gran parte della storia è ambientata all’interno di una casa) e di budget (attori sconosciuti) sopperisce la qualità degli effetti speciali che all’epoca fu disturbante e resta tutt’oggi molto buona, con l’aggiunta di una lunga sequenza splatter dove la cinepresa indugia sul “banchetto” degli zombies.
zombie-18-Ma l’aspetto decisamente più interessante del film è tanto poco horror quanto politico – lo zombie incarna il nemico comunista in epoca di guerra fredda? oppure il dramma del vietnam? – e fantapolitico, perché i protagonisti tentano di apprendere le ragioni della minacciosa epidemia, ma le strategie governative e le informazioni restano evasive, contraddittorie e danno adito ai presupposti per un controllo totale della popolazione. Il limite di ciò è che le lunghe scene ritraenti i servizi televisivi e radiofonici a cui i superstiti assistono impotenti, alla lunga sono parecchio noiose. A nulla vale anche un tentativo di fuga finito male per aumentare il ritmo; occorrerà attendere l’assalto finale degli zombies perchè la tensione si possa alzare nuovamente. Le conseguenti trasformazioni delle vittime sfoceranno in un’orgia di morte in grado di dissolvere anche i legami famigliari più stretti: moglie-marito, fratello- sorella, fino a giungere al matricidio, anche le strutture basilari crollano, il caos è totale e primordiale.
nightofthelivingdeadLa scena finale, crudamente sardonica, lascia nello spettatore un inaspettato sentimento di grande amarezza evidenziato dai fotomontaggi realistici con cui si chiude il film; è il colpo di scena di una sceneggiatura un po’ fiacca, l’idea geniale che vale la visione dell’opera, nonché un ultimo chiaro riferimento politico. Grazie al finale nichilista è chiaro che l’horror di Romero non intende trasmettere tanto suspence e paura quanto una nuova e sottile inquietudine, in grado di raccontare al meglio le nuove ansie dell’epoca contemporanea.
“La notte dei morti viventi” ha tutti i suoi limiti, ma è sicuramente coraggioso, a partire anche dalla scelta dell’unico protagonista positivo della storia, il nero interpretato da Duane Jones, scritturato unicamente in base ai propri meriti e non allo scopo apposito di interpretare un uomo di colore, come era avvenuto fino ad allora nel cinema americano.

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POSSESSION

DATI TECNICI:
Anno: 1981
Paese di Produzione: Germania Ovest, Francia
Genere: Horror, Grottesco, Drammatico
Regia: Andrzej Zulawski
Interpreti Principali:
Isabelle Adjani: Anna/Helen
Sam Neill: Mark
Heinz Bennent: Heinrich
Margin Carstenen: Margrit Gluckmeister
Johanna Hoffer: Madre di Heinrich

RECENSIONE (contiene spoiler):

Film insolito e disturbante, “Possession”, nonostante sia piuttosto datato, risulta ancora oggi essere un horror di qualità; anche se la parola horror è abbastanza limitativa e forse poco si addice alla complessità della storia in questione.
possession-bedIl regista Andrzej Zulawski in fondo non ci propone altro che il più classico dei temi in grado di minare la stabilità di un nucleo famigliare: il triangolo amoroso. Eppure concentrandoci su questo contenuto e sulle drammatiche conseguenze e nevrosi che esso comporta, saremmo ancora lontani dal cogliere l’essenza contraddittoria del film.
Il fatto è che il dramma, prima ancora che nella storia, si svolge tutto all’interno della mente dei protagonisti: la stupenda tumblr_mawxv4wR3Q1qd8uxio1_1280Isabelle Adjani che vinse il premio come migliore attrice protagonista a Cannes nel ruolo di Anna e l’altrettanto e soprendentemente bravo Sam Neill (il marito di lei, Mark).
La regia vorticosa (quasi sempre camera a mano) sfrutta fino allo sfinimento la corporeità dei due protagonisti, a cui è richiesta una serie di movimenti ossessivi che ben rendono l’idea della nevrosi isterica in cui può cadere una qualunque coppia borghese in seguito a un’infedeltà.
Malgrado la presenza di elementi splatter e misteriosi accanto a quelli quotidiani, è come se l’horror si svolgesse tutto all’interno di questi corpi letteralmente posseduti dalla pazzia (da qui il titolo del film). I due protagonisti non stanno mai fermi: si dondolano sulla sedia, ruotano su se stessi, hanno crisi isteriche, sembrano in balia di una danza mistica anche quando si possession1picchiano, accendono e spengono compulsivamente le luci di una stanza, fino a giungere alla scena clou e splatter della metropolitana, in cui Isabelle Adjani si dimena urlando per tre insostenibili minuti.
Gli unici momenti in cui i protagonisti riescono a trattenere e fermare la loro ansia sono racchiusi in brevi primi piani sul volto della Adjani, che sembra rivolgersi attonita e sgomenta direttamente allo spettatore aumentando uno straniante senso di sacralità.
Lentamente scopriremo che la “possessione” di cui è preda la donna è quella di un essere mostruoso e polipesco che lei stessa ha creato e con cui pare tradisca sia il marito che l’amante.
Eppure, all’interno di una trama portata alle estreme conseguenze possession-meatcosì tanto da apparire talvolta assurda, questa creatura potrebbe rappresentare nient’altro che la follia della donna, oppure quella del marito che, come capiremo nel finale, è sotterraneamente pronta ad esplodere. Infatti, il punto di vista principale da cui assistiamo alla pazzia di Anna è quello del marito. Ma ad una seconda visione del film, analizzando elementi contraddittori sparsi confusamente all’interno della sceneggiatura, scopriamo che l’essere malvagio potrebbe essere invece proprio Marc. Soprattutto grazie al finale sorprendente, in cui entrano in gioco anche i “doppelganger” della coppia, realizziamo che l’intera vicenda potrebbe essere nient’altro che la genesi mentale allucinata di un fatto di cronaca nera.
possession3Sono solamente ipotesi circa le numerose suggestioni visive che Zulawski ci lascia, alcune delle quali muovono verso lo splatter attraverso una fotografia ricca di colori volutamente forti ed aggressivi, come nelle due scene in cui gli investigatori privati scoprono il mostro nell’appartamento o in quella dello squallido omicidio dell’amante all’interno di un bagno pubblico.
Ma il vero punto di forza di un film dall’impatto visivo così devastante è la sceneggiatura, firmata anch’essa da Zulawski: i dialoghi profondamente sofferti sull’esistenza di dio e del male si alternano a banalità ed isterie di vita quotidiana, contribuendo ad alimentare lo stupendo clima grottesco che domina interamente la pellicola.
Possession-1981-Sam-Neill-Berlin-wallIl film lascia comunque adito a numerose interpretazioni e molte cose restano ancora nel mistero, come alcune figure secondarie (la vecchia madre dell’amante, la donna dalla gamba ingessata, la spia dai calzini rosa, i misteriosi datori di lavoro di Marc).
Infine, la scelta della location, una fredda Berlino divisa dal muro, e i soldati che spiano con il binocolo al di là del muro verso la casa della coppia, contribuisce a creare ulteriormente mistero intorno alla vicenda. Anche se l’unione di un dramma famigliare psicologico con l’horror e con elementi estetici mutuati dalle spy-story degli anni 70′ sfiora in certi punti l’orlo del kitsch, è un “pastiche” che resta comunque decisamente affascinante.

RPa2C

CONFESSIONS

DATI TECNICI:

Anno: 2010
Paese di Produzione: Giappone
Regia: Tetsuya Nakashima
Interpreti Principali:
Takako Matsu: Yuko Morigushi
Yukito Nishii: Shuya Watanabe
Kaoru Fujiwara: Naoki Shimomura
Ai Ashimoto: Mizuki Kitahara

RECENSIONE (contiene spoiler):

Film di grande impatto visivo, “Confessions” raggiunge vette di raffinata bellezza; il regista Tetsuya Nakashima confeziona un prodotto esteticamente perfetto. Ogni sequenza, inquadrata nella sua forma ricca di colori e di prospettive tridimensionali, potrebbe benissimo essere un videoclip musicale: vedasi l’ultima mezz’ora, che comprende colonna sonora dei Radiohead e l’esplosione di un ordigno segmentata in migliaia di frammenti – che diviene visivamente una deflagrazione cosmica del cuore spezzato del protagonista.
eGw0bHVzMTI=_o_-confessions-2010-trailer-nakashima-tetsuya-thats-the-La bellezza patinata delle immagini di “Confessions” si sposa con la storia tratta dall’omonimo romanzo giapponese di Kanae Minato.
La sceneggiatura si presenta ricca di colpi di scena, seguendo un’idea del tutto particolare, poiché nel corso della storia vengono presentati diversi eventi, da prospettive differenti a seconda dei protagonisti che la vivono.
Il regista non intende con ciò ingannare l’occhio dello spettatore, perché la crudezza della storia – che ruota intorno a un insensato omicidio di una bambina innocente da parte di due giovanissimi studenti – non lascia spazio ad alcuno spiraglio di speranza o fraintendimento. A finire ingannati sono soltanto i protagonisti, in primo luogo i due confessionsragazzini-assassini che subiranno la vendetta della madre della bimba, loro insegnante di scuola media.
I primi quindici minuti del film introducono proprio l’ultima lezione tenuta dall’insegnante Yuko Moriguchi, e sono quanto di più incalzante abbia mai trovato ultimamente: tra ralenti, montaggi alternati e musica sempre più crescente nel sottofondo, la donna rivelerà all’intera classe l’omicidio commesso, l’identità degli assassini (che, essendo minorenni, non possono essere perseguiti dalla legge) e la manifesta volontà di vendetta nei loro confronti.
vlcsnap-2011-01-28-17h13m00s218Questa scena memorabile sembra il prologo infinito della storia; invece al termine della sequenza compare la scritta “Confession 1: Yuko Moriguchi”. Scopriamo così che questa è solamente la prima delle “Confessioni” fatte dai protagonisti della vicenda e su cui è strutturata l’elaborata sceneggiatura della pellicola. Confessioni quali punti di vista che si intersecano dinamicamente relativi a un unico terribile evento, di cui scopriamo lentamente le cause e le conseguenze. Tale struttura narrativa decostruisce completamente la concezione del tempo; anche i primi confessions-movie-review-3piani dei cieli che mutano colore e di uno specchio stradale – che si ripetono spesso nel corso della storia – non sono altro che finti segnali di stabilità, fino a giungere all’orologio con le lancette che si muovono all’incontrario nel tragico epilogo.
Il film sembra situarsi anche sulla scia dei manga, poiché analizza con estrema sensibilità le problematiche sociali dei giovani nella società giapponese, protagonisti indiscussi della storia. Il regista affronta tutto ciò con grande trasporto ma anche con estrema freddezza nei confronti di una gioventù nichilista e problematica a fronte della quale la figura dell’insegnante sembra essere quella di un’implacabile Nemesi.

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IL PIANISTA

DATI TECNICI:

Anno: 2002
Paese di Produzione: Regno Unito, Francia, Germania, Polonia
Genere: Storico, Drammatico
Regia: Roman Polanski
Interpreti Principali:
Adrien Brody: Wladyslaw Szpilman
Thomas Kretschmann: Capitano Hosenfeld
Ed Stoppard: Henrik
Frank Finlay: Il padre
Maureen Lipmann: La madre

RECENSIONE (contiene spoiler):

In parte autobiografico (l’infanzia ebraica del regista nel ghetto) e in parte biografico (la storia vera del protagonista,Wladyslaw Szpilman ) , “Il pianista” di Roman Polanski si immerge nel periodo più buio della storia europea, narrandoci il dramma della Shoah. ùSiamo ben lontani dallo Spielberg di “Schindler’s list” e dal rischio hollywoodiano di ridurre ogni aspetto della vicenda ad una distinzione manichea tra bene e male.
Nel protagonista, interpretato magistralmente da Adrien Brody, è assente infatti qualunque tipo di eroismo. Mentre all’inizio del film, con la persecuzione nazista già in corso, lo vediamo distratto da sterili sogni d’amore, mano a mano che gli eventi precipitano si trova suo malgrado costretto ad essere nient’altro che una preda impaurita.
the_pianist_2002_celebrating_new_yearsIl paradosso è che sarà proprio la sensibilità artistica del protagonista a salvarlo anche nelle situazioni più tragiche, lasciando all’amore del pianista per la musica – sempre presente, anche nella sua assenza e nella sua impossibilità di essere eseguita – un messaggio di vera poesia e di profonda speranza.
La narrazione delle vicende del protagonista procedono di pari passo con una minuziosa ricostruzione storica delle vicende vissute dalla città di Varsavia durante l’invasione nazista , attraverso piccole scene di vita quotidiana (gli stratagemmi per ottenere un po’ di cibo, le armi lanciate di nascosto dall’altra parte del muro del ghetto) e tramite grandi affreschi di un’epopea storica come nella scena dell’evacuazione del ghetto e della deportazione Screenshot - 2_24_2013 , 11_56_36 PMdegli ebrei; sequenze che lasciano il segno e che tolgono il fiato grazie al realismo della fotografia. Il regista è capace di regalarci emozionanti prospettive come quando Brody scavalca un muro e la cinepresa ci mostra progressivamente la devastazione della città completamente ridotta in macerie.
Della Shoah Polanski ci mostra la progressiva disumanizzazione delle vittime, osservando le crudeltà dei carnefici con una certa distanza (gran parte delle scene di omicidi e di guerra sono viste dal protagonista dall’alto di finestre che danno sulla strada), tratteggiando vagamente anche punti di vista molto diversi tra loro (l’ebreo che ha perso la fede in dio, il proletario socialista, l’ufficiale nazista disilluso verso la propria causa), ma non abbandonando mai la prospettiva del pianista, perennemente in fuga dal pericolo.
The Pianist Warsaw PolanskiNella denuncia della disumanizzazione e della ghettizzazione, insieme a Brody anche gli appartamenti e i svariati rifugi di cui egli si serve sono i protagonisti della storia. Anche all’interno di questo affresco storico tornano così i luoghi cari al cinema di Polanski: lo spaesamento dell’emarginato errante, il valore affettivo nei confronti degli oggetti quotidiani, il calore di una casa costantemente minacciato dall’esterno, fino alla progressiva alienazione del suo abitante.

Il_pianista_(2002)