FARENHEIT 9/11

DATI TECNICI:

Anno: 2004
Paese di Produzione: Usa
Genere: Documentario
Regia: Michael Moore

RECENSIONE (contiene spoiler):

Il genere documentaristico ha la capacità di farci riflettere circa la distinzione tra finzione e realtà, a quanto i due ambiti possano apparire interscambiabili, e malgrado la minore attrattiva rispetto ad altri generi, apre spesso anche nuove e inesplorate frontiere per il cinema.
In questo caso, il pluripremiato documentario di Michael Moore è strutturato proprio come se fosse un film. L’amministrazione Bush e, più in generale, le forme nascoste a doppia faccia del potere, sono bersaglio della denuncia del regista e il film si apre con i fuori onda di Fahrenheit_9-11personaggi quali Bush, Condoleeza Rice e Colin Powell, nei quali i volti ora sardonici ora ansiosi dei politici vengono truccati prima di apparire in tv a sciorinare falsi sorrisi, mentre al termine del film – che si chiude così secondo una struttura circolare – lasciano vuote le poltrone del potere allontanandosi dallo schermo.
Dopo questo prologo, in cui la voce narrante di Moore indica esplicitamente l’oggetto della sua critica, e come indica il titolo (11/9), siamo portati nel pieno dell’evento epocale, ovvero quell’Undici Settembre 2001 che sconvolse l’America. Ma “Farenheit 9/11” non è un banale documentario sull’attacco alle Torri Gemelle; infatti Moore ha l’idea geniale di lasciare lo schermo nero per un paio di minuti, lasciandoci in sottofondo esclusivamente i suoni dell’immane tragedia, con il duplice effetto di non cadere nel patetico e al tempo stesso di chiarire quanto quest’evento sia stato di fondamentale importanza per la storia contemporanea e non solo per gli Stati Uniti, trasponendolo perciò oltre il dominio dell’immagine e facendogli assurgere una valenza storica e quasi metafisica.
thumbIl film prosegue con l’accurata denuncia di Moore, dai brogli presidenziali che hanno portato all’elezione di Bush alla campagna contro il terrorismo. Il regista infierisce in più di una circostanza sul suo bersaglio sottolineandone l’incapacità, attraverso un montaggio alternato davvero ben fatto, utilizzando più volte l’arma dell’ironia in modo esilarante, come quando l’amministrazione Bush viene rappresentata sulla falsa riga del western “I magnifici sette” oppure quando vengono esemplificati i grotteschi effetti del “Patriot Act”, ovvero delle misure prese dal governo contro il terrorismo dopo l’attacco alle Twin Towers.
Le indagini di Moore non sono fantapolitica, e la parte successiva del documentario, incentrato sulla guerra in Iraq, è esemplare del più crudo e spietato giornalismo di guerra, contenendo inoltre un’alta dose di tensione drammatica.
In questa fase si analizza il reclutamento e si ascoltano le opinioni delle giovanissime reclute, proprio come un qualunque classico film di guerra potrebbe realizzare.
fahrenheitLa parte finale, dove Moore batte un po’ troppo il tasto sul patriottismo, è quella meno interessante del film; qua il regista stesso entra in scena insieme alla madre di un caduto in Iraq chiedendo giustizia direttamente al Campidoglio. Mentre precedentemente il documentario aveva un andamento oggettivo e inconfutabile, dal quale scaturiva l’indagine volta a rendere evidenti gli intrighi del potere, ma al contempo era dominato da una leggera ironia che si traduceva in un andamento perfetto, il finale inclina maggiormente verso il patetico e la denuncia televisiva di quart’ordine.
Ma anche quest’aspetto, più profondamente umano, è di fondamentale importanza per la denuncia sociale di “Farenheit 9/11”, come indica il titolo e la citazione finale, debitrice di Orwell.
Vedere o rivedere questo film alla luce dei fatti attuali, dà inoltre adito a nuove e sempre insolute domande di fronte al destino della storia.

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