UN ANNO CON TREDICI LUNE

DATI TECNICI:

Anno: 1978
Paese di Produzione: Germania
Genere: Drammatico
Regia: Rainer Werner Fassbinder
Interpreti principali:
Volker Spengler: Elvira/Erwin
Ingrid Caven: Zora
Gottfried John: Anton Saitz
Elisabeth Trissenar: Irene Weishaupt
Eva Mattes: Marie Ann Weishaupt
Lilo Pempeit: Schwester Gudrun

RECENSIONE (contiene spoiler):

Werner Rainer Fassbinder, regista di punta del “Nuovo cinema tedesco” è autore prolifico, deceduto in giovane età e spesso ingiustamente dimenticato. In “Un anno con tredici lune”, sconvolto dalla notizia del suicidio di un suo vecchio amante, racconta la storia degli ultimi giorni di vita del transessuale Elvira. Nonostante l’opera sia 4660-3stata realizzata in pochi giorni, il risultato finale è sorprendente: il regista riesce a trasportarci in un mondo dove a dominare è il tema della diversità, ma lo fa con grande delicatezza, senza abbandonarsi al pathos drammatico e al tempo stesso evitando di stigmatizzare o di eccedere nei comportamenti che restano sempre misurati e di grande poesia. Al contrario di Pasolini, Fassbinder affronta il tema dell’omosessualità e della diversità senza alcuna enfasi o retorica; il suo indugiare sulla quotidianità della diversità è privo di qualunque abbellimento ed ornamento da essere per se stesso bello, ottenendo il sorprendente risultato di rendere “normale” la diversità (al contrario del regista italiano per cui essa ha in primo luogo una funzione sovversiva e di scandalo contro le regole imposte dalla società). Tutto ciò si fa spazio nella regia attraverso uno stile apparentemente dimesso che in realtà 17474828420140421013823085riveste di un’aura le vite dei protagonisti della storia. Così le lunghissime soggettive di Fassbinder sono quanto di più vicino alla bellezza possa esistere e riescono ad esprimere la passionalità trattenuta dallo spettro di un’alienazione pur sempre presente.
Diverse sono le scene notevoli. Lo zapping in tv della prostituta amica di Elvira – Zora -, con tanto di apparizione dello stesso regista in un’intervista, esprime con dolcezza e simulata arrendevolezza momenti di solitudine quotidiana. Nella scena del chiostro, la macchina da presa si stacca dalla voce narrante della suora allo scopo di seguire i passi di Zora, per poi tornare ad inquadrare la suora ed Elvira secondo un movimento che pare seguire la storia raccontata a voce da Suor Gudrun (una dimensione scenica prettamente teatrale che tornerà anche nella sequenza finale del film). L’incontro omosessuale iniziale nel parco è dipinto in modo talmente lontano dall’essere torbido da sembrare l’introduzione di un poetico duello. Nella lunga scena in cui Elvira narra inayearwith13moons1i suoi tormenti d’amore a Zora, la cinepresa segue pedissequamente la macellazione sanguinosa di alcuni bovini in un mattatoio, creando un effetto distonico unico tra la sensibilità dei fatti narrati e la cruda ripetitività industriale. E’ un cinema per cui bisogna armarsi di molta pazienza, eppure la lentezza del racconto è inquadrata all’interno di una forma perfetta e poetica tanto da risultare avvincente.
Tornando alla trama di “Un anno con tredici lune”, è da notare che la drammatica storia di amore e di solitudine di Elvira potrebbe benissimo capitare a qualunque altra persona all’interno di una società che sembra non lasciare alcuno spazio alla passione e all’amore. Ovviamente, il tema della diversità sessuale e dell’impossibilità di essere veramente se stessi, amplifica tale sentimento e al tempo stesso diviene emblema di amore assoluto. Ma nel tratteggiare la figura di Elvira/Erwin c’è molto di più: il transessuale – magistralmente interpretato da Volker Spengler che non fa mai del suo personaggio una macchietta – ha cambiato sesso quasi per gioco, come una scommessa con la vita e con la morte. inayearwith13moons3E il messaggio di Fassbinder pare essere quello che, pur rivivendo due vite in una sola come è accaduto al protagonista, la felicità non è mai possibile. Pur trattandosi della storia di un transessuale, Fassbinder non sembra mai volersi concentrare esclusivamente su questo, ma affronta attraverso dialoghi molto curati diversi temi filosofici: il tema del corpo, della volontà e della rappresentazione ( da notare che in un’inquadratura il libro tenuto in mano dalla suora è quello di Schopenauer), la questione del suicidio (introdotta dal bizzarro dialogo tra Elvira e un uomo che si vuole impiccare, e poi esplosa nel drammatico finale del film) e la critica sociale appena accennata dagli unici momenti surreali e grotteschi del film – attraverso la losca figura dell’industriale Anton Saitz, l’uomo per cui Erwin cambiò sesso per poi rifiutarlo subito dopo l’operazione, emblema dell’indifferenza del capitalismo verso l’umanità.

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THE BLACK DAHLIA

DATI TECNICI:

Anno: 2006
Paese di Produzione: Usa, Germania
Genere: Thriller, Drammatico
Regia: Brian De Palma
Interpreti Principali:
Josh Hartnett: Dwight Bleichert
Aaron Ekcart: Lee Blanchard
Scarlett Johansonn: Kay Lake
Hilary Swank: Madaleine Linscott
Mia Kirshner: Elizabeth Short
Fiona Shaw: Ramona Linscott

RECENSIONE (contiene spoiler):

Dall’omonimo romanzo di James Ellroy, De Palma ricostruisce fedelmente la storia di due poliziotti nella Los Angeles degli anni 40′, ispirata dal romanziere al celebre e irrisolto caso reale di cronaca nera riguardo l’omicidio di Elizabeth Short, trovata brutalmente fatta a pezzi in un campo.
black-dahlia-6Brian De Palma in seguito ai capolavori degli anni 80’ci ha abituato a risultati minori, eppure il regista ha il merito di avere esplorato generi diversi tra loro, lasciando tuttavia sempre la propria impronta personale, attraverso il suo stile peculiare.
In questa pellicola De Palma sale in cattedra molto lentamente, possiamo godere del suo marchio di fabbrica soltanto a metà del film, nella scena dell’attentato ad uno dei due poliziotti: ombre 2006_the_black_dahlia_007che appaiono e si dileguano, scale a chiocciola e alta tensione.
Si tratta soltanto di episodi isolati, all’interno di una storia che si fa avvincente molto lentamente, anche se dotati di una certa inventiva. Per esempio, nel mezzo di una scena d’azione, la cinepresa di De Palma stacca improvvisamente salendo lentamente sopra il tetto della casa vicino a cui avviene la sparatoria, mostrandoci una donna che si mette a correre dopo aver ritrovato il cadavere di Elizabeth Short. Attraverso un solo movimento il regista riesce a mostrarci due azioni all’interno di un unico campo visivo, e al tempo stesso in quella che sembrava una banale storia di poliziotti entra in gioco il caso di cronaca nera.
20092.0.570.359La vita dei due agenti di polizia verrà infatti sconvolta dalla brutalità di questo delitto e lo squallore della vicenda, evidenziata prima su nastro dai provini cinematografici a cui la giovane vittima si prestava, e successivamente nell’oscuro finale attraverso un buon montaggio alternato.
Tra i due poliziotti, Josh Hartnett si impegna con buoni risultati nel tratteggiare Dwight Bleichert, diviso tra due donne e tradito da un’amicizia, mentre Aaron Eckhart è forse troppo sopra le righe nella parte dell’irascibile Lee Blanchard, e uscirà di scena molto presto ricomparendo solamente in seguito attraverso alcuni flashback.
Film Title: The Black Dahlia.L’atmosfera, grazie anche alla scenografia e ai costumi, è tipicamente noir, e in una storia del genere non poteva di certo mancare la presenza di due femmes fatales: Scarlett Johansonn nei panni di Kay Lake, ex prostituta moglie del poliziotto e soprattutto Hilary Swank, sorprendentemente perversa nel ruolo di Madeleine Scott, la sosia di Elizabeth Short.
La trama ha un bell’intreccio che viene svelato nel finale, ripagando lo spettatore per la pazienza e, all’interno di una storia così drammatica e passionale, presenta anche un momento di humor nero nella cena presso i ricchi e demenziali parenti di Madeleine Linscott.

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