OUTRAGE BEYOND

DATI TECNICI:

Anno: 2012
Paese di Produzione: Giappone
Genere: Gangster
Regia: Takeshi Kitano
Intepreti Principali:
Takeshi Kitano: Otomo
Tomokazu Miura: Kato
Ryo Kase: Ishihara
Hideo Nakano: Kimura
Fumiyo Kohimata: Kataoka
Shigeru Koyama: Fuse
Yutaka Matsushige: Shigeta

RECENSIONE (contiene spoiler):

Secondo capitolo della trilogia “Outrage” (il terzo ancora in uscita), “Outrage Beyond” è un sequel e come tale riprende personaggi e trama del film precedente.
06L’inganno e l’omicidio con cui il consigliere Kato era salito al potere verranno qui progressivamente a galla. In tal modo la vendetta di Otomo, lo yakuza vecchio stampo interpretato da Kitano, avrà lentamente luogo.
Come l’episodio precedente “Outrage Beyond” si contraddistingue per lo stile asciutto e freddo, con la differenza che in questo film è presente un’attenzione maggiore per i dialoghi e la trama, la quale viene imbastita nella prima mezz’ora per poi esplodere successivamente.
outrage-beyond 1Rispetto alla fredda anarchia di “Outrage” qua Kitano cura maggiormente i personaggi, rivelando appieno la personalità di Otomo. Mentre nel film precedente in fondo non era altro che uno sgherro fedele ai vecchi principi, qua Otomo condensa i tratti tipici dell’anti-eroe, essendo restio al conflitto e disilluso nei confronti della vita come della morte.
Il gangster verrà rimesso in gioco e proiettato verso la vendetta suo malgrado dal viscido detective Kataoka che, allo scopo di distruggere il clan Sanno che stava diventando troppo potente anche rispetto alla polizia corrotta, non esita a fare scarcerare Otomo per architettare una nuova guerra tra bande yakuza.
Outrage-Beyond Così, in “Outrage Beyond” tornano a vedere la luce, seppur timidamente, i temi principali del cinema di Kitano: la prefigurazione della morte, l’ironia distaccata nei confronti dell’azione, il senso dell’amicizia (poiché Kataoka farà alleare Otomo con il suo vecchio rivale Kimura, e tra i due vecchi uomini d’onore nascerà una sorprendente complicità) e lo sguardo disincantato e affettuoso sulla gioventù sbandata (l’episodio del bowling e dei due giovani sgherri di Kimura, stile “Boiling Point”).
Kitano consolida i suoi personaggi e ci lascia l’affresco di una trilogia yakuza con cui ha saputo conquistare il grande pubblico: il film termina bruscamente ed imprevedibilmente lasciandoci in attesa del sequel successivo.

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OUTRAGE

DATI TECNICI:

Anno: 2010
Paese di Produzione: Giappone
Genere: Gangster
Regia: Takeshi Kitano
Interpreti principali:
Takeshi Kitano: Otomo
Ryo Kase: Ishihara
Fumiyo Kohinata: Kataoka
Renji Ishibashi: Murase
Jun Kunimura: Ikemoto
Hideo Nakano: Kimura

RECENSIONE (contiene spoiler):

“Outrage” è uno yakuza movie privo della poesia delle prime opere di Kitano, ma un gangster di genere, duro e puro.
Lo stile è volutamente asciutto e freddo, i vari personaggi non hanno sfaccettature psicologiche, ma rivestono solamente un ruolo, corrispondente al loro grado nella scala gerarchica del clan Sanno.
outrage-yakuza1Emblematiche le riprese iniziali, dove la regia pur sempre accurata di Kitano si sofferma sulle prestigiose automobili scure appartenenti agli uomini della Yakuza, come a voler rimarcare la disumanizzazione dei protagonisti della vicenda, nient’altro che macchine di serie in coda una dietro l’altra. Uno stile cupo e dalle tonalità quasi dark che tende a spersonalizzare i personaggi protagoisti e che si riverbererà nel corso del film riesplodendo nel finale, ma lasciandoci solo un paio di sequenze davvero degne di nota.
La storia di “Outrage” non è altro che quella delle ritorsioni, doppi giochi e vendette che portano all’esplosione della guerra all’interno del clan mafioso. Rispetto alle altre opere del regista, la sceneggiatura dunque non è nulla di particolare e niente di originale, e l’ultima mezz’ora assistiamo ad una catena silenziosa di attentati e di outrage-_3omicidi ad un ritmo forsennato.
Già precedentemente Kitano aveva indugiato su dettagli cruenti (i tagli delle dita imposti come punizioni ad un certo punto non si contano più). D’altronde lo stesso regista ha ammesso di avere prima immaginato i metodi delle brutali esecuzioni che avvengono all’interno del film, e solo successivamente ha pensato ad impostare una storia vera e propria.
In mezzo a questa continua carneficina in cui veniamo trasportati un senso però sembra apparire. Nella narrazione di “Outrage” non c’è un personaggio che prevalga realmente sull’altro, tutto è un grande racconto corale in cui le pedine si scambiano continuamente, come una scacchiera i cui pezzi vengono progressivamente mangiati o sostituiti. Lo spettatore risulta così travolto da questo meccanismo che diventa improvvisamente un gioco senza regole, all’interno di un mondo dominato da regole ferree come quello yakuza, mentre il finale beffardo ci lascia presagire che anche se sono cambiati i ruoli tutto è ricominciato sfacciatamente da capo.
02OUTRAGE_SPAN-articleLargeIl gusto di Kitano per il gioco fine a se stesso appare dunque all’interno di questo vortice, pur senza la bellezza poetica caratteristica delle sue opere e senza i dialoghi e le battute sarcastiche che contraddistinguono lo humor del regista.
Gli unici momenti leggeri di questo film sono condensati nella tragicomica figura di un americano di colore in affari con gli uomini della yakuza, attraverso cui Kitano sembra volersi beffare del cinema gangster americano, a fronte del quale la cattiveria dei suoi gangsters giapponesi appare senza limiti.

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YOUNG GUNS – GIOVANI PISTOLE

DATI TECNICI:

ANNO: 1998
Paese di Produzione: Usa
Genere: Western
Regia: Christopher Cain
Interpreti Principali:
Emilio Estevez: Billy The Kid
Charlie Sheen: Richard Brewer
Kiefer Sutherland: Doc Scurlock
Terence Stamp: John Tunstall
Jack Palance: Lawrence G. Murphy
Terry O Queen: Alexander Mc Sween

RECENSIONE (contiene spoiler):

Il cinema western negli anni 80′ e in parte degli anni 90′ era un genere ormai morto e sepolto, tanto che la sua resurrezione negli anni 2000 ha dello straordinario. Collocandosi a cavallo tra le due decadi, “Young Guns” non fa eccezione: pessima scenografia, sceneggiatura senza pathos e colonna sonora da videoclip.
llVClV0i94ELiR9dO47fJkPwbq6I punti a favore per il film di Christopher Cain sono sostanzialmente due: il fascino eterno della storia di Billy The Kid e il cast corposo.
Le gesta di William Bonney vengono raccontate abbastanza fedelmente e se lo spettacolo ne risente la storia ci guadagna. La ricostruzione della guerra del bestiame nella contea di Lincoln, veritiera e dettagliata, è arricchita da una serie di aneddoti sulla figura carismatica di Billy The Kid, a cavallo tra scanzonato bounty killer e capo squadra di una banda di improvvisati giustizieri.
46678219La storia procede linearmente dall’incontro di Billy con il proprietario terriero e benefattore John Tunstall, il suo successivo assassinio, la spirale di vendette e di omicidi, la fuga di Billy e dei suoi compagni fino all’assedio finale degli avversari.
Ci si sofferma molto sul rapporto paterno che intercorre tra Tunstall e i suoi cowboys che al pari Billy, sono stati presi dalla strada e fatti diventare qualcuno, e sul rapporto di fraterna amicizia tra i componenti del gruppo di cowboys.
YOUNG GUNSCome detto il cast è notevole: tra i compagni di avventura di Billy The Kid ci sono due figli di grandi attori come Charlie Sheen e Kiefer Sutherland, l’inglese Terence Stamp è perfetto nel ruolo di Tunstall mentre Jack Palance svolge il suo compitino di cattivo della situazione in maniera banale (come insensata è la storia d’amore tra Kiefer Sutherland e una giovane cinese ricattata ed ostaggio di Palance). Alla fine il personaggio più odioso e detestabile del cast è Emilio Estevez (altro figlio di Martin Sheen), che interpreta proprio Billy the Kid come un estroverso ed istrionico pistolero dalla risata isterica.

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IL SORPASSO

DATI TECNICI:

Anno: 1962
Paese di Produzione: Italia
Genere: Commedia, Drammatico
Regia: Dino Risi
Interpreti Principali:
Vittorio Gassman: Bruno Cortona
Jean-Louis Trintignant: Roberto Mariani
Chaterine Spaak: Lilly Cortona
Claudio Gora: Bibi
Luciana Angiolillo: Gianna

RECENSIONE (contiene spoiler):

Dentro a un capolavoro come “Il Sorpasso” c’è un po’ di tutto: ricerca sociologica sull’Italia del boom economico nel dopoguerra, tanta commedia soprattutto grazie al carisma insuperabile di Vittorio Gassman e un risvolto finale drammatico degno di una tragedia greca (le donne che osservano il luogo dell’incidente dall’alto della scogliera sembrano quasi le figure silenziose di un coro).
il-sorpasso_tDino Risi costruisce un vero e proprio itinerario on the road all’italiana. Abbiamo così la possibilità di suddividere il viaggio nelle sue diverse tappe che corrispondono a varie splendide località italiane lasciandoci affascinare dalla loro bellezza, ma sapendo anche che questi luoghi sono fedeli specchi dell’assetto sociale nostrano.
Si parte da una memorabile Roma deserta, a Ferragosto, una capitale con le serrande chiuse e la viabilità assente, un paradosso rispetto ai giorni feriali e che crea un’aura di irrealtà.
Il rampante automobilista Bruno Cortona, uomo arrivista ed immaturo interpretato da Gassman, vaga senza meta tra le sue strade finché non si incontra per caso con il giovane studente in legge Roberto – interpretato da un altrettanto bravo Jean Louis Trintignant – che per noia porterà con sé in una lunga gita fuori porta, verso nord.
Risi descrive perciò le tappe del viaggio successive. Civitavecchia, dove Roberto tenterà invano di scappare dall’ingombrante nuovo amico. Grosseto, dove nella visita ai parenti dello studente in legge verranno a galla le sue origini borghesi. Infine le splendide località marittime sulla costa livornese e in particolar modo Castiglioncello.
Catherine_Spaak_nel_sorpassoQui la critica sociale all’Italia vacanziera e spensierata del boom è particolarmente forte e talvolta assume tratti quasi documentaristici. In questo caso l’improvvisata coppia di viaggiatori conoscerà la famiglia di Bruno, ovvero la moglie da cui si è separato e la giovane figlia Lilly (Catherine Spaak). La descrizione di questo contesto sarà il prototipo delle moderne famiglie con tutte le loro problematiche e mancanze di responsabilità. Infine, sarà proprio sulle coste toscane che Roberto si arrenderà al fascino della figura incarnata da Bruno.
Il carattere diametralmente opposto dei due protagonisti è nei canoni delle più classiche dicotomie: silenzioso/chiassoso, timido/estroverso, rispettoso/cafone, impacciato/furbo. Talvolta i personaggi paiono delle macchiette, soprattutto quando viene descritta la timidezza viscerale di Roberto. Eppure lentamente assistiamo alla cementificazione di un’amicizia così strana.
attoresettimana2012_02_5Il personaggio di Bruno Cortona è però talmente privo di illusioni e di moralità che, in fin dei conti, una parola come amicizia non ha per lui un reale contenuto. Lo scopriremo proprio nell’ultima splendida sequenza del film quando, interrogato da un vigile accorso sul luogo dell’incidente, Gassman dirà tra lo sgomento, la dolcezza e l’indifferenza, di non ricordare nemmeno il cognome del suo compagno di viaggio. Il legame umano con Roberto, forse uno dei più veri che Cortona sia mai riuscito a stabilire in vita sua, sarà così soltanto uno dei tanti valori travolti dalla sua ironica dissacrazione.
IMG_1792“Il Sorpasso” rappresenta anche una riflessione sul tempo e sui ricordi. Specie nell’episodio della visita ai parenti toscani, emergono i pensieri malinconici di Roberto sull’infanzia, sogni sbiaditi che verranno puntualmente distrutti dalla sagacia con cui Bruno deride le maschere famigliari, rivelando all’amico il reale aspetto dei parenti celato dall’apparenza borghese tranquilla e quasi bucolica. In questo caso come dar torto al cinismo e al carpe diem professato da Gassman?
L’addio alla giovinezza sarà infine rappresentato dal saluto che un bambino si scambia con Roberto mentre la Lancia Aurelia di Bruno sfreccia a tutta velocità sulla Via Aurelia; solo che non si tratterà solo dell’addio all’infanzia, ma dell’addio alla vita.

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EYES WIDE SHUT

DATI TECNICI:

Anno: 1999
Paese di Produzione: Usa, Regno Unito
Genere: Drammatico, Erotico
Regia: Stanley Kubrick
Intepreti Principali:
Tom Cruise: Bill Harford
Nicole Kidman: Alice Harford
Sidney Pollack: Victor Ziegler
Todd Field: Nick Nightingale
Vanessa Shaw: Domino
Rade Serbezija: Milich

RECENSIONE (contiene spoiler):

L’ultima, lunghissima fatica di Stanley Kubrick – che con “Eyes Wide Shut” rielabora un romanzo di Arthur Schnitzler – ci regala ancora una volta un capolavoro.
Kubrick è sempre stato un regista ossessionato dalla perfezione e al tempo stesso interessato a scandagliare l’animo più nascosto delle coscienze umane. Infatti anche il sesso – in un film che punta molto del suo appeal sulla coppia sensuale Kidman-Cruise – appare come filtrato dalla bellezza formale rigorosamente imposta dal regista.
968full-eyes-wide-shut-screenshotD’altronde il sesso in questa storia è più raccontato che fatto: basti pensare alla lunghissima confessione di Nicole Kidman relativa ai suoi sogni erotici su cui si basano le successive azioni di Cruise, catapultato in un vortice di ossessioni e di gelosie.
Restano dunque nella memoria i primi piani dei protagonisti, le luci azzurre soffuse che trasformano accoglienti appartamenti in luoghi improvvisamente ostili, tra corridoi dove anche le luci dell’albero di Natale riescono a trasmettere un’angoscia difficilmente descrivibile e solo un maestro come Kubrick avrebbe potuto riuscirci.
In seguito alla discussione e al racconto di Alice Harford, il marito Bill, medico in carriera, viene chiamato da una paziente nel cuore della notte. E qui inizia la parte decisamente più interessante dell’opera, perché con la scusa della visita a domicilio Bill Harford inizia un peregrinare senza meta tra le vie del quartiere newyorchese Village.
Eyes12Il dottore ha così la possibilità di fare una serie di incontri con personaggi tra i più disparati: una prostituta che paga ma con cui non consuma alcun rapporto, un vecchio amico pianista e un bizzarro venditore di costumi russo.
Mentre la recitazione nervosa della Kidman appare in certi punti talmente sopra le righe da risultare artificiosa, l’intensità di Cruise riesce a trasportarci perfettamente in questo viaggio nell’incubo. Il dottore da lui interpretato pare come guidato da un destino superiore e ignoto a cui si lascia deliberatamente andare, ma al tempo stesso egli è consapevole del fatto che comunque la moglie in passato non lo ha tradito veramente e che adesso lei lo sta attendendo a casa.
Fino a giungere alla scena clou, in cui Bill Harford si “imbuca” in una festa in una maestosa villa fuori città. Qui la regia di Kubrick sale in cattedra per mostrarci i riti orgiastici del gruppo mascherato di altolocati ed enigmatici personaggi. Quando il dottore poi verrà scoperto e additato le maschere diverranno come un emblema del giudizio per la colpa di tutto ciò che il dottore non ha detto alla moglie e viceversa.
eyeswideshut2E qui il sesso non è né raccontato, né realmente praticato (poiché assistiamo tutto dalla prospettiva curiosa ed ossessionata di Bill Harford), bensì guardato, divenendo così l’apogeo della visione e distaccandosi – e soprattutto distaccando il protagonista – dal viaggio mentale che stava compiendo. L’orgia ha una fine improvvisa e dai risvolti imprevisti, ma quando il dottore fa ritorno a casa riusciamo a comprendere che l’aver partecipato a questo rituale abbia contribuito il protagonista a prendere coscienza dei suoi errori e della verità. La vivida curiosità senza pregiudizio con cui Bill chiede dettagli sull’incubo che Alice stava facendo lo dimostrano pienamente.
eyes wide shutDal canto suo, la fantasia di Alice e il ritrovamento successivo della maschera sul suo letto, alludono al fatto che tutta la storia potrebbe in realtà essere una grande fantasia (“Doppio sogno” era l’emblematico titolo di Schinztler).
Ma la storia è tutta nella realtà, ci presenta situazioni banalmente quotidiane come la vita famigliare e lavorativa di un piccolo borghese, i piccoli tradimenti e le tentazioni.
Tanto che il film termina nel più banale dei modi, ovvero in un centro commerciale, emblema della mediocrità a cui dopotutto la coppia sembra infine arrendersi e fare ritorno. Una quotidianità borghese che assume i tratti viscidi e immorali, al limite della legalità, condensati nella figura dell’amico di Bill, il ricco Victor Ziegler interpretato magistralmente da Sidney Pollack.
Resta così insoluto il risvolto thriller che aveva preso il film nella sua seconda parte, con le indagini di Bill Harford nei confronti della setta misteriosa che contribuiranno ad alimentare la tensione e il sentimento di angoscia, tra pedinamenti e sparizioni.
Sopra tutte le azioni del dottore, aleggia leggero il velo della morte, come nella sequenza della visita in casa della paziente e in quella della visita alla ragazza nell’obitorio.
Il potere deterrente di Thanatos riesce così a mitigare le passioni dell’Eros e a darne un senso.

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LA MORTE CORRE SUL FIUME

DATI TECNICI:

Anno: 1955
Paese di Produzione: Usa
Genere: Drammatico, Avventura
Regia: Charles Laughton
Interpreti Principali:
Robert Mitchum: Harry Powell
Lillian Gish: Rachel Cooper
Shelley Winters: Willa Harper
Billy Chapin: John Harper
Sally Jane Bruce: Pearl Harper

RECENSIONE (contiene spoiler):

“La morte corre sul fiume” è un unicum nella storia del cinema già per il fatto di essere il solo titolo presente nella filmografia di regista dell’attore brittanico Charles Laughton.
la-morte-corre-sul-fiume-scenaInoltre il diabolico protagonista negativo della storia interpretato dal grande Robert Mitchum resterà per sempre impresso nella memoria: il finto predicatore Harry Powell, crudele uccisore di vedove e furbissimo manipolatore di coscienze, con la mano destra e sinistra tatuate da “hate” e “love”.
Ma è la splendida fotografia in bianco nero e lo stile ricercato del regista che fanno di quest’opera un vero capolavoro.
Influenzato dal cinema espressionista tedesco e ispirato da un romanzo di Davis Grubb, Laughton traspone sullo schermo un viaggio on the road lungo il fiume Ohio negli anni Trenta.
Il viaggio è in realtà una fuga, quella dei due piccoli orfani John e Pearl Harper – interpretati magistralmente da Billy Chapin e Sally Jane Bruce (uno dei casi in cui anche le recitazioni dei bambini sono straordinarie) – inseguiti da Harry Powell.
la-morte-corre-sul-fiume-fritz-langIl maniaco omicida è infatti ossessionato dalla ricerca di una grossa somma di denaro che il padre dei due bambini aveva rubato rivelando successivamente ai figli il nascondiglio del bottino.
Per realizzare il suo intento Powell conquista la fiducia della madre dei ragazzi Willa Harper (Shelley Winters) e di tutti gli abitanti riuscendo a creare una sorta di risveglio religioso nella piccola comunità che lo ospita e approfittando di ciò per realizzare meglio la sua opera di persuasione occulta.
L’aspetto di critica sociale nei confronti dei falsi profeti e della stupidità delle folle, così come l’analisi della violenza famigliare sono elementi evidenti, ma pur nella particolarità controversa della figura di Harry Powell, non costituiscono l’aspetto fondamentale del film.
??????????????????????????Dall’omicidio di Willa Harper da parte di Powell in poi assistiamo infatti a una serie di sequenze e inquadrature di rara e unica bellezza.
Attimi estatici come la scena dell’omicidio e il ritrovamento del cadavere si alternano a meravigliosi dipinti di paesaggi naturali quando i due bambini fuggiranno sopra una barca lungo il fiume, accompagnati da rane, conigli e gufi notturni, mentre la cinepresa scivola lungo la corrente meravigliosamente soffermandosi su dettagli come per esempio le alghe acquatiche che si confondono con i capelli di Shelley Winters e inquadrature notturne attraverso la tela di una ragnatela.
the-night-of-the-hunterIl viaggio dei due orfani ha termine tra le amorevoli e forti braccia di Rachel Cooper (Lillian Gish), personaggio introdotto verso la fine del film e idealmente contrapposto al male assoluto rappresentato da Harry Powell.
“La morte corre sul fiume” è un capolavoro da vedere assolutamente lasciandosi trascinare dalla bellezza delle immagini e dalla profondità del racconto, che non scade mai nel banale o nella facile compassione, alternando tra l’altro i generi più distanti tra loro. Thriller a leggere venature horror, racconto di formazione e crescita attraverso l’avventura, favola morale che tracima nella commedia ma che al contempo sa raggiungere alte vette drammatiche e addirittura musical, con il duetto a distanza cantato da Harry Powell e la signora Cooper nel cuore della notte.

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GOODBYE, LENIN!

DATI TECNICI:

Anno: 2003
Paese di Produzione: Germania
Genere: Commedia, Storico
Regia: Wolfgang Becker
Interpreti Principali:
Daniel Bruhl: Alexander Kerner
Katrin Sass: Christiane Kerner
Culpan Nailevna Chamatova: Lara
Florian Lukas: Denis Domaschke

RECENSIONE (contiene spoiler):

Berlino Est, 1978. Nella sequenza d’apertura di “Goodbye, Lenin!”, accompagnati da una musica struggente, spezzoni di vita familiare con i suoi drammi umani si alternano con il dramma storico di una nazione, la Germania dell’Est, facente parte del blocco comunista; allontanamenti di genitori e crescite di figli si compenetrano con gli indottrinamenti ma anche con i grandi sogni dell’ideologia sovietica.
good_bye_lenin_photoIl giovane Alex si accorge col passare del tempo che sognare di diventare un astronauta per innalzare la gloria socialista nello spazio non corrisponde alla realtà dei fatti.
Lo stesso non si può dire per sua madre, sinceramente affezionata alla causa politica a cui aderisce con passione, altruismo e grande fermezza.
Passa il tempo e siamo nel 1989. Quando la madre vede il figlio ad una manifestazione contro il regime socialista, la donna ha un infarto e cade in coma.
Le camionette della polizia avanzano minacciose mentre il figlio viene arrestato assieme ai manifestanti e la madre giace per terra esanime. Può sembrare l’incipit di un film drammatico.
Ma non è affatto così. Perché, dopo la caduta del muro di Berlino, la madre di Alex si risveglia dal coma e il figlio, per non procurare un ulteriore shock alla sua salute cagionevole, decide di nasconderle il grande capovolgimento storico avvenuto in un lasso di tempo così breve.
La trovata può sembrare di per sé banale, ma Wolfgang Becker riesce ad allestire sulla base di questo semplice artificio narrativo una commedia divertente e intelligente che si esplica attraverso una serie costante di imprevisti e situazioni esilaranti.
Alex si trova infatti costretto a costruire un mondo che non c’è più, inventandosi continuamente il passato contro cui pure egli stesso aveva protestato.
good-bye-lenin13rRiusciamo così a comprendere come l’economia capitalista sia in grado di spazzare via totalmente un mondo, con tutti i suoi schemi mentali consolidati ma anche con tutte le sue abitudini e tradizioni. La discrasia con il passato è evidente sotto ogni punto di vista: dai vestiti ai prodotti alimentari ormai figli della globalizzazione, il film realizza un’indagine sociologica attraverso gli oggetti dell’estetica quotidiana e i loro mutamenti nel tempo.
E’ chiaro che col passare dei giorni sarà sempre più difficile per Alex nascondere il segreto e al tempo stesso egli dovrà affinare ancora di più il suo ingegno. Così, per esempio, quando la madre costretta a letto a casa chiederà una televisione, il figlio (venditore di parabole satellitari) realizzerà su misura i servizi al telegiornale avvalendosi degli archivi propagandistici del passato e della collaborazione del collega per creare dei veri e propri falsi storici. E così via, fino al finale che ci riserva due sorprese.
Da un lato scopriamo la verità sulla storia della madre di Alex, che rivela il lato più oscurantista ed avverso alla libertà del socialismo.
D’altro canto ci rendiamo conto che la testardaggine e la passione di Alex unite all’amore per la propria madre, sono riuscite a creare una sorta di microcosmo parallelo, in cui il socialismo assume un aspetto più umano al punto di aprire le porte agli altri.
goodbye-leninLa chicca finale, quando ci si renderà conto dell’impossibilità di coprire una verità così grande, sta nella rielaborazione stessa del concetto di “caduta del muro”: nei falsi servizi giornalistici creati da Alex sono gli stessi abitanti di Berlino Ovest a provocare la caduta del muro, attratti dalla libertà promessa dal regime socialista e disgustati dallo stile di vita capitalista.
Ottimi gli attori e soprattutto i protagonisti – il bravissimo David Bruhl nei panni di Alex e l’intensa Katrin Sass nel ruolo della madre – “Goodbye, Lenin!” è una commedia che oltre ad essere uno degli incassi maggiori del cinema tedesco degli ultimi decenni, ci porta a riflettere sulla storia: se non vuole sconfessare se stessa e i suoi sogni, essa dovrebbe essere in primo luogo impegno e costruzione.
Come Alex riesce a costruire una società che non c’è più, il messaggio è che ciascuno di noi, solo volendo, potrebbe realizzare qualunque cosa.

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THE ADDICTION – VAMPIRI A NEW YORK

DATI TECNICI:

Anno: 1995
Paese di Produzione: Usa
Genere: Drammatico, Horror
Regia: Abel Ferrara
Interpreti principali:
Lili Taylor: Kathleen Conklin
Annabella Sciorra: Casanova
Christopher Walken: Peina
Edie Falco: Jean
Paul Calderon: Professore di Filosofia

RECENSIONE (contiene spoiler):

Soltanto il genio di Abel Ferrara e dello sceneggiatore Nicholas St John avrebbe potuto mischiare carte così diverse come storia, filosofia e religione insieme alla più classica storia sui vampiri.
annabellasciorra02cProtagonista di “The Addiction” è ancora una volta il degrado urbano del sottobosco di New York, inneggiata da Ferrara a simbolo di metropoli capitalista, amata e odiata, teatro della vicenda horror che si viene ben presto a delineare.
Una giovane studentessa di filosofia, Kathleen Conklin (interpretazione “robusta” e intensa di Lili Taylor) viene aggredita senza alcun apparente motivo da una misteriosa donna (la dark lady Annabella Sciorra) che la trascina in un vicolo mordendole il collo e rivolgendole frasi e minacce misteriose.
addiction-shadowDa quel momento in poi la vita pressoché banale della ragazza cambia completamente; da vittima oggetto di shock diventa essa stessa un’implacabile succhiatrice di sangue.
Niente a che vedere con i moderni filmetti sulle ragazzine e i vampiri da copertina, ovviamente. Eppure siamo lontani anni luce anche dall’horror propriamente inteso, nonostante il regista riesca a trascinarci in maniera magistrale nella spirale di aggressioni vampiresche che si fanno sempre più macabre e inaudite – complice anche un bianco e nero splendido (vedasi la scena iniziale del morso che subisce Kathleen, che da sola basterebbe l’intero film) e uno sguardo che adocchia sempre un po’ al cinema di genere (a tal proposito basterebbe considerare i primi film di Ferrara).
vlcsnap-2012-12-07-00h41m57s89Il punto è che nonostante il susseguirsi sempre più intenso dei fenomeni di vampirismo, il vero horror si gioca tutto nel dramma della solitudine, nella testa della protagonista, studentessa ardente di conoscenza ma insoddisfatta delle risposte accademiche sul problema del male che contamina il mondo (e che riaffiora in più di una circostanza all’interno del film attraverso immagini di repertorio). Di fronte agli eccidi compiuti da nazisti, americani o bosniaci, Kathleen non trova nessuna differenza. E il morso della donna-vampiro non fa altro che scuoterla dal torpore, mettendola di fronte a se stessa e alle proprie responsabilità – e al contempo di a una nuova forma di angoscia.
Il vampirismo in questo film diventa perciò una sorta di benedizione, un messaggio privo di ornamenti razionali e di orpelli filosofici che può tramandarsi carne nella carne, una fede senza speranza di fronte al più grande problema del cattolicesimo (quello del male e del peccato, vere ossessioni del regista).
ferrara-abel-the-addiction-3Il prezzo da pagare per tutto ciò è però la sofferenza, la fame di verità e di sangue umano che attanaglia sempre di più le viscere di Kathleen e che la portano ad un’incontrollabile orgia finale dove l’horror può finalmente esplodere, dopo una breve ma memorabile apparizione di Christopher Walken nei panni di un vampiro dandy, freddo e razionale (al contrario della dissoluta protagonista).
Il finale della storia è volutamente ambiguo, sdoppiandosi in due parti: da un lato la riapparizione della donna-vampiro che inchioda Kathleen di fronte alle proprie responsabilità morali di indifferenza e ignavia; dall’altro la pace e la resurrezione a nuova vita portata dal Cristo.
Eppure il regista sembra volerci dire che non esiste reale distinzione tra i due ambiti; esiste invece la cieca indifferenza nei confronti della vita e della morte da parte di tutti coloro che Kathleen intende trasformare in vampiro.

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CAMERA CON VISTA

DATI TECNICI:

Anno: 1986
Paese di Produzione: Gran Bretagna
Genere: Romantico
Regia: James Ivory
Interpreti Principali:
Helena Bonham Carter: Lucy Honeychurch
Julian Sands: George Emerson
Daniel Day Lewis: Cecyl Wise
Maggie Smith: Charlotte Bartlett
Judi Dench: Eleanor Lavish
Denholm Elliot: Mr. Emerson

RECENSIONE (contiene spoiler):

Dal romanzo di Forster, James Ivory realizza un grazioso film ambientato nell’età edoardiana.
La bellezza stilistica formale del racconto, suddiviso in capitoli di libri e tipicamente brittanica, incontra in “Camera con vista” il fascino romantico di Firenze, dove si svolge la prima parte della storia.
cameraconvistadvd_room26Qui le giornate delle famiglie inglesi nella loro vacanza italiana sono incorniciate da uno humor dovuto all’incontro con una tradizione diversa. Anche se l’impatto non avviene se non di sfuggita: il vetturino “provolone” e la rissa finita nel sangue a cui i due giovani rampolli delle famiglie inglesi (George e Lucy) assistono sgomenti.
Il carattere sanguigno e irragionevole degli italiani esce decisamente sconfitto dal quadro abbozzato; sono invece il fascino immortale dell’arte fiorentina e della cultura romantica tedesca di cui è infarcito a guidare i sentimenti di George (Julian Sands) colto, educato ed anticonformista giovane innamoratosi di Lucy (una giovanissima e bravissima Helena Bonham Carter).
La passione esplosa nella splendida Firenze e accompagnata dall’aria meravigliosa dal “Gianni Schicchi” di Puccini, appare successivamente, filtrata da ricordi innominabili ma sempre presenti ed anche in virtù delle coincidenze, nei giardini idilliaci delle campagne del Surrey dove si svolge la seconda parte del film.
camera-con-vista-daniel-day-lewis-primo-pianoQui l’animo più libero e romantico dei due giovani deve fare i conti con le norme sociali, rappresentate da Cecile Wyse, l’altezzoso e ottuso fidanzato di Lucy (un irriconoscibile e bravissimo Daniel Day Lewis). Il suo personaggio è però caricaturale, quindi l’amore osteggiato non rischia di finire nel dramma neanche per un istante.
Il dubbio è tutto interiore e riguarda Lucy che si sente obbligata a dover nascondere i sentimenti puri provati per George, anche se è evidente che sia il selvaggio fratello Freddy (Rupert Graves) che il bonario reverendo Eagar (Patrick Godfrey) sono contagiati dall’entusiasmo innocente di George.
L’ultima parte del film procede così dritta all’happy end attraverso una serie di menzogne che Lucy dice ai vari personaggi; anche se in realtà sappiamo benissimo che è lei a mentire per prima (e ancora per poco) alle sue autentiche passioni.

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