LA MONTAGNA SACRA

DATI TECNICI:

Anno: 1973
Paese di Produzione: Messico, Stati Uniti
Genere: Grottesco, Fantastico
Regia: Alejandro Jodorowsky
Interpreti principali:
Horacio Salinas: il ladro
Alejandro Jodorowsky: l’alchimista

RECENSIONE (contiene spoiler):

Alejandro Jodorowsky, intellettuale cileno che ha sempre operato su più fronti, da’ sfogo in questo film culto degli anni ’70 a tutta la sua passione per la psicomagia e il simbolismo.
Il film è un susseguirsi incessante di colori sgargianti ed immagini forti, alcune al limite del sopportabile; resta comunque un’opera mastodontica, volutamente estetizzante, oltre ogni possibile significato di filosofia new age che il suo autore intenda trasmettere.
L’opera potrebbe dividersi idealmente in tre parti.
la-montagna-sacra-4La prima mezz’ora, commentata unicamente da urla selvagge e musica ipnotica, è sconvolgente e resta a mio avviso la parte migliore del film.
Qui il protagonista, un ladro seminudo e indigente interpretato da Horacio Salinas, si aggira in un paese imprecisato dell’america latina in compagnia di un nano senza braccia e senza gambe.
L’universo in cui si muove sembra dominato totalmente dal caos e dalla violenza. E qui come in altre parti del film – all’interno di un percorso che vuole essere in primo luogo spirituale – il regista ci invita anche ad una riflessione politica.
Infatti, Jodorowsky rappresenta allegoricamente la condizione dei paesi dell’America Latina moderna, oppressi da dittature feroci: plotoni di soldati fucilano schiere di persone le cui morti sono rappresentate in modi bizzarri e fantastici, mentre turisti occidentali scattano compiaciuti delle foto.
La rappresentazione sanguinaria delle lotte tra i conquistadores e i nativi, viene invece svolta in un teatro all’aria aperta attraverso un combattimento tra rospi e iguane vestiti da frati missionari e soldati.
L’universo descritto da Jodorowsky è un vero e proprio inferno, dove anche il culto del cristianesimo appare totalmente deformato; il visionario regista ci fa così assistere a processioni di conigli spellati crocefissi e rappresentazioni allegoriche della passione di Cristo tra statue di cera e il degrado più totale.
L’impatto visivo del tutto è molto forte, e quando il protagonista mangia il volto del Cristo appendendolo poi per i piedi a dei palloncini colorati per farlo librare nell’aria, è come l’invito ad una liberazione, nonché il preludio per la seconda parte del film.
HOLY25Qui il ladro scala una gigantesca torre dipinta di rosso ed entra in contatto con un misterioso alchimista (interpretato dallo stesso Jodorowsky).
Gli spazi si fanno rigidamente geometrici, i colori predominano in tutto il loro potere, tuttavia la scenografia è sempre diseguale e dominata dagli elementi più strani. Il ladro si sottopone ad un processo di purificazione mistica (celebre la frase dell’alchimista: “Non sei che merda. Puoi cambiare te stesso in oro”), un viaggio spirituale preludio del viaggio in carne ed ossa che dovrà affrontare verso la montagna sacra del titolo, in compagnia di altre sette persone.
In questa parte centrale del film vengono presentati i sette personaggi, ciascuno dei quali rappresenta a sua volta un pianeta e uno dei grandi poteri industriali che tengono prigioniera l’umanità.
Siamo catapultati nuovamente nello stesso precedente mondo caotico descritto prima, ma in questa fase il regista si muove saggiamente e con grande ironia tra costumi sgargianti, improbabili accessori, al limite tra denuncia sociale, satira grottesca e fantascienza distopica.
Dopodiché ha inizio il vero e proprio viaggio verso la montagna sacra, alla ricerca dell’immortalità e di una dimensione spirituale che possa lasciare alle spalle tutte le false problematiche della materia.
33087_FRAIn questa terza parte del film Jodorowsky sale in cattedra nei panni del maestro spirituale; se la prima era impressionante e la seconda ironica, la terza parte del film si fa un po’ detestabile nel suo voler essere quasi un compendio di filosofia hippie e new age.
Non bisogna dimenticare che la produzione della pellicola si realizzò grazie anche al supporto del produttore discografico di John Lennon e Yoko Ono: insomma, siamo in piena età dei figli dei fiori.
Però Jodorowsky ci aggiunge una grande dose di talento visionario e di provocazioni visive massicce, così le visioni che gli iniziati subiscono verso la fine del film hanno ancora la capacità di impressionarci.
L’immagine è al potere; ma il messaggio finale di Jodorowsky – che rivelerà ai suoi seguaci con una dissacrante e tranquilla risata che in realtà non esiste nessun segreto dell’immortalità – ci dice che tutto è stato soltanto un film, che l’immagine in realtà non esiste e non ha nessun potere, lasciandoci con una domanda al termine della visione della storia: alta spiritualità, paradosso voluto, oppure grande “bufala”?

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INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO

DATI TECNICI:

Anno: 1970
Paese di Produzione: Italia
Genere: Drammatico, Giallo
Regia: Elio Petri
Interpreti principali:
Gian Maria Volontè: il dirigente di polizia
Florinda Bolkan: Augusta Terzi
Sergio Tramonti: Antonio Pace
Gianni Santuccio: il questore

RECENSIONE (contiene spoiler):

Forse uno dei migliori gialli all’italiana, film dominato dall’interpretazione sopra le righe di Gian Maria Volonté, istrionico ed arrogante nei panni di un dirigente di polizia nella Roma degli anni 70.
indagineAccompagnati dalla splendida colonna sonora di Ennio Morricone, la storia si apre sul delitto commesso dall’uomo interpretato da Volontè che uccide la sua amante durante un rapporto sessuale. Ma la grande freddezza con cui il dirigente manipola successivamente gli indizi sulla scena del crimine e l’uso dei flashback che rivelano la natura del rapporto che intercorreva tra i due amanti, mostrano che non si tratta di un improvviso e folle raptus, quanto di un omicidio premeditato in ogni dettaglio.
La particolarità di questo giallo si rivela subito dopo le sequenze iniziali, quando ci accorgiamo che l’assassino è un affermato dirigente di polizia e quando paradossalmente scopriamo che è lui stesso a svolgere le indagini sul crimine che ha commesso.  Tassello dopo tassello, seguendo una trama dai risvolti imprevedibili ed incollati al volto magnetico di Volonté, seguiamo i falsi indizi che egli lascia sul cammino al fine di auto accusarsi.
E qui entra in gioco la dimensione molto forte di denuncia sociale e politica del film: perché il dirigente di polizia lascia tutte queste prove volte a rendere evidente la sua colpevolezza? Unicamente per dimostrare che il potere è al di sopra di ogni legge – e al di sopra del crimine.
imagesEmblematica a questo proposito la scena in cui un uomo qualunque, presso cui lo stesso dirigente precedentemente si era auto denunciato del crimine, alla centrale di polizia e di fronte alla stesso uomo con cui prima aveva parlato, venga immediatamente confuso dalla figura che il protagonista rappresenta – ovvero quella dell’autorità – al punto di rimangiarsi le accuse e la confessione che l’assassino gli aveva confidato poco prima.
Emblematico anche il fatto che il personaggio interpretato da Volonté sia senza nome: egli è l’incarnazione del Potere e come tale potrebbe essere sostituito da chiunque altro. Eppure è singolare nella sua caparbietà lucida e diabolica ed il marcato accento meridionale con cui Volontè caratterizza il suo personaggio intende esprimere non solo la forza del potere, ma anche vlcsnap-2011-01-17-01h18m53s126quella della conservazione culturale.

Come già detto, siamo infatti nel pieno della contestazione studentesca e il dirigente in forte ascesa politica è un fanatico della teoria della repressione. Si aggira tra uffici di alti funzionari e piccoli burocrati, tra stanze dove centinaia di nastri registrano le nostre conversazioni e sale conferenza dove può dare spazio a tutto il suo astio conservatore nei confronti dei giovani sessantottini. Vuole inventarsi una verità accusando dell’omicidio della donna il vicino di casa, giovane sovversivo attivo nella lotta politica, ma verrà sommerso dalle sue stesse menzogne; vuole reprimere la contestazione studentesca ma paradossalmente sarà proprio quel ragazzo a tenerlo in pugno, come unico testimone del delitto che ha commesso.
1_indagineE infine attraverso i flashback, la natura curiosa, ribelle e aristocratica dell’amante del dirigente metterà a nudo completamente la  natura meschina dell’uomo e le sue frustrazioni sessuali (altro motivo per cui probabilmente uccide l’amante).
Insomma, la verità viene a galla, ma sappiamo anche che l’immagine del Potere, onnipresente, è in grado di ribaltarla in ogni momento grazie soltanto che alla forza del suo nome e del suo essere tale.
In un film realistico e dal ritmo così serrato, il doppio finale non fa che stupirci nuovamente: dapprima assistiamo alla visione di ciò che avverrà secondo un ormai nevrotico Volonté e successivamente, sull’immagine degli alti dirigenti di polizia che si recano nell’abitazione del protagonista per arrestarlo nella realtà, si chiude improvvisamente il film, lasciandoci con un punto di domanda.
Il dirigente verrà arrestato oppure  – come egli aveva immaginato poco prima  – il Potere nasconderà i suoi crimini rendendosi a lui complice e perpetrando il grande inganno?

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UOMINI CHE ODIANO LE DONNE

DATI TECNICI:

Anno: 2009
Paese di Produzione: Svezia, Danimarca
Regia: Niels Arden Oplev
Genere: Thriller
Interpreti principali:
Noomi Rapace: Lisbeth Salander
Micheal Niqvist: Mikael Blomqvist
Sven Betril Traube: Henrik Larsen

RECENSIONE (contiene spoiler):

Dal romanzo di Stieg Larsson, un moderno thriller ricco di risvolti intellettuali che emergeranno lentamente nel corso dell’opera.
Il ritmo della storia è subito veloce, ma riusciamo a cogliere il senso di tutti i pezzi che ne compongono il puzzle solo gradualmente. In questo modo siamo compartecipi della ricerca del giornalista Micheal Blomqvist, reporter della rivista “Millenium”, che viene incontro alla richiesta da parte di un ricco anziano – Henrik Larsen – di indagare sulla scomparsa della nipote.
uomini-che-odiano-le-donne-clip-2-3983Il fatto è che questo avvenimento è successo anni e anni prima; così lentamente ci accorgiamo che il thriller è anche un pretesto per invitarci a riflettere sulla storia e sui crimini che gli uomini hanno sempre perpetrato nel corso dell’umanità.
Infatti, la ricca famiglia dei Larsen ha un passato oscuro legato al nazismo; così mentre Blomqvist indaga sul materiale di vecchie foto ricomponendo il puzzle di un serial killer fanatico che uccide e tortura donne ebree e ragazze di strada, la sua storia si incrocia con quella dell’hacker Lizbeth Salander, vera protagonista del film: icona femminista, piercing, tatuaggi ed estetica dark.
esterne091458440903150159_bigIn questo modo da un caso del passato veniamo idealmente messi in contatto con una realtà di soprusi che vengono continuamente perpetrati anche nel presente. Si tratta di violenze che nascono da abusi di potere, ignoranza e conservatorismo culturale, anche nell’illuminata Svezia in cui viveva Stieg Larsson.
Così, mentre il thriller si fa sempre più avvincente e ricco di sorprese, il finale del film ci lascia ad un’amara e realistica riflessione sulla realtà, sugli abusi degli uomini nei confronti di chi viene generalmente ritenuto più fragile.
E ad un interrogativo ancora più sconvolgente, che ci pone la vita e la condotta stessa di Lizbeth Salander:  di fronte a certi abusi e soprusi di persone prive di pietà non è forse giusto non provare alcuna pietà ed anzi reagire?
Una riflessione sul dolore che si fa tramite la riscoperta di una memoria perduta e negata, ma anche attraverso la carne, dove erotismo e violenza si intrecciano soprattutto sul volto di Noomi Rapace, ruolo indimenticabile che infatti ha dato seguito alla trilogia di “Millenium”.

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