CASSANDRA CROSSING

DATI TECNICI:

Anno: 1976
Paese di produzione: Italia, Gran Bretagna, Germania
Genere: Thriller, drammatico
Regia: George Pan Cosmatos
Interpreti principali:
Richard Harris: Jonathan Chamberlain
Sophia Loren: Jennifer Chamberlain
Burt Lancaster: Colonnello Mackenzie
Ava Gardner: Nicole Dresser
Martin Sheen: Robert Navarro
Lee Strasberg: Hermann Kaplan
Lou Castel: terrorista

RECENSIONE (contiene spoiler):

“Cassandra Crossing” si situa nel filone dei film catastrofici in voga ad Hollywood negli anni 70′. Vengono dunque rispettati tutti i canoni del genere: un gruppo di persone sconosciute si trova all’interno di un luogo da cui non possono fuggire e a causa di calamità naturali o umane dovranno salvarsi per evitare la morte.
31750b_Cassandra-Crossing-rc-visoreNel corso della storia inoltre le personalità dei vari attori della vicenda, presentate dettagliatamente prima che esploda la calamità, si riveleranno per quello che realmente sono – o per quello che in realtà non sono – mano a mano che gli eventi tragici li obbligheranno ad essere pienamente se stessi.
La particolarità che distingue il film del greco George Pan Cosmatos rispetto ad altre pellicole del filone “catastrofico”, sta nell’unire la drammatica tensione dell’azione all’aspetto fanta-politico da cui prende avvio la vicenda. Un terrorista svedese (Lou Castel) rimane infettato da un virus mortale in seguito ad uno scontro a fuoco all’interno di un laboratorio chimico dell’Oms e fugge sul treno dove viaggiano i vari protagonisti, seminando il panico del contagio.
Ma lentamente scopriamo che il vero nemico non è il virus, quanto l’autorità e i servizi segreti, impersonati da un autoritario Burt Lancaster nel ruolo del colonnello Mackenzie, che per evitare uno scandalo dovuto alla diffusione di notizie riguardo il virus che il governo stava studiando in laboratorio non esita ad ordinare l’uccisione di tutti i passeggeri piuttosto che impegnarsi nella ricerca dell’antidoto immediato.
Cassandra_Crossing_(1976)In quest’aspetto la pellicola si discosta nettamente dai classici film hollywoodiani catastrofici: da notare il fatto che la produzione sia interamente europea. Il treno stesso viaggia nel cuore dell’Europa e il punto del suo tragitto in cui le autorità  decidono di farlo deragliare (il vecchio ponte denominato Cassandra Crossing) è lo stesso in cui i nazisti fecero transitare i convogli degli ebrei, come rivela l’ex deportato interpretato da Lee Strasberg. E’ come se questo luogo risvegliasse antichi ricordi, come a dire che la libertà delle nuove democrazie si basa sull’oblio e sul silenzio di crimini che continuano a perpetrarsi: nessuno dei passeggeri deve essere testimone dei loschi affari scientifici dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
La scelta del tema è dunque coraggiosa, la location del treno in corsa verso la morte è altamente suggestiva, i meccanismi che regolano la suspence sono collaudati.
Cassandra_crossingUn po’ meno la scelta degli attori. La coppia protagonista impersonata da Richard Harris e Sophia Loren non ha personalità e potrebbe benissimo essere sostituita da qualsiasi altra coppia; ai fini della storia non cambia nulla e i due non riescono mai ad attirare la nostra simpatia.
I personaggi che cambiano realmente nel corso del viaggio e che si sacrificheranno per salvare il treno sono invece il già citato Strasberg e un giovane Martin Sheen, negli strani panni di un eroinomane gigolò.
Interessante infine la fotografia del ponte, il Viadotto di Garabit in Francia.

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BERLINGUER TI VOGLIO BENE

DATI TECNICI:

Anno: 1977
Paese di Produzione: Italia
Genere: Comico
Regia: Giuseppe Bertolucci
Interpreti principali:
Roberto Benigni: Mario Cioni
Alida Valli: la madre
Carlo Monni: Bozzone

RECENSIONE (contiene spoiler):

La prima apparizione cinematografica di Benigni è molto lontana dall’immagine nazionale dell’attempato comico che oggi recita Dante. “Berlinguer ti voglio bene” è infatti un film decisamente sboccato. Ma l’attore e i suoi comprimari fanno della volgarità una vera e propria cifra stilistica. Dilagano così i tipici topos della comicità toscana più sanguigna: sesso, masturbazione, maschilismo, religione, coprofilia.
Giuseppe Bertolucci, fratello del rinomato Bernardo, ammanta tutto ciò di un senso politico, come d’altronde indica già il titolo del film; che attraverso la comicità spinta dei suoi protagonisti, si trasforma in una vera e propria riflessione quasi filosofica sul tema del materialismo e sul complesso d’Edipo.
I dialoghi e le battute volgarissimi ma mai a caso e sempre spassosi, non esprimono altro che la realtà. Ma la realtà del Mario Cioni interpretato da Benigni è l’espressione più ampia di un disagio sociale ed esistenziale.
hqdefaultCioni fa il muratore e vive in una modesta casa di campagna, passando le proprie giornate tra bighellonate con gli amici nei cinema a luci rosse e dialoghi con il burattino del suo campo – da lui trasformato in Enrico Berlinguer.
E qui c’è la politica: memorabile il discorso sul comunismo, paragonato da Benigni all’atto della prima masturbazione.
Inoltre Cioni ha una vita sessuale molto frustrata dalla presenza della dispotica e cattolica madre (una formidabile Alida Valli, che si trasforma in una vera e propria macchietta comica). E’ sintomatico il fatto che quando egli riesce ad abbordare una donna ballando al liscio, debba subito abbandonare l’impresa, sconvolto dalla (falsa) notizia della morte della madre – scherzo micidiale degli amici di Cioni attorno a cui ruota tutta la prima parte del film.
Così nella seconda parte del film qualunque tentativo di instaurare un rapporto con una donna naufraga miseramente: prima il fallito fidanzamento combinato dalla madre con una zoppa, poi la conoscenza con due donne volgari in una discoteca, quella con due studentesse impegnate in politica e addirittura l’incontro con una prostituta (altro monologo memorabile di Benigni), sfociano nell’insuccesso; e qui è evidente tutta la sfera psicologica dell’Edipo.
Questi due aspetti si uniscono nel linguaggio sboccato di Benigni, che riesce a bestemmiare e a dire insulti per dieci minuti di fila mentre la telecamera accompagna la camminata del Cioni lateralmente, in mezzo ai campi mentre cala la sera, in un disperato inno alla carne, alla sensualità e alla natura.
berlinguer-ti-voglio-beneE l’emancipazione, sia sessuale che sociale, non ha alcuno sbocco se non quello del linguaggio: che si fa così fine a se stesso, prigione, bestemmia, espressione di una rivolta mai nata e che si attorciglia su se stessa. Un linguaggio che diviene  tragi-comico.
Ma un linguaggio capace anche di riflessioni ironiche ed intelligenti sull’esistenza quotidiana e sulla vita, sulla povertà (la memorabile poesia recitata da Carlo Monni: “noi semo quella razza”), sulla morte e su dio (il monologo di Benigni nel sottopasso).
Bertolucci poi fotografa saggiamente ciò che è la cornice naturale di questo linguaggio: la provincia (le campagne e i paesotti della provincia di Prato, i casolari e le autostrade), aggiungendoci ironiche ed amare riflessioni sulle discriminazioni razziali e sulla morte (i brevi incontri di Benigni con un omosessuale e con un malato di cancro), e una critica velenosa al provincialismo comunista tipicamente tosco-emiliano (il satirico congresso finale).
Detto di un memorabile Benigni, un po’ bambino e un po’ cattivo, ma infine sempre sconfitto, e di Alida Valli, il motore dell’azione si rivela alla fine della storia essere il comprimario Carlo Monni, che nella parte del virile e sanguigno Bozzone rappresenta tutto ciò che Mario Cioni vorrebbe essere e non è. Tanto che l’amaro finale ci mostrerà proprio l’imminente matrimonio tra Bozzone e l’amata madre di Cioni.

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