BLADE RUNNER

DATI TECNICI:

Anno: 1982
Paese di Produzione: Usa
Genere: Fantascienza
Regia: Ridley Scott
Interpreti principali:
Harrison Ford: Rick Deckard
Rutger Hauer: Roy Batty
Sean Young: Rachel
Daryl Hannah: Pris

RECENSIONE (contiene spoiler):

Il tema dello scontro tra umani e androidi nell’anno in cui uscì il film poteva essere innovativo e poco esplorato. Forse “Blade Runner” è un film ormai vecchio; certo a vederlo con gli occhi di oggi tutti i suoi effetti speciali non fanno “effetto”.
Se si vuole ridurre l’intera pellicola al celebre monologo finale di Rutger Hauer si commetterebbe un grosso errore, perché un film non va giudicato solo per una frase, seppure molto poetica e toccante nella sua situazione.
Quello che conta è la trama, e quanto a trama e sceneggiatura “Blade Runner” a mio avviso non convince.
Il grande pregio dell’opera è sicuramente la sua splendida scenografia: una Los Angeles futuristica con macchine volanti, sobborghi cinesi, grattacieli e palazzi fatiscenti nella pioggia e nelle luci dei neons.
Blade-Runner-2-RachaelDietro la perfezione di queste immagini però non c’è però nulla di veramente sostanzioso: il profilo psicologico dei personaggi non è indagato a fondo, la regia di Scott non riserva sorprese particolari, la storia non presenta molta suspence e certi momenti di lotta sono veramente ridicoli (una mascherata Daryl Hannah che salta come se fosse la bambina dell’esorcista, Rutger Hauer che sfonda un muro con la testa, salvo poi entrare nella stanza subito dopo aprendo comodamente la porta).
Da apprezzare l’inimitabile colonna sonora di Vangelis, la prestazione convincente di Sean Young nei panni della fredda e triste androide dal cuore caldo e umano, ed il finale che ci lascia sorpresi con un grande dubbio.

Annunci

VOGLIO LA TESTA DI ALFREDO GARCIA

DATI TECNICI:

Anno: 1974
Paese di Produzione: Usa
Genere: Drammatico, Noir
Regia: Sam Peckinpah
Interpreti principali:
Warren Oates: Bennie
Isela Vega: Elita
Kris Kristofferson: Paco
Gig Young: Quill

RECENSIONE (contiene spoiler):

Questo film degli anni 70 diretto da Sam Peckinpah a mio avviso resta il suo capolavoro, ingiustamente poco conosciuto invece molto avvincente e particolare, da vedere sicuramente.
La storia parte molto lentamente, con le immagini quasi bucoliche di una ragazzina che bagna i suoi piedi in un lago accarezzandosi il ventre gonfio. Subito dopo la ragazzina viene trascinata nella ricca fattoria del padre messicano e costretta con la forza a rivelare il nome dell’uomo che l’ha messa incinta: tale Alfredo Garcia che non comparirà mai nel film se non in una vecchia foto. Con questa scena il romantico e violento Peckinpah ci porta dal mondo dei “piccoli” a quello dei “grandi”: il ricco allevatore assolda sicari messicani e cacciatori di taglie americani perché gli portino la testa dell’uomo che ha disonorato la figlia.
E qui entra in gioco il protagonista, Warren Oates, attore straordinario che ha girato pochi film e che qua recita come un vero e proprio animale disperato nel ruolo di Bennie, un pianista qualunque in una qualunque sperduta locanda al confine tra Messico e Stati Uniti. Bennie è un pover’uomo senza scrupoli, attirato dai soldi (una sola piccola parte di quella promessa dal ricco messicano) dei cacciatori di taglie. Lui infatti sa dove poter trovare Garcia perché conosce la donna di lui, Elita, di cui egli stesso fu compagno e di cui è tuttora innamorato.
Qua entra il gioco la seconda protagonista, interpretata da una Isela Vega di cui si apprezzano le forme prosperose, ma anche e soprattutto lo sguardo triste e profondo che fanno di lei un personaggio unico come prostituta dal cuore d’oro. I due iniziano così un viaggio on the road, dove non mancano i momenti intimi che un regista come Peckinpah pur sempre inseriva nelle sue pellicole (ed è per questo che io lo considero in realtà un romantico).
Ad un certo punto il colpo di scena che fa di questo film una rarità: infatti arriviamo a metà della storia, dopo un’ora di caccia all’uomo e scopriamo improvvisamente che Alfredo Garcia è già morto, per cause naturali.
A questo punto, con la profanazione della tomba di Garcia e l’uccisione di Elita da parte dei sicari, il ritmo del film impenna improvvisamente e siamo risucchiati dentro un vortice di polvere e sparatorie che si susseguono una dopo l’altra, dove possiamo apprezzare i famosi “ralenti” del regista.
600px-Bmhag-tommy2Mentre Bennie si trasforma gradualmente in un uomo che non ha più nulla da perdere: la sua redenzione si esplicita nelle scene in cui rifiuta il malloppo di soldi che gli viene offerto in cambio della testa di Garcia.
Dopo la morte di Elita infatti, quei soldi che pure muovevano le azioni del disinteressato Bennie (al punto di profanare una tomba), non hanno più alcun valore; solo dopo aver perso la donna amata e che gli prometteva una vita tranquilla, che Bennie negava a causa della sua avidità, quest’uomo si rende conto dell’amore; solo che ormai è troppo tardi.
Così Warren Oates se ne va in giro per la seconda metà di questo straordinario film bevendo bottiglie di whisky e portandosi dietro la testa di un morto in un sacco, parlando da solo con la testa di Garcia e uccidendo i suoi avversari uno ad uno, dai pesci piccoli fino al mandante, incontro al suo destino di morte.

L’ASSO NELLA MANICA

DATI TECNICI:

Anno: 1951
Paese di Produzione: Usa
Genere: Drammatico
Regia: Billy Wilder
Interpreti principali:
Kirk Douglas: Chuck Tatum
Ian Sterling: Lorraine Minosa
Richard Benedict: Leo Minosa
Robert Arthur: Herbie Cock

RECENSIONE (contiene spoiler):

L’asso nella manica del titolo è il colpo giornalistico che lo scrittore rampante Chuck Tatum si trova di fronte quando giunge in un vecchio motel al confine con il Messico, scoprendo che il suo proprietario, Leo Minosa, si trova prigioniero sepolto in una vecchia miniera poco distante.
Il personaggio di Chuck Tatum è il classico uomo fallito ed avido, in cerca della grande occasione per emergere e gran merito del film va soprattutto all’interpretazione sanguigna di Kirk Douglas, perfetto per incarnare una figura così controversa.
Questo avido giornalista che trasforma l’evento di cronaca in una grottesca fiera della curiosità (con tanto di pullman di visitatori che anticipano di anni il “turismo dell’orrore”) è convinto di quello che fa e non prova nessun rimorso.
Talvolta Kirk Douglas è veramente diabolico: inganna il poveraccio finito sotto la miniera, ricatta l’ingegnere costringendolo a ritardare i lavori per tirare fuori il disgraziato al solo scopo di aumentare l’audience per il suo colpo giornalistico, corrompe lo squallido sceriffo ottenendone la protezione in cambio del successo.
Ma il personaggio di Chuck Tatum è ancora di più amorale: egli è convinto di raccontare la verità e questa non corrisponde per lui ai fatti reali, ma a come i fatti ci si aspetta che siano. In ogni sua azione è mosso unicamente da ciò che il pubblico ed i lettori vogliono vedere e sentire.
Nonostante l’assurdità di certe situazioni, come per esempio il fatto che i lavori per tirare fuori Minosa siano diretti dallo stesso giornalista, oppure che lo stesso uomo da salvare si fidi ciecamente di Tatum tanto da instaurare con lui un rapporto quasi fraterno ma francamente molto difficile da immaginare – il film di Wilder è dunque uno dei più grandi capolavori nichilisti del cinema, che affronta tra l’altro le insidie presenti nel mondo dei media, accusando la cattiva coscienza di ognuno di noi.
La storia viene raccontata in maniera avvincente e si svolge prevalentemente in tre luoghi: la caverna dove è sepolto Minosa, il motel dove il giornalista dirige le sue perverse organizzazioni prolungando l’agonia del malcapitato e la sede del piccolo giornale di periferia dove Tatum è costretto a lavorare, all’inizio e nel tragico finale del film, secondo una struttura circolare.
La storia si chiude infatti proprio dove era iniziata, nell’ufficio dell’anziano direttore di giornale che possiede ancora dei principi, come il motto: “ricerca la verità” che viene deriso da Tatum. Il quale da parte sua alla fine del film troverà comunque il modo di mostrare il suo vero volto uscendo dalle ipocrisie, una volta consumata la tragedia.
Detto di Douglas, ottima anche la prova di Ian Sterling nei panni della frigida e cinica moglie di Minosa e molto interessante è il rapporto psicologico che si instaura tra i due, perché Chuck Tatum scarica i suoi sensi di colpa per la squallida operazione che conduce sulla freddezza della moglie di fronte al marito in pericolo.
“L’asso nella manica” è un grande atto d’accusa nei confronti della nostra società, ma raccontato dal punto di vista di chi ne è responsabile e in cattiva fede; ciò rende unico il suo fascino.

LE IENE

DATI TECNICI:

Anno: 1992
Paese di Produzione: Usa
Genere: Noir, Drammatico
Regia: Quentin Tarantino
Interpreti principali:
Harvey Keitel: Mr. White
Tim Roth: Mr. Orange
Michael Madsen: Mr. Blonde
Steve Buscemi: Mr. Pink
Chris Penn: Eddie il bello
Lawrence Tierney: Joe Cabot

RECENSIONE (contiene spoiler):

Tra la filmografia di un regista forse troppo sopravvalutato ma decisamente geniale come Quentin Tarantino
fa eccezione la sua opera prima, “Le iene”, il vero capolavoro del regista.
In questo film è già presente la struttura concentrica e a capitoli tipica di molte storie scritte da Tarantino.
I dialoghi sfiorano il non sense, ma sono ancora divertenti come nella sequenza della scelta dei nomi, oppure nella memorabile scena del gabinetto pubblico.
La violenza – particolare importante per un regista che fa di essa la sua cifra stilistica – non viene mai esplicitamente rappresentata: nella scena del taglio dell’orecchio la telecamera si allontana di colpo dopo avere mostrato il sadico balletto di Michael Madsen.
Addirittura la sparatoria finale non viene neppure mostrata: si odono solamente le voci dei poliziotti e si sente la fuga di Mr Pink, poi tutto si chiude, come un pungo nello stomaco, in un tragico zoom sul volto di Harvey Keitel.
Sono questi piccoli particolari, oltre alla memorabile entrata in scena dei personaggi e alla trovata dei killer senza nome, che fanno de “Le Iene” un film noir unico.
I personaggi sono tutti molto credibili; al contrario dei film successivi, non sono ancora rappresentati come dei “fumetti”: Harvey Keitel è un “duro” incisivo, Michael Madsen un silenzioso pazzoide, lo straordinario Tim Roth un uomo che soffre veramente e resta per quasi tutta la pellicola con un proiettile nello stomaco, mentre a Steve Buscemi è affidata la parte comica.
Tutti i personaggi sono realistici ed hanno un’anima; la stessa storia ha un classico impianto da film noir, dove c’è tensione vera: la rapina andata a male e la spartizione del bottino nello squallido magazzino dove si scopre la presenza di un traditore nella banda.
Tarantino rielabora il genere, grazie all’uso sapiente dei flash-back e dei dialoghi, alla trovata di svolgere l’intero film in uno spazio ristretto e coinvolgendo solo un numero limitato di attori, e così realizza il suo primo e vero capolavoro.

CHI STA BUSSANDO ALLA MIA PORTA?

DATI TECNICI:

Anno: 1967
Paese di Produzione: Usa
Genere: Drammatico
Regia: Martin Scorsese
Interpreti principali:
Harvey Keitel: J.R.
Zina Bethune: La ragazza
Lennard Kuras: Joey
Michael Scala: Sally Gaga

RECENSIONE (contiene spoiler):

L’esordio assoluto di Martin Scorsese è un film poco conosciuto. Girato in bianco e nero, risente delle vicissitudini dovute alla produzione: inizialmente il regista italoamericano intendeva girare solamente la storia di tre ragazzi che vivono di noia e piccole trasgressioni (stile “Mean Streets”. Successivamente fu inserita una seconda storia che riguarda l’incontro tra uno dei ragazzi del gruppo (J.R., qui un giovane Harvey Keitel anch’egli nel suo primo ruolo) e una bella e sconosciuta bionda (una misconosciuta attrice che invece non avrà più successo, la pur brava Zina Bethune).
Il montaggio risente di queste vicissitudini, la trama non è certo lineare e pare proceda a spezzoni, però resta comunque un film da vedere, perché già all’esordio Scorsese mostra tutto il suo stile.
Alcune singole scene resteranno di sicuro nella memoria: la sequenza nel bordello con il sottofondo musicale di “The End” dei Doors (che anticipa in modo efficace l’uso ben più celebre che ne fece Coppola in “Apocalypse Now”), la scena del party, il piano sequenza dove Keitel e i suoi amici si ubriacano, il racconto dello stupro subito dalla ragazza e le passeggiate della coppia tra i panni stesi sui tetti di Little Italy.
tumblr_lcg0s08cfw1qay58dUn regista che già si rivela alternativo, ma che addocchia anche al neorealismo italiano e alla nouvelle vague: l’intera storia d’amore tra J.R. e la ragazza è il racconto di un semplice incontro tra due giovani, narrato in maniera realistica attraverso dialoghi semplici; lo stesso accade per le “bischerate” di J.R. e dei suoi amici.
Ovviamente il film è anche la prima occasione che Scorsese ha per portarci nella sua Little Italy a New York: memorabile la prima scena, dove compare l’immancabile madre del regista intenta a cucinare prelibatezze italiane, mentre subito dopo la telecamera ci mostra un pestaggio tra bande rivali nelle strade.

Per quanto riguarda invece la trama ed i protagonisti dell’opera, è evidente che il profilo psicologico di J.R. sia lo stesso di Charlie, il personaggio interpretato nuovamente da Harvey Keitel nel capolavoro di alcuni anni dopo “Mean Streets”.
Un ragazzo diviso tra le cattive compagnie che frequenta e l’amore per la ragazza sconosciuta che gli appare come un angelo biondo, ma che non può amare del tutto per non perdere l’immagine da “duro” nel gruppo sociale a cui appartiene.
Il paradosso del personaggio si rivela completamente nel drammatico confronto finale, dove J.R. rifiuta l’amore della ragazza perché in passato fu stuprata.
Questa sequenza conclusiva, ricca di inquadrature nella chiesa dove J.R. si confessa, ci spiega che la ragione di questa scelta ha origine dalla rigida morale cattolica del ragazzo (e dello stesso Scorsese) che gli permette di peccare con prostitute ma gli impedisce di prendere in moglie una donna che non sia vergine. Paradossi del cristianesimo alla Scorsese.

L’ANNO DEL DRAGONE

DATI TECNICI:

Anno: 1985
Paese di Produzione: Usa
Genere: Drammatico, Poliziesco
Regia: Michael Cimino
Interpreti principali:
Mickey Rourke: Stanley White
John Lone: Joey Tai
Ariane Koizumi: Tracy Liu

RECENSIONE (contiene spoiler):

Michael Cimino dopo “Il cacciatore” ci riporta nell’estremo oriente, solo che qui siamo nella violenta Chinatown e rispetto al capolavoro del regista, “L’anno del dragone” vira sul poliziesco rispetto al genere drammatico.
Protagonista assoluto di questo film d’azione è Mickey Rourke che interpreta Stanley White, il capitano che decide di “ripulire” Chinatown: capelli bianchi, cappotto e cappello stracciati, sorriso da schiaffi e matrimonio in crisi, l’attore riesce a dipingere un personaggio a tutto tondo che resterà nella memoria dei “duri” un po’ scapestrati e “perdenti”.
Anche se alla fine il capitano riesce vincere la sua battaglia e il film si trasforma in un vero e proprio action movie.
Gran parte dell’opera è nello stile di Cimino: il suo incedere molto lento e pacato, con improvvise e fredde esplosioni di violenza che comunque non intaccano il grande flusso del racconto, espresso nelle grandi scene di massa e nei momenti intimi di una delicatezza unica.
Emblema di tutto ciò la magnifica scena in cui il poliziotto ha un drammatico e triste confronto con la moglie con cui ha divorziato e subito dopo esplode improvvisa la violenza dall’esterno con l’aggressione dei killers mafiosi.
Lo sguardo antropologico di Cimino riesce ad insinuarsi all’interno di più punti di vista: il capitano White vero razzista reduce del Vietnam, ma curioso di comprendere la cultura cinese, la recluta cinese americanizzata e disillusa ma intelligente nel difendere le ragioni del proprio popolo, l’amico del poliziotto che ha una visione pragmatica basata sul compromesso tra razze diverse come unico modo per vivere (al contrario di quanto pensa l’iroso e istintivo capitano White), il giovane rampante boss cinese Joey Tai (un altro ottimo personaggio interpretato da John Lone) dalla mentalità capitalista americana, e i vecchi mafiosi che invece hanno un interesse più marcato verso la salvaguardia delle tradizioni.
In mezzo a  tutto ciò sbandati ragazzini cinesi, sicari che imperversano con estrema violenza provocando ansia e paura, oltre ai dialoghi al fulmicotone di Mickey Rourke e le classiche bandiere americane di sfondo, a ricordarci, insieme al finale un po’ scontato, che dopotutto siamo ad Hollywood.
Anche se Cimino tenta a suo modo di farci riflettere insieme ad un altro appassionato di storia americana, Oliver Stone, qui coautore della sceneggiatura, in più frangenti il film mi ha ricordato molto il gangster film “Scarface” (come nella sparatoria nel locale, nella visita del boss cinese ai trafficanti di droga e nei lussuosi interni anni 80).

ARANCIA MECCANICA

DATI TECNICI:

Anno: 1971
Paese di Produzione: Regno Unito, Usa
Genere: Fantascienza distopica, Drammatico, Grottesco
Regia: Stanley Kubrick
Interpreti principali:
Malcom Mc Dowell: Alex
Patrick Magee: Frank Alexander
Warren Clarke: Dim
James Marcus: Georgie
Anthony Sharp: Ministro

RECENSIONE (contiene spoiler)

Alcune scene di “Arancia Meccanica” sono veramente uniche e resteranno per sempre impresse nella memoria collettiva. Primi piani, carrellate, l’invenzione di “Singing in the rain” durante la sequenza dello stupro, il ralenty nella scena del pestaggio sul fiume, i corpi che quasi danzano coreograficamente mentre fanno e subiscono violenza.
Poi i costumi (bianchi innocenti e quasi divini quello di Alex e dei suoi “drughi”, finti e sgargianti quelli dei personaggi di contorno e della famiglia del protagonista), la scenografia con manichini di donne e statue di falli, gli affreschi di certe zone desolate e squallide di Londra, l’uso intelligente e fondamentale della musica (Beethoven, Rossini).
Insomma, ci sono tutti gli ingredienti giusti per confezionare un capolavoro. Il film è celebre soprattutto per la riflessione sulla violenza, che si esprime anche attraverso discorsi filosofici nella parte centrale del film, dove il dottore ed il prete filosofeggiano sul ruolo della punizione nella società e sul libero arbitrio. Eppure in primo luogo “Arancia meccanica” resta uno dei più grandi esempi di fantascienza distopica e socio-politica, che si esprimono attraverso l’ottima scenografia e costumi.
La storia si può dividere idealmente in tre parti: la prima, racconto avvincente delle violenze compiute dai teppisti chiamati “drughi”, la seconda, con il carcere e la rieducazione che il giovane Alex è costretto a subire ad opera del governo (dove Kurbik dà sfogo al suo astio anti-militarista), la terza con il rientro di Alex in società.
E’ curioso notare che quando il protagonista ritorna dalla terribile “Cura Ludovico”, trova le stesse situazioni che sono state vissute nella prima parte del film, ma che si ripresentano ora rovesciate secondo una tragica legge del contrappasso, per cui Alex, da autore della violenza ne diventa vittima. Tutto ciò avviene perché il giovane non è più in grado di reagire dopo essere stato “addomesticato” dal governo, ma la fatalità degli eventi genera anche una riflessione più profonda sul male e sulla sua sconvenienza, perché i conti, alla fine, si pagano sempre.
arancia-meccanica-barboneAnche se, nell’ironico finale, ci accorgiamo in realtà che Alex non è cambiato per nulla; il messaggio centrale è che la punizione non genera in ogni caso la guarigione.
Infine, la riflessione sulla violenza si attua tramite gli atti scellerati che Alex compie e la “cura Ludovico” che egli subisce; ma si può esprimere anche benissimo attraverso la musica, tema portante del film. L’aspetto della musica rimanda a quello della fantasia, facoltà che Alex utilizza spesso in comici intermezzi per immaginarsi azioni criminose e monumentali, facoltà in fondo innocua e leggera, crudele e creatrice, insita in ogni essere umano e che ci rende tali.