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IL FIORE DELLE MILLE E UNA NOTTE

DATI TECNICI:

Anno: 1974
Paese di Produzione: Italia, Francia
Genere: Erotico, Drammatico
Regia: Pier Paolo Pasolini
Interpreti principali:
Franco Merli: Nur-ed-din
Ines Pellegrini: Zumurrud
Ninetto Davoli: Aziz
Franco Citti: il demone

RECENSIONE (contiene spoiler):

Si può vedere “Il fiore delle mille e una notte” nel contesto della “Trilogia della vita” di Pasolini: così il film appare simile agli altri nell’esposizione dei temi amore-destino-sesso-morte, con quel clima gioioso e vitale che emanano queste pellicole e che ricrea una poesia unica.
Oppure si può vedere il film in antitesi a “Salò”, la tremenda ultima opera di Pasolini realizzata un anno dopo, per comprendere come l’erotismo e la nudità (qui abbondante, in misura ancora maggiore rispetto ai due precedenti episodi della “Trilogia”) assuma un significato liberatorio, poetico e religioso molto alto e non assimilabile al filone del “boccaccesco” e del disimpegno.
Malgrado la polemica di allora tra Pasolini e la sinistra che riteneva questi film non politicamente impegnati, e al di là delle sciocche e prevenute critiche moraliste, è proprio nell’estrema leggerezza, nella gioia del raccontare e nella bellezza della poesia de “Il fiore delle mille e una notte” che emergono e si disvelano in maniera del tutto libera ed innocente i quattro temi sopra citati, che caratterizzavano già gli altri due capitoli della “Trilogia della vita”.
Sicuramente Pasolini è aiutato dall’ambientazione straordinaria dei racconti dai quali sono tratti gli episodi del film. Ma il regista sa anche scegliere con precisione i luoghi e le inquadrature adatte per ricreare quest’atmosfera magica: gli assolati deserti dell’Etiopia, le splendide mura di Sana’a nello Yemen (consiglio anche la visione del breve documentario “Le mura di Sana’a” dello stesso Pasolini) e l’India di poveri e maestosi villaggi al confine col Tibet.
Inoltre l’incredibile scelta di doppiare gli attori (tutti non professionisti) con la voce di ragazzi presi dalle strade pugliesi, benché folle rende al massimo l’intento dell’autore: sottolineare ogni parola con un accento gioioso, allo stesso modo in cui ogni amplesso, ogni gesto ed ogni sguardo è generato da una spontanea voglia di vivere, non ancora contaminata dalla mentalità capitalista secondo la poetica del regista.
La struttura non rigida degli episodi, ma concentrica e fatta di “racconti di racconti”, ad incastro, rende la storia ancora più gradevole.
L’anima del film è quella poetica e sensuale, che si esprime alla perfezione nella storia d’amore che fa da cornice a tutti gli altri racconti che da essa si generano, quella tra il giovane Nur Ed Din (un efficace Franco Merli) e la schiava Zumurrud (una longilinea e furba Ines Pellegrini). La ricerca dell’amore tra i due giovani viene interrotta da una serie di situazioni e di imprevisti; mentre la leggerezza degli incontri che Nur Ed Din fa sulla sua strada nella peregrinazione portano solamente alla ricerca della sua amata.
Su tutto domina chiaramente il destino; un fato accettato con allegria e con saggezza, come nell’episodio del Re etiope e della coppia.
Ma l’altro tema predominante, specie nella seconda parte del film e nel racconto dei due santoni Shazaman e Yunaan, è quello di un destino ineluttabile di morte a fianco al tema del sesso e dell’amore.
Emblematico il lungo episodio di Aziz (Ninetto Davoli) e Aziza, dove è evidente lo scontro tra amore carnale ed amore sensuale, che però viene mitigato dalla forma della poesia, con cui le due donne, la sensuale Budur e la sposa rifiutata Aziza, comunicano tramite l’energia infantile e priva di coscienza di Aziz.
Un destino d’amore e di morte pur sempre vissuto senza colpa. Nella seconda parte del film il viaggio si fa così nel fantastico, ed è esemplare come nel racconto dei due giovani santoni, i due protagonisti entrino in veri propri ambienti sotterranei, dove incontreranno due giovani vittime sacrificali, ed in un caso addirittura un demone (impersonato dal sempre bravo Franco Citti, qui con una sgargiante parrucca rossa).
Le azioni che prima venivano compiute secondo l’istinto primordiale e seguendo unicamente il destino degli dei – che compare dietro ogni angolo delle assolate città così splendidamente fotografate da Pasolini – qui diventano veramente ineluttabili, tanto che il giovane Yunaan agisce in stato di sonnambulismo e dietro profezia.
Qui i corpi nudi, che precedentemente venivano inquadrati senza vergogna, in modo liberatorio ed innocente, esaltandone la potenza selvaggia e la naturale bellezza, assumono una forma quasi mitica, come gli eroi nudi delle statue greche.
Ovviamente abbondano primi piani di organi genitali, soprattutto maschili, ma il regista ha modo di esaltare non solo l’amore omosessuale, bensì anche quello eterosessuale, fino ad un divertente finale che scambia completamente ogni ruolo. Ma il tutto è raccontato senza oscenità, anzi con grande poesia e immensa gioia. Una gioia che assume un significato tanto più alto se confrontata alla torbida situazione descritta in “Salò” – e che riflette la nostra situazione contemporanea.
Dunque un film da vedere assolutamente, come grande prova di poesia.

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