THE DEPARTED – IL BENE E IL MALE

DATI TECNICI:

Anno: 2006
Paese di Produzione: Usa
Genere: Thriller, Drammatico
Regia: Martin Scorsese
Interpreti principali:
Leonardo Di Caprio: Billy Costigan
Jack Nicholson: Frank Costello
Matt Damon: Colin Sullivan
Mark Wahlberg: Dignam
Martin Sheen: Queenan
Alec Baldwin: Ellerby

RECENSIONE (contiene spoiler):

“The Departed” ha fruttato’un meritato oscar a Martin Scorsese qualche anno fa, ma il regista ha senz’altro realizzato capolavori di livello ancora maggiore. “The Departed” in fondo non è che un remake di un thriller di Hong Kong (per dire, a livello di inventiva e di originalità Scorsese ha fatto molto di più nei tempi passati); però resta il film manuale del genere thriller.
La storia parte subito su due binari paralleli, mostrandoci l’infiltrato Colin Sullivan (Matt Damon) che si arruola tra le fila della polizia, mentre il poliziotto problematico con famiglia disastrata e criminale alle spalle Billy Costigan (Leonardo di Caprio) entra nel mondo della malavita con lo scopo di fare la “talpa” nella banda del pericoloso criminale irlandese Frank Costello (Jack Nicholson) .
Il film conferma il talento eccezionale acquisito da Scorsese nel corso degli anni nel raccontare storie attraverso uno scorrere incessante e veloce di immagini che scivolano l’una sull’altra creano un alto livello di tensione e di suspence per lo spettatore che resterà inchiodato sulla poltrona fino alla fine.
Ovviamente il regista non manca di accennare ad alcune tematiche a lui care: la religione, la moralità, il conflitto tra bene e male (come recita il sottotitolo italiano del film), la schizofrenia (perché i ruoli dei poliziotti-criminali inevitabilmente giungono a confondersi creando disagio mentale nei personaggi). Eppure in “The Departed” ciò che conta principalmente è l’azione e l’intreccio dei vari personaggi.
Parlando della scenografia, Boston non è la New York notturna piena di luci e fumi fotografata in “Taxi Driver”: gli ambienti sono asciutti, molto realistici, privi forse del fascino newyorkese, ma funzionano ugualmente.
“The Departed” è davvero avvincente e la mezz’ora finale è davvero ricca di colpi di scena stupendi.
Per quanto riguarda i protagonisti, questo è il film che ha fatto diventare Leonardo Di Caprio un attore vero e uno dei migliori, mentre Matt Damon si destreggia abilmente nel ruolo di un antipatico doppiogiochista, col sorriso sulle labbra ma un occhio sempre teso al telefono cellulare.
Jack Nicholson ci lascia come al solito un ritratto memorabile; eppure il suo boss mafioso non riesce mai a fare del tutto paura: l’istrionismo dell’attore prende il sopravvento in più di una circostanza fino a rendere autoreferenziale la recitazione.
Del resto Frank Costello non è l’emblema del male, ma di un’amoralità scherzosa e sempre sogghignante nelle varie situazioni da humor nero in cui Scorsese ci presenta il personaggio antagonista.
I personaggi secondari in questo film non sono di minore importanza, anzi pur apparendo poco – concentrandosi il film sul dramma psicologico di Di Caprio e Damon – rappresentano la cornice dell’azione e la ragione degli eventi.
Spiccano dunque il pacato e paterno Micheal Sheen nei panni del capitano Queenan, colui che chiede a Bill Costigan di infiltrarsi tra i criminali; il prepotente uomo dell’Fbi Ellerby interpretato da Alec Baldwin e, soprattutto, il sergente Dignam, un Mark Wahlberg che non guarda in faccia a nessuno, tutto senso pratico e battutacce da caserma. Ed è emblematico il fatto che, in un mondo dominato dalla falsità e dalla corruzione, sia l’unico personaggio, duro e puro, a sopravvivere al termine della catena degli omicidi finale.
Infine è da ricordare la colonna sonora che – come in ogni film di Scorsese – è selezionata veramente bene: Rolling Stones, Pink Floyd, Dropkick Murphy’s, Bacharach.

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PORCILE

DATI TECNICI:

Anno: 1969
Paese di Produzione: Italia
Regia: Pier Paolo Pasolini
Genere: Drammatico, Grottesco
Interpreti principali:
Pierre Clementi: il cannibale
Franco Citti: il secondo cannibale
Jean Pierre Leaud: Julian
Alberto Lionello: Klotz
Ugo Tognazzi: Herlidze
Marco Ferreri: Hans Gunther
Anne Wiazemsky: Ida
Ninetto Davoli: Maracchione

RECENSIONE (contiene spoiler):

Questo film di Pasolini è attualissimo, perché ciò che racconta è infatti niente più che uno scontro generazionale: quello tra padri e figli.
Il film è strutturato ad episodi paralleli, che si accavallano l’uno all’altro.
Il primo, ambientato sulle nude e misteriose pendici dell’Etna, vede protagonista un giovane cannibale; il secondo (ambientato nella bellissima Villa Pisani in provincia di Padova) il giovane figlio di un grande industriale tedesco.
Nell’episodio “borghese”, lo scontro generazionale che vede protagonista il riluttante Julian (Jean Pierre Leaud) ed il furbo padre sulla sedia a rotelle, il ricco signor Klotz (Alberto Lionello), è però segnato già in partenza da una sconfitta inevitabile (scritte su lapidi che sembrano millenarie).
Come non vedere in questo film i tristi rimandi all’attualità, con le trame dei padri e dei capitalisti (Klotz ed Herditzke, un bravissimo Ugo Tognazzi che entra in scena nella seconda metà del film per ricattare il suo rivale industriale rivelandogli l’attrazione sessuale che Julian prova per i maiali del porcile – emblematico simbolo dell’industriale che ingrassa e della società contemporanea) che nel perseguire cieco dei loro interessi non lasciano alcuna speranza e alcun futuro ai propri figli?
Uno scontro generazionale che non si fa a parole, con confronti (mai Julian e suo padre vengono veramente in contatto), proprio perché la generazione dei figli ha già perso in partenza, è già inevitabilmente vinta dal mondo capitalista in cui sono costretti a soccombere nell’indolenza e nell’indifferenza: e questa è la nuova subdola violenza del “Potere” secondo Pasolini.
Ma c’è da segnalare come, al contrario di altri film, qua lo sguardo del regista nei confronti delle giovani vittime, dei “vinti”, non ha alcuna pietà: tutto l’episodio di Julian è un’indolente e malinconica elegia, raccontato con grande raffinatezza e sensibilità, senza mai cadere nell’enfasi nei confronti dei “vinti” che spesso ha caratterizzato lo sguardo passionale di Pasolini.
I dialoghi tra gli attori dell’universo famigliare sono la parte migliore del film, sono in rima e sfiorano il non sense, ma tutte le parole sono cariche di un significato; i dialoghi tra i due industriali e la spia Hans Gunther (il regista Marco Ferreri) sono taglienti, amari e sardonici (memorabile la scena in cui Gunther racconta il modo in cui venivano sterminati gli ebrei mentre Klotz suona allegramente l’arpa)

Nell’episodio del cannibale invece lo scontro si fa silenzioso; ed è emblematico come le uniche parole di quest’episodio sono quelle che dichiarano il parricidio compiute da questo ragazzo selvaggio (un intenso Pierre Clementi), dove nella violenza originaria Pasolini vede la vera dignità di un uomo.
Ed il messaggio dell’episodio rimanda anche a “Salò”: l’inizio ci presenta infatti questo ragazzo affamato, ridotto a mangiare insetti e foglie. Ma se in “Salò” la società affama gli uomini per costringerli poi a mangiare i propri escrementi, qui nel gesto più ignobile del cannibalismo si cela il gesto più puro della ribellione.
Quest’episodio mostra dunque come l’unica via di fuga lasciata alle nuove generazioni sia quella della violenza, una violenza primitiva e selvaggia che verrà inevitabilmente condannata dalla società, ma che non viene qui condannata dal regista, perché essa rappresenta le forme più autentiche della vita; non a caso al cannibale se ne uniranno altri, formando un vero e proprio nucleo sociale (come a dire che di violenza e di comunità è fatta la storia umana).
Ma anche qua, tra le pendici desolate e incenerite dell’Etna, la sconfitta è già segnata in partenza, nello sguardo dignitoso e sofferente del cannibale si intravede già il destino, il fato che inevitabilmente pende sopra i gesti più naturali e selvaggi.
Insomma, “Porcile” è un mini capolavoro, anche dal punto di vista tecnico.
PasPig2In questo film strutturato come un “doppio” si incrociano alla perfezione le due anime del Pasolini regista:
nell’episodio del cannibale la bellezza selvaggia dei paesaggi, le inquadrature che tagliano dall’alto, i riflessi del sole, i corpi nudi; in quello di Julian le nude geometrie degli interni, i primi piani, gli splendidi dialoghi di infinita poesia (mai una parola che non sia profonda).
Se infine si pensa che questo film è orfano di Ferretti e Morricone, maestri della scenografia e della colonna sonora nei successivi capolavori pasoliniani, ci si rende conto ancora di più di quanto sia qualitativamente.
Tra l’altro questo è l’unico film in cui Pasolini non utilizza attori di strada, ma lascia spazio a veri e propri professionisti francesi e italiani (più i pupilli Davoli e Citti, che però non erano più sconosciuti allora), e che offrono una prova encomiabile, priva di quel protagonismo che a mio parere ha rovinato film come “Mamma Roma” e “Uccellacci e uccellini ” con la Magnani e Totò.

LE VIE DELLA VIOLENZA

DATI TECNICI:

Anno: 2000
Paese di Produzione: Usa
Genere: Drammatico
Regia: Christopher Mc Quarrie
Interpreti principali:
Benicio del Toro: Longbaugh
Ryan Philippe: Parker
Juliette Lewis: Robin
James Caan: Joe Sarno

RECENSIONE (contiene spoiler):

“Le vie della violenza” è un noir asciutto, ambientato nelle solite polverose strade americane al confine col Messico. Il viaggio on the road è quello di due piccoli criminali (Benicio del Toro e Ryan Philippe, entrambi senza infamia e senza lode thewayofthegun3b81emnell’interpretazione) che, capitati per caso in una banca del seme, rapiscono una ragazza incinta (la giovane Juliette Lewis già mitica protagonista di “Cape Fear” e “Natural Born Killers”, qua costretta per lo più ad urlare e piangere per i crampi della nascita).
Sulle sue tracce un vecchio e ricco malavitoso gli scatena contro due sicari.
E’ un film che straordinariamente non ha eroi buoni, dove l’amoralità dei personaggi non sfocia in cieca violenza, ma in freddo mestiere. Mentre tra i sicari, il ricco uomo e i suoi familiari emergono numerosi complotti e questioni di sfiducia, i due rapitori sono due persone dipinte senza alcuna emozione, se non sotterranea e timida, neanche di fronte al dolore della ragazza incinta. I due vanno 600full-the-way-of-the-gun-screenshotavanti incontro al loro destino di morte, uniti fino alla fine, nella memorabile sparatoria finale in un cortile messicano – forse la parte migliore del film.
I paesaggi sono asciutti, le emozioni non emergono mai pienamente e la recitazione dei protagonisti non è memorabile; molto meglio quella dei personaggi secondari, tra cui i due sicari, e soprattutto quella del “vecchio” James Caan, nei panni di un amico del ricco malavitoso,  l’unico che sembra muoversi a suo agio in un mondo dominato dalla violenza, ma anche il solo a provare un reale e paterno senso di protezione nei confronti della ragazza.
Da notare il paradossale finale del film, dove mentre si consuma la sfida finale piena di proiettili e sangue, la ragazza partorisce; come a dire che dalla morte nasce nuova vita.

JFK – UN CASO ANCORA APERTO

DATI TECNICI:

Anno: 1991
Paese di Produzione: Usa
Genere: Storico
Regia: Oliver Stone
Interpreti principali:
Kevin Costner: Jim Garrison
Tommy Lee Jones: Clay Shaw
Gary Oldman: Lee Hoswald
Joe Pesci: David Ferrie
Jack Lemmon: Jack Martin
Kevin Bacon: William O’Keefie
Donald Sutherland: X
John Candy: Dean Andrews

RECENSIONE (contiene spoiler):

Oliver Stone ha sempre avuto a cuore la ricostruzione della storia americana e l’omicidio del presidente Kennedy è sicuramente uno degli eventi più sensazionali di questa storia.
Dalle quasi tre ore di visione traspare quindi la grande passione civile del regista e nonostante la lungaggine tipica di Stone, il film non diventa mai prolisso.
La ricostruzione storica è dettagliata, il racconto inizia con le varie reazioni del pubblico americano all’omicidio del presidente.
Tra queste persone Jim Garrison interpretato da Kevin Costner e le sue timide iniziali indagini si alternano alle notizie provenienti dai telegiornali sui tragici avvenimenti immediatamente successivi all’omicidio: l’arresto di Lee Oswald (interpretato da un silenzioso Gary Oldman molto nella parte del personaggio che reincarna) e poi il suo omicidio.
Dopo un po’ di anni il procuratore Jim Garrison riprende in mano l’indagine (fatto realmente avvenuto), e con l’aiuto di  alcuni fedeli collaboratori cercherà di sfondare il muro di omertà e di ricostruire a distanza l’omicidio di Kennedy, partendo dagli squallidi conservatori anticastristi di cui si circondava Oswald e che lo muovevano come una pedina: tra questi spicca un Tommy Lee Jones in parrucca con ricci grigi nel ruolo di Clay Shaw (che Garrison riuscirà a portare in tribunale, anche se poi verrà assolto) e soprattutto l’interprete più convincente del film, ovvero un Joe Pesci con grosse sopracciglie finte nel ruolo di David Ferrie, paranoico al massimo.
Il ritmo è molto serrato: Stone alterna le indagini di Garrison a numerosi flash back in bianco e nero, montati alla perfezione.
“Jfk” è un ottimo film su un avvenimento controverso ed avvincente, con ottimi attori e con Stone che tiene in pugno la regia.
Solo il finale nell’aula del tribunale, dove Garrison racconta la verità dei fatti, rischia di diventare didascalico e patetico, con le lacrime patriottiche di Costner.
Da notare infine i camei di altri bravi e navigati attori: da Jack Lemmon a Donald Sutherland, da Walther Matthau a Kevin Bacon e John Candy, per un cast mastodontico.

KAGEMUSHA L’OMBRA DEL GUERRIERO

DATI TECNICI:

Anno: 1980
Paese di Produzione: Giappone
Genere: Drammatico
Regia: Akira Kurosawa
Interpreti principali:
Tatsuya Nakadai: Shingen Takeda/Kagemusha
Tsotomu Yamazaki: Nobukado Takeda
Kenichi Hagiwara: Katsuyori Takeda

RECENSIONE (contiene spoiler):

Uno dei maggiori capolavori di Kurosawa, “Kagemusha” si apre con un fermo immagine di tre uomini pressoché identici: l’imperatore Shingen (stanco dalla vecchiaia e dalle ferite, ma sempre carismatico e saggio), suo fratello Nobukado (che grazie alla sua somiglianza talvolta lo sostituisce quando a causa degli acciacchi non può comandare l’esercito) e “Kagemusha” (letteralmente, guerriero-ombra), un misero ladruncolo salvato dalla crocifissione in virtù della sua somiglianza straordinaria con Shingen.
Il dialogo dai risvolti moralizzanti tipicamente giapponesi introduce nella storia di questo malvivente senza nome che si ritrova improvvisamente catapultato nel ruolo di guerriero.
Dopo un iniziale rifiuto, egli riesce lentamente a sostituire Shingen dopo la sua morte, agendo con furbizia, conquistando l’affetto del nipote e delle concubine, il rispetto di Nobukado e dei feudatari di Shingen. Kagemusha viene osteggiato unicamente dal figlio naturale di Shingen, il rampante Katsuyori, eppure riesce nell’intento di confondere gli eserciti nemici ai quali era giunta voce dell’uccisione di Shingen.
Scoperto solamente dal cavallo di Shingen che il ladrone non riuscirà a domare, il ladruncolo verrà bandito dai feudatari. Entrato idealmente nel suo ruolo e nell’animo del defunto Shingen – al contrario del figlio Katsuyori che a causa della sua avidità ed orgoglio manderà i suoi uomini al massacro e alla disfatta -, solo e rifiutato, in un ultimo disperato sforzo di moralità alla ricerca di un’identità “alta” non sua (perché come dice Nabukado: “se muore un uomo muore anche la sua ombra”), Kagemusha si getterà contro il fuoco nemico morendo sul campo di battaglia.
La trama è molto bella, soprattutto nella prima parte, dove è ancora presente l’originale Shingen (interpretato come il suo sosia da un ottimo Tatsuya Nakadai): memorabile la scena dell’attentato a Shingen e la sua ricostruzione, la morte dell’imperatore e il suo funerale in mare, il tentativo di tradimento del sosia e il suo sogno che prefigura la sua morte.
Lentamente il film perde forse un po’ pathos; quello che è il pregio indubitabile del film – la ricostruzione storica dettagliata, le grandi scene di battaglia, i costumi sgargianti, i colori del cielo e della notte impressionanti, vivi e mutevoli – diventa anche il suo punto debole, perché soffermandosi a lungo su questi aspetti il profilo psicologico del sosia non viene indagato veramente a fondo, nonostante la grande espressività che Tatsuya Nakadai mette in tutte le scene. “Kagemusha” resta però un capolavoro da vedere. Ottima anche la musica di Shinichiro Ikebe, che rende al massimo il clima epico e fatale che traspare dalla pellicola di Kurosawa.

IL FIORE DELLE MILLE E UNA NOTTE

DATI TECNICI:

Anno: 1974
Paese di Produzione: Italia, Francia
Genere: Erotico, Drammatico
Regia: Pier Paolo Pasolini
Interpreti principali:
Franco Merli: Nur-ed-din
Ines Pellegrini: Zumurrud
Ninetto Davoli: Aziz
Franco Citti: il demone

RECENSIONE (contiene spoiler):

Si può vedere “Il fiore delle mille e una notte” nel contesto della “Trilogia della vita” di Pasolini: così il film appare simile agli altri nell’esposizione dei temi amore-destino-sesso-morte, con quel clima gioioso e vitale che emanano queste pellicole e che ricrea una poesia unica.
Oppure si può vedere il film in antitesi a “Salò”, la tremenda ultima opera di Pasolini realizzata un anno dopo, per comprendere come l’erotismo e la nudità (qui abbondante, in misura ancora maggiore rispetto ai due precedenti episodi della “Trilogia”) assuma un significato liberatorio, poetico e religioso molto alto e non assimilabile al filone del “boccaccesco” e del disimpegno.
Malgrado la polemica di allora tra Pasolini e la sinistra che riteneva questi film non politicamente impegnati, e al di là delle sciocche e prevenute critiche moraliste, è proprio nell’estrema leggerezza, nella gioia del raccontare e nella bellezza della poesia de “Il fiore delle mille e una notte” che emergono e si disvelano in maniera del tutto libera ed innocente i quattro temi sopra citati, che caratterizzavano già gli altri due capitoli della “Trilogia della vita”.
Sicuramente Pasolini è aiutato dall’ambientazione straordinaria dei racconti dai quali sono tratti gli episodi del film. Ma il regista sa anche scegliere con precisione i luoghi e le inquadrature adatte per ricreare quest’atmosfera magica: gli assolati deserti dell’Etiopia, le splendide mura di Sana’a nello Yemen (consiglio anche la visione del breve documentario “Le mura di Sana’a” dello stesso Pasolini) e l’India di poveri e maestosi villaggi al confine col Tibet.
Inoltre l’incredibile scelta di doppiare gli attori (tutti non professionisti) con la voce di ragazzi presi dalle strade pugliesi, benché folle rende al massimo l’intento dell’autore: sottolineare ogni parola con un accento gioioso, allo stesso modo in cui ogni amplesso, ogni gesto ed ogni sguardo è generato da una spontanea voglia di vivere, non ancora contaminata dalla mentalità capitalista secondo la poetica del regista.
La struttura non rigida degli episodi, ma concentrica e fatta di “racconti di racconti”, ad incastro, rende la storia ancora più gradevole.
L’anima del film è quella poetica e sensuale, che si esprime alla perfezione nella storia d’amore che fa da cornice a tutti gli altri racconti che da essa si generano, quella tra il giovane Nur Ed Din (un efficace Franco Merli) e la schiava Zumurrud (una longilinea e furba Ines Pellegrini). La ricerca dell’amore tra i due giovani viene interrotta da una serie di situazioni e di imprevisti; mentre la leggerezza degli incontri che Nur Ed Din fa sulla sua strada nella peregrinazione portano solamente alla ricerca della sua amata.
Su tutto domina chiaramente il destino; un fato accettato con allegria e con saggezza, come nell’episodio del Re etiope e della coppia.
Ma l’altro tema predominante, specie nella seconda parte del film e nel racconto dei due santoni Shazaman e Yunaan, è quello di un destino ineluttabile di morte a fianco al tema del sesso e dell’amore.
Emblematico il lungo episodio di Aziz (Ninetto Davoli) e Aziza, dove è evidente lo scontro tra amore carnale ed amore sensuale, che però viene mitigato dalla forma della poesia, con cui le due donne, la sensuale Budur e la sposa rifiutata Aziza, comunicano tramite l’energia infantile e priva di coscienza di Aziz.
Un destino d’amore e di morte pur sempre vissuto senza colpa. Nella seconda parte del film il viaggio si fa così nel fantastico, ed è esemplare come nel racconto dei due giovani santoni, i due protagonisti entrino in veri propri ambienti sotterranei, dove incontreranno due giovani vittime sacrificali, ed in un caso addirittura un demone (impersonato dal sempre bravo Franco Citti, qui con una sgargiante parrucca rossa).
Le azioni che prima venivano compiute secondo l’istinto primordiale e seguendo unicamente il destino degli dei – che compare dietro ogni angolo delle assolate città così splendidamente fotografate da Pasolini – qui diventano veramente ineluttabili, tanto che il giovane Yunaan agisce in stato di sonnambulismo e dietro profezia.
Qui i corpi nudi, che precedentemente venivano inquadrati senza vergogna, in modo liberatorio ed innocente, esaltandone la potenza selvaggia e la naturale bellezza, assumono una forma quasi mitica, come gli eroi nudi delle statue greche.
Ovviamente abbondano primi piani di organi genitali, soprattutto maschili, ma il regista ha modo di esaltare non solo l’amore omosessuale, bensì anche quello eterosessuale, fino ad un divertente finale che scambia completamente ogni ruolo. Ma il tutto è raccontato senza oscenità, anzi con grande poesia e immensa gioia. Una gioia che assume un significato tanto più alto se confrontata alla torbida situazione descritta in “Salò” – e che riflette la nostra situazione contemporanea.
Dunque un film da vedere assolutamente, come grande prova di poesia.