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CUORE DI VETRO

DATI TECNICI:

Anno:1976
Paese di Produzione: Germania
Genere: Drammatico, Fantastico
Regia: Werner Herzog
Intepreti principali:
Josef Bierbliecher: Hias
Stefan Guttler: Huttenbesitzer

RECENSIONE (contiene spoiler):

Non avevo mai visto un film di Werner Herzog senza il suo attore feticcio, Klaus Kinski. Ovviamente si perde in qualità e se il protagonista di questo film – un pastore veggente di nome Hias, interpretato da Josef Bierbliechler – avesse avuto il volto da pazzo di Kinski il risultato sarebbe stato sicuramente migliore.
Ma veniamo al cuore del film: Werner Hergzog conferma la sua bravura e, soprattutto, la sua autentica follia che fa di lui un regista veramente alternativo.
Come negli altri film di Herzog, il protagonista più ancora che il volto umano è il paesaggio, in questo caso quello della Baviera in Germania, che alterna scenari pastorali a selvaggi, laddove la telecamera si inoltra nella Foresta Nera a filmare oggettivamente come un documentario le cascate che si confondono con le nubi del cielo e con le foreste. E, riprendendo né più né meno che la realtà, in uno stile lento e documentaristico, Herzog riesce, come nei suoi capolavori più maturi, a trasportarci in una dimensione quasi onirica, che in questo film assume tratti veramente spaventosi ed allucinati.
Perché dalle pendici dei monti e dalle riprese dei paesaggi che, accompagnate dalla musica New Wave dei Popol Vuh, ci danno una sensazione di armonia cosmica (può essere nella giungla amazzonica come nei monti bavaresi, il regista filma unicamente la bellezza così come gli si presenta, cioè in maniera universale), siamo trasportati nel paese dove si svolge l’azione.
4807466_origEd è qui che si rivela l’antitesi che emerge nell’intero film e che regola la poetica di Herzog: quella tra natura e società. C’è il solito anti-eroe alla Kinski, solitario, che vive a stretto contatto con la natura (una natura pur sempre violenta, e spaventosa) e c’è un piccolo nucleo sociale di piccoli uomini abbandonati al loro destino e completamente inerti e sbandati (da cui pur sempre si innesta la storia e il progresso dell’umanità).
La trama, se così si può chiamare visto l’alto tasso allucinogeno del film, riguarda la morte di un vetraio che conosceva il segreto per la costruzione del vetro rosso, ovvero il fiore all’occhiello di quella piccola comunità, e gli sforzi del signore del luogo per recuperare quest’antica tradizione ormai perduta, destinati a finire nella pazzia e nella distruzione della stessa vetreria del villaggio.
Il tutto è raccontato con immagini dove i paesani sembrano delle statuine del presepe, fissi ed immobili, oppure intenti in comportamenti molto strani e ciò contribuisce a ricreare l’atmosfera di attesa che pervade l’intero film, perché Hias ha profetizzato l’omicidio, l’incendio e la distruzione, proprio come avverrà alla fine della storia. Che per tutto il periodo di tempo in cui si sofferma sulla vita nel villaggio, è decisamente molto inquietante.
Herzog ha fatto recitare i protagonisti (tutti attori non professionisti) sotto stato di ipnosi (tra l’altro praticata direttamente da lui, che, dice la leggenda, avrebbe voluto anche apparire all’inizio del film per ipnotizzare gli spettatori), e già questo rende onore al folle genio di questo regista. Inoltre tutto ciò ricrea un’atmosfera veramente inquietante e lisergica: le persone diventano quasi delle caricature stilizzate, il villaggio si trasforma in una sorta di manicomio, dove troviamo il ricco e pallido giovane signore ossessionato dal vetro, il padre paralitico, la serva isterica, un deforme assistente, un uomo che balla con un morto, una demente che si denuda su un tavolo, eccetera eccetera in una vera e propria sagra degli orrori. Si dirà: cinema sperimentale.
4537687_l2Ma secondo me è nel finale che si apre il vero senso di questo film, con i racconti del profeta Hias che dalla distruzione del villaggio si ampliano fino a a visioni distorte della società contemporanea, e con la sua fuga verso i monti ormai coperti di neve, dove può nuovamente “vedere” le cose da un punto di vista più alto, vero e naturale.
Ed infine, seguendo le visioni di Hias lo scenario si sposta dalla Germania a delle fantomatiche isole in mezzo al mare, dove uno sparuto gruppo di uomini osserva l’orizzonte e parte nuovamente, perché, dopotutto, il progresso dell’uomo nella concezione estetica di Herzog non si può fermare.
Dall’ambiente chiuso, surreale e per certi versi fastidioso del villaggio il film si apre così negli ultimi cinque minuti in queste immagini visionarie dove la natura torna a manifestare il suo lato arcaico e dove l’uomo può tornare ad interagire con essa, alla conquista di spazi sempre nuovi.
E la telecamera di Herzog ruota attorno alle isole ed agli uomini con lo stesso movimento circolare che adopererà per il finale di “Aguirre furore di Dio”.

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