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COBRA VERDE

DATI TECNICI:

DATI TECNICI:

Anno: 1987
Paese di Produzione: Germania
Genere: Drammatico, Avventura
Regia: Werner Herzog
Klaus Kinski: Francisco Manoel da Silva (Cobra Verde)
King Ampaw: Taparica
Jose Lewgoy: Don Octavio Coutinho

RECENSIONE (contiene spoiler):

Il cinema di Werner Herzog è un cinema da vedere. Anche in questo film, contano molto di più le immagini che le parole (poche, a tratti fastidiosamente altisonanti, a tratti molto poetiche).
Anche la storia (tratta dal romanzo di Bruce Chadwin “Il Vicerè del Quidah”) non conta: l’epopea del bandito Cobra Verde, da lavoratore ad omicida, da ladro a guardiano di schiavi in Brasile, fino al suo confino forzato in Africa, dove da trafficante di schiavi guiderà la rivolta di una tribù contro un re malvagio.
Contano solo le immagini, le inquadrature sempre poetiche e realistiche al tempo stesso. I cambiamenti degli eventi che accadono nella vita di Cobra Verde non vengono nemmeno raccontati con la linearità che ho decritto sopra, ma sono solamente accennati da brevi momenti, appaiono quasi isolati l’uno rispetto all’altro, perché quello che conta in Werner Herzog è solamente la natura e, in Cobra Verde più che mai, il destino a cui l’uomo è costretto a soccombere.
“Cobra Verde” on è un classico film d’avventura, nonostante la trama sia effettivamente quella di un film d’avventura; non è nemmeno un film sulla schiavitù, e forse la parte più noiosa del film è proprio quella in cui Cobra Verde guida la rivolta contro il re.
E’ un’opera discontinua, che lascia dei segni, dei cenni sparsi, come nell’enigmatico inizio dove Cobra Verde prega tra le tombe dei suoi antenati, oppure in un episodio di rapina che si trasforma in un ballo sensuale, oppure ancora nell’inquadratura di un nero azzoppato che guarda le scale dove non può salire, nei fermo immagine didascalici dove un anziano brasiliano suona il violino, quando un gruppo di indigene ammiccano ballando ed infine nello splendido poetico finale.
Cobra Verde ha il volto segnato e profondo di un magnifico Klaus Kinski, pupillo di Herzog e qui a mio avviso ancora più bravo rispetto ad “Aguirre furore di Dio” – l’altro capolavoro dell’accoppiata tedesca. Ancora una volta Kinski dà i lineamenti ad un uomo tormentato e sicuramente poco raccomandabile; ma mentre Aguirre era forse guidato verso uno scopo più alto, Cobra Verde non è altro che un assassino, un bandito ed uno squallido schiavista, senza morale nè etica.
Inoltre, mentre Aguirre alla fine del film era l’unico che restava in vita, in piedi sulla zattera padrone della natura ostile nella quale si stava avventurando, qua Cobra Verde deve inevitabilmente soccombere a quella natura che gli uomini della sua stessa razza avevano cercato di dominare, sotto gli occhi tristi ed al tempo stesso altezzosi di un nero deforme, metafora finale del destino tragico che accomuna sotto aspetti diverse il continente bianco a quello africano.
L’atmosfera di sospensione e di attesa di Cobra Verde, costretto ad essere quasi recluso nella sperduta Africa per espiare i peccati commessi in patria, è un destino a cui alla fine il bandito deve soccombere, a nulla valgono i suoi sforzi di lottare, diventando addirittura vicerè della tribù. A Cobra Verde non resterà che arrendersi senza più forze, circondato da un mare selvaggio e senza tempo, che da un lato lo isola e dall’altro gli dà pur sempre un’ultima romantica speranza.

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