PORTE APERTE

DATI TECNICI:

Anno: 1990
Paese di Produzione: Italia
Genere: Drammatico
Regia: Gianni Amelio
Interpreti principali:
Gian Maria Volontè: Vito di Francesco
Ennio Fantastichini: Tommaso Scalia

RECENSIONE (contiene spoiler):

Dall’omonimo romanzo di Sciascia, la storia di un giudice (Volonté) nella Palermo fascista degli anni 30′ che si imbatte in un caso di cronaca nera (triplice omicidio).
Il film inizia con la cruda rappresentazione dei fatti, ottime inquadrature e una fedele sequenza temporale che dipinge in maniera oggettiva gli avvenimenti. Con l’assassino che alterna momenti in cui compie quasi un freddo e distaccato rituale ad altri in cui perde la testa (come nella scena dello stupro), ad altri ancora di tenerezza come quando lo troviamo, poco dopo il delitto, nella stanza insieme al giovane figlio.
porteaperte3Dopodiché entra in scena il giudice, il processo, il ritmo si fa molto lento e il film rivela lentamente il suo significato come in una scatola cinese. Mentre apparentemente tutto procede secondo i canoni, il giudice in realtà scopre che dietro l’apparente crudezza di questo delitto si nasconde una storia di soprusi che l’assassino (Fantastichini) era costretto a subire. In pratica, sua moglie si prostituiva contro volontà per il suo datore di lavoro, ed entrambi sono stati oggetto della furia omicida repressa del marito, magnificamente impersonata dal volto sudato di Ennio Fantastichini, qui quasi agli esordi.
Ma non è neanche questo il vero scopo e la morale del film (o meglio dire del romanzo di Sciascia): attraverso i dialoghi pacati e le discussioni del giudice con i colleghi riusciamo a
comprendere solo alla fine che il tema principale è la critica alla pena di morte (istituita dal fascismo in quegli anni).
Film porte aperte  di Gianni AmelioAllo stesso modo in cui il giudice riesce a trovare una spiegazione psicologica dell’omicidio, così la morale – che egli comprenderà appieno soltanto nel finale, attraverso l’incontro con un contadino-giurato lettore di Dostojevki – è che anche davanti agli atti più insensati e crudeli dell’umanità occorre mantenere la compassione ed il rispetto per gli esseri umani.
Solo che il giudice vive in periodo di fascismo, per cui verrà più volte ostacolato sino ad essere mandato in un altro paese alla fine del film, dopo che comunque sarà riuscito a commutare la pena di morte in ergastolo.
Ed è assurdo come l’idiosincrasia di una dittatura si manifesti proprio nell’imputato che, fanatico fascista, accetterebbe maxresdefaultsenza esitazioni il suo destino di morte proprio in virtù della sua fede in un’ideale inumano di giustizia.
Alla recitazione sanguigna di Fantastichini si contrappone dunque la quella pacata, riflessiva e profonda, di un Volontè alle prese con uno dei suoi ultimi straordinari personaggi: carichi di umanità e di senso morale.
Quel che resta nella memoria, più che i dialoghi ed il processo, sono però l’ottima scenografia e l’ambiente in cui si svolge l’azione che viene ricreato nelle piccole scene domestiche di realistica bellezza: come nella sequenza della cassata oppure quando Volonté con la nipotina si addormenta sul lido di fronte al mare.
Tanto che sembra di respirare l’aria di Palermo.

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NON E’ UN PAESE PER VECCHI

DATI TECNICI:

Anno:2007
Paese di Produzione: Usa
Genere: Drammatico, Thriller
Regia: Ethan Coen, Joel Coen
Interpreti principali:
Javier Bardem: Anton Chiguhr
Josh Brolin: Llewelyn Moss
Tommy Lee Jones: Ed Tom Bell
Woody Harrelson: Carson Wells

RECENSIONE (contiene spoiler):

Da un romanzo di Cormac Mc Carthy, i fratelli Coen reinventano una classica situazione da action movie (un perfetto sconosciuto scopre una valigia piena di soldi e si ritrova coinvolto in un affare più grande di lui, tra inseguimenti di serial killer e bande mafiose) realizzando un film secco, asciutto, come i paesaggi in cui si svolge l’azione: sterminati deserti americani, cittadine silenziose, avamposti di frontiera abitati da poche anime, strade e motel al confine con il Messico.
Il paesaggio è il punto forte del film ed è anche la sua colonna sonora: i suoni del deserto, colpi di tosse, rumori appena percettibili che, in una situazione di alta tensione come quella raccontata, contribuiscono ad alimentare l’adrenalina nello spettatore.
I dialoghi sono ridotti al minimo, molto taglienti e caustici.
Il vecchio sceriffo interpretato da un navigato Tommy Lee Jones sfodera battute sardoniche e non entra in pratica quasi mai nell’azione; di contro il protagonista “buono”, l’eroe per caso interpretato da un dinamico Josh Brolin è il classico Texano con la camicia a righe, dotato però di un’inventiva degna di Mc Gyver che gli consentirà di cavarsela in più situazioni.
Ma il vero protagonista del film è il “cattivo” della situazione, Javier Bardem: un serial killer freddo e pericoloso che uccide gli uomini per divertimento con una bombola di aria a pressione (con cui scardina anche le serrature) e con un fucile a pompa, non lasciando alcun essere vivente dietro il suo cammino.
Il saldatore ex reduce del vietnam Llewelyn Moss si trova così coinvolto suo malgrado in questa scia di sangue. Il film ha dunque un aspetto da noir violento, ma rispetto ad altri film del genere presenta l’aspetto tipico della morale americana (i reduci del vietnam, i vecchi texani campagnoli), anche se ciò si riduce a poche parti del film, specie in quelle dove appare lo sceriffo Tommy Lee Jones.
Per il resto la regia si concentra sulla follia che gravita attorno a questo “vecchio” che non riesce a comprendere più il mondo in cui lui vive come una specie di ultimo cowboy, un universo dominato dalla follia, dalla violenza e dal caso (infatti il killer Chighur spesso usa la moneta per decidere della sorte delle sue vittime, come il nemico di Batman Due Facce). 
Il finale lascia veramente l’amaro in bocca: la cieca violenza sembra non avere portato da nessuna parte.
Il film è dunque un incrocio tra un noir, un western e un thriller.
Non-è-un-paese-per-vecchi-copertinaMalgrado il finale possa apparire sconcertante, i fratelli Coen sono molto bravi nel corso della storia a mantenere molto alta la tensione: giochi di luce dalle serrature e dalle porte di piccoli motel, inquadrature dal basso, i proiettili di Chighur che sibilano tanto che allo spettatore sembra di essere inseguito dal serial killer. Il quale lascia attorno a sè una lunga catena di omicidi degni di un Tarantino. Rispetto ai film dal ritmo lento di quest’ultimo, i fratelli Coen lasciano però gli spettatori incollati alle poltrone: le scene della caccia all’uomo nel deserto e nelle camere dei motel sono notevoli (rischiano di trasformarsi in banalità come quando i protagonisti vanno in giro sanguinanti e curandosi le ferite tipo John Rambo).
L’inizio del film, con Llewelyn che scopre la carneficina e la valigetta con i soldi in mezzo al deserto, è molto affascinante e risente molto de “Il buono il brutto e il cattivo” di Sergio Leone.
Da registrare anche la prova di Woody Harrelson, che fa una breve ma molto intensa apparizione.
Con il finale, volutamente anti-eroico, i fratelli Coen sembrano voler riscattare il film dalla sua struttura tipicamente thriller, attribuendo alla pellicola un significato etico che però non mi sembra avere un impatto molto forte.

SFIDA SENZA REGOLE

DATI TECNICI:

Anno: 2008
Paese di Produzione: Usa
Genere: Poliziesco, Thriller
Regia: Jon Avnet
Interpreti principali:
Robert De Niro: Turk Cowan
Al Pacino: Rooster Fisk
Donnie Wahlberg: Det. Riley
John Leguizamo: Det. Perez
Carla Gugino: Karen Corelli
Brian Dennhey: Ten. Hingus

RECENSIONE (contiene spoiler):

Da un film di un regista mediocre che mette assieme due star del calibro di Pacino e De Niro ti potresti aspettare la classica operazione di marketing. Infatti i titoli di testa ci presentano i nostri due eroi intenti a scambiarsi battute mentre sparano alle sagome facendo esercizio di tiro.
Ma è solo l’inizio, perché il film entra subito nel vivo dell’intreccio raccontato (la classica e stra-usurata storia di due detective e di un serial killer che decide di fare giustizia da solo, laddove la giustizia non arriva) attraverso numerosi flashback che mantengono sempre alto il livello d’attenzione e tramite un’analisi psicologica dei protagonisti che si allontana dal genere azione poliziesco tout court per andare a rasentare il thriller psicologico.
Poco importa se dopo quindici-venti minuti hai già capito chi è l’assassino che si rivelerà solo dopo due ore di inutili eventi: quello che doveva contare in questo film è l’interpretazione dei suoi due protagonisti. Che, ovviamente, c’è tutta e sopperisce ai buchi della sceneggiatura.
Al Pacino è forse un pò appiattito in questi ultimi anni nell’interpretazione di oscuro poliziotto, ma è il ruolo che richiedeva il film e quindi va bene.
Nell’inevitabile dilemma (meglio Pacino o  De Niro?) ho sempre giudicato Al Pacino un attore più bravo e completo ad adattarsi alle situazioni, inoltre molto più intenso rispetto a De Niro. Pacino può dunque essere il più bravo, ma De Niro resta sempre il migliore, perché, anche quando sembra non avere voglia di impegnarsi come accade in questi film “minori”, ha un’energia che spacca lo schermo.
Per il resto “Sfida senza regole” ci offre il classico repertorio del cinema poliziesco americano: la coppia di giovani sbirri (tra cui spicca John Leguizamo) che vogliono scalzare i vecchi, il saggio poliziotto (Brian Dennhey, già mitico sceriffo di “Rambo”), la femme fatale (una fredda ed avvenente Carla Gugino), e un’alta dose di tensione che, pur senza eccellere, tiene comunque incollato allo schermo.

CUORE DI VETRO

DATI TECNICI:

Anno:1976
Paese di Produzione: Germania
Genere: Drammatico, Fantastico
Regia: Werner Herzog
Intepreti principali:
Josef Bierbliecher: Hias
Stefan Guttler: Huttenbesitzer

RECENSIONE (contiene spoiler):

Non avevo mai visto un film di Werner Herzog senza il suo attore feticcio, Klaus Kinski. Ovviamente si perde in qualità e se il protagonista di questo film – un pastore veggente di nome Hias, interpretato da Josef Bierbliechler – avesse avuto il volto da pazzo di Kinski il risultato sarebbe stato sicuramente migliore.
Ma veniamo al cuore del film: Werner Hergzog conferma la sua bravura e, soprattutto, la sua autentica follia che fa di lui un regista veramente alternativo.
Come negli altri film di Herzog, il protagonista più ancora che il volto umano è il paesaggio, in questo caso quello della Baviera in Germania, che alterna scenari pastorali a selvaggi, laddove la telecamera si inoltra nella Foresta Nera a filmare oggettivamente come un documentario le cascate che si confondono con le nubi del cielo e con le foreste. E, riprendendo né più né meno che la realtà, in uno stile lento e documentaristico, Herzog riesce, come nei suoi capolavori più maturi, a trasportarci in una dimensione quasi onirica, che in questo film assume tratti veramente spaventosi ed allucinati.
Perché dalle pendici dei monti e dalle riprese dei paesaggi che, accompagnate dalla musica New Wave dei Popol Vuh, ci danno una sensazione di armonia cosmica (può essere nella giungla amazzonica come nei monti bavaresi, il regista filma unicamente la bellezza così come gli si presenta, cioè in maniera universale), siamo trasportati nel paese dove si svolge l’azione.
4807466_origEd è qui che si rivela l’antitesi che emerge nell’intero film e che regola la poetica di Herzog: quella tra natura e società. C’è il solito anti-eroe alla Kinski, solitario, che vive a stretto contatto con la natura (una natura pur sempre violenta, e spaventosa) e c’è un piccolo nucleo sociale di piccoli uomini abbandonati al loro destino e completamente inerti e sbandati (da cui pur sempre si innesta la storia e il progresso dell’umanità).
La trama, se così si può chiamare visto l’alto tasso allucinogeno del film, riguarda la morte di un vetraio che conosceva il segreto per la costruzione del vetro rosso, ovvero il fiore all’occhiello di quella piccola comunità, e gli sforzi del signore del luogo per recuperare quest’antica tradizione ormai perduta, destinati a finire nella pazzia e nella distruzione della stessa vetreria del villaggio.
Il tutto è raccontato con immagini dove i paesani sembrano delle statuine del presepe, fissi ed immobili, oppure intenti in comportamenti molto strani e ciò contribuisce a ricreare l’atmosfera di attesa che pervade l’intero film, perché Hias ha profetizzato l’omicidio, l’incendio e la distruzione, proprio come avverrà alla fine della storia. Che per tutto il periodo di tempo in cui si sofferma sulla vita nel villaggio, è decisamente molto inquietante.
Herzog ha fatto recitare i protagonisti (tutti attori non professionisti) sotto stato di ipnosi (tra l’altro praticata direttamente da lui, che, dice la leggenda, avrebbe voluto anche apparire all’inizio del film per ipnotizzare gli spettatori), e già questo rende onore al folle genio di questo regista. Inoltre tutto ciò ricrea un’atmosfera veramente inquietante e lisergica: le persone diventano quasi delle caricature stilizzate, il villaggio si trasforma in una sorta di manicomio, dove troviamo il ricco e pallido giovane signore ossessionato dal vetro, il padre paralitico, la serva isterica, un deforme assistente, un uomo che balla con un morto, una demente che si denuda su un tavolo, eccetera eccetera in una vera e propria sagra degli orrori. Si dirà: cinema sperimentale.
4537687_l2Ma secondo me è nel finale che si apre il vero senso di questo film, con i racconti del profeta Hias che dalla distruzione del villaggio si ampliano fino a a visioni distorte della società contemporanea, e con la sua fuga verso i monti ormai coperti di neve, dove può nuovamente “vedere” le cose da un punto di vista più alto, vero e naturale.
Ed infine, seguendo le visioni di Hias lo scenario si sposta dalla Germania a delle fantomatiche isole in mezzo al mare, dove uno sparuto gruppo di uomini osserva l’orizzonte e parte nuovamente, perché, dopotutto, il progresso dell’uomo nella concezione estetica di Herzog non si può fermare.
Dall’ambiente chiuso, surreale e per certi versi fastidioso del villaggio il film si apre così negli ultimi cinque minuti in queste immagini visionarie dove la natura torna a manifestare il suo lato arcaico e dove l’uomo può tornare ad interagire con essa, alla conquista di spazi sempre nuovi.
E la telecamera di Herzog ruota attorno alle isole ed agli uomini con lo stesso movimento circolare che adopererà per il finale di “Aguirre furore di Dio”.

LA CONVERSAZIONE

DATI TECNICI:

Anno: 1974
Paese di Produzione: Usa
Genere: Drammatico
Regia: Francis Ford Coppola
Interpreti principali:
Gene Hackman: Harry Caul
John Cazale: Stan
Harrison Ford: Martin Stett
Robert Duvall: il Direttore

RECENSIONE (contiene spoiler):

“La conversazione” è un film molto lento, a tratti davvero soporifero, ma nell’ultima mezz’ora ti rendi conto che è comunque un piccolo capolavoro di Francis Ford Coppola.
La storia è quella di Harry Caul, un ingegnere elettronico esperto in intercettazioni telefoniche: gli presta il volto un bravissimo Gene Hackman.
A causa del ruolo molto riflessivo e tormentato avrei visto meglio un altro nome, però Hackman – specializzato più che altro nei ruoli di cattivo o comunque di persona sicura di sé – ci mette davvero l’anima nel lasciare il ritratto di una persona totalmente chiusa in se stessa.
Caul è talmente immerso nel proprio squallido lavoro che non riesce ad avere nessuna relazione interpersonale (e l’unica volta che l’avrà ne uscirà fregato), vive nella totale solitudine con l’unico hobby di suonare il sax nel suo appartamento, e , soprattutto, vive nella completa paranoia della sua privacy, forse proprio a causa del mestiere che fa.
Il film si apre con una bellissima ripresa dall’alto di una piazza di San Francisco, dove, in mezzo a molta altra gente, Caul ed il suo assistente Stan (John Cazale) riescono a captare con difficoltà e con grande capacità tecnica la conversazione tra una giovane coppia.
Questa prima parte del film si riverbera nel corso dell’ora successiva, perché nella mente del protagonista trapela un sesto senso sul fatto che quella conversazione, voluta ed acquisita da un ricco Direttore (Robert Duvall), possa provocare conseguenze SpyConversationspiacevoli. Inizia così a tormentarsi tra sensi di colpa fino all’ottima scena del party con altri intercettatori che occupa l’intera parte centrale del film, dove Caul riesce a cogliere per la prima volta gli stati d’animo nelle parole dei due giovani che aveva il compito di intercettare senza farsi troppe domande.
Quindi è un film sui risvolti morali dell’intercettazione, ma ancora di più sulla tecnologia moderna (e visti con l’occhio di oggi gli apparecchi in dotazione negli anni settanta risultano quantomeno ridicoli) che schiaccia la coscienza dell’uomo: in questo caso l’ingegnere elettronico, entusiasta del suo lavoro e della perfezione della sua tecnica, è divorato da complessi di colpa e da crisi di coscienza.
Anche se la situazione non si sblocca in pratica mai e malgrado le sue crisi di coscienza Caul rimane chiuso nel suo mondo senza assumersi la responsabilità di quello che fa.
jack-tar-copyGene Hackman è molto bravo nell’interpretare un personaggio totalmente chiuso in sé stesso, e l’ultima parte del film attira maggiormente l’attenzione dello spettatore. Qui Coppola sale in cattedra mostrandoci ambienti vuoti, inganni, mentre domina una claustrofobia che non lascia progressivamente scampo e che si esprime nell’incubo di Caul e nella scena dell’albergo.
Il finale diventa quasi un thriller, la suspence si tocca con mano e la sorpresa è veramente amara.
Il finale completamente nichilista ci mostra il protagonista suonare il sax nel suo appartamento che egli stesso ha completamente distrutto in cerca di una “cimice”. Come a dire: il predominio della tecnica che fa del privato qualcosa che si può ripetere all’infinito in un nastro, implica la completa autodistruzione di un individuo ormai atomizzato.
Da segnalare le ottime musiche di David Shire, adatte ad evidenziare sia l’aspetto solitario del protagonista che le scene di suspence, ed una delle prime apparizioni di Harrison Ford, nei panni del committente di Caul.

AMERICAN PSYCHO

DATI TECNICI:

Anno: 2000
Paese di Produzione: Usa
Genere: Thriller, Drammatico
Regia: Mary Harron
Interpreti principali:
Christian Bale: Patrick Bateman
Willem Dafoe: Donald Kimball
Jared Leto: Paul Allen

RECENSIONE (contiene spoiler):

“American Psycho”, tratto da un romanzo scandoloso di Bret Easton Ellis, è molto meno violento e sanguinario rispetto al libro. Infatti, dopo averlo visto, un pò per via del finale che è veramente una sorpresa (e che non anticipo), ma anche per l’intero andamento del film, posso confermare che prevale decisamente un humor nero e l’aspetto comico rispetto a quello propriamente spaventoso e scioccante.
La regista è molto brava nel portarci nella psiche di Patrick Bateman, uno yuppie americano schizofrenico, con grande leggerezza (basti pensare alle scene degli omicidi precedute da dei deliranti discorsi di sulla recensione di alcuni dischi musicali), dispensandoci anche dosi di paura come nella celebre scena del palazzo trasformato in luogo dove il serial killer consuma le sue carneficine.
Il tutto però condito da un sano umorismo, senza prendersi mai troppo sul serio. Infatti alla fine scopriamo anche il perché di tutto ciò che è accaduto, tanto da giungere al grottesco e a punti di drammaticità. Forse ma regista avrebbe potuto sottolineare meglio ancora l’ambivalenza e l’aspetto onirico dei crimini commessi, già nel corso del film, anche se in questo modo probabilmente la sorpresa finale non sarebbe stata tale.
Grazie ai bei monologhi (uno all’inizio e uno alla fine) il film ci apre ad una dimensione più riflessiva rispetto all’aspetto giocoso che alla fine si manifesta ed alla successione cruda degli eventi: la morale è che c’è un aspetto oscuro dietro ognuno di noi, ma soprattutto dietro l’America tratteggiata con grande ironia in questo film.
Una società dominata dalle apparenze – dalla faccia pulita ma dall’anima marcia -, dalle invidie, dal maschilismo, dal mito del successo a tutti i costi e da quello dell’ego senza nessun rispetto per gli altri, che nasconde dietro di sé solamente un grande vuoto.
Un vuoto che è incarnato alla perfezione da Christian Bale, la vera stella di questo film; allora non era molto conosciuto ma ci lascia un’interpretazione di serial killer veramente memorabile.
Christian Bale alterna attimi di intensi sguardi vuoti ed esplosioni di allegra e selvaggia euforia, il suo volto si contorce dall’invidia dei colleghi ma sa anche essere ferma e dura nel rappresentare le manie di perfezionismo di Patrick Bateman.
Forse il migliore serial killer della storia del cinema, e forse anche l’unica vera ragione per vedere questo film. Tanto che non ci accorgiamo nemmeno dell’apparizione di Willem Dafoe nei panni insignificanti del poliziotto.

VIALE DEL TRAMONTO

DATI TECNICI:

Anno: 1950
Paese di Produzione: Usa
Colore: Bianco e nero
Genere: Drammatico
Regia: Billy Wilder
Interpreti principali:
William Holden: Joe Gillis
Gloria Swanson: Norma Desmond
Eric Von Strohem: Max Von Mayerling
Nancy Olson: Betty Schaefer

RECENSIONE (contiene spoiler):

“Viale del tramonto” è forse il più celebre film sul cinema, sul divismo e sul mito della bellezza che se ne va, ma soprattutto, ormai un classico da vedere, ricco anche di sfumature psicologiche nella caratterizzazione dei personaggi che sono bene espresse dalle inquadrature illuminanti del regista Billy Wilder.
Come non ricordare l’atmosfera che la regia e l’ottima scenografia hanno saputo ricreare nella villa decadente della vecchia diva del cinema muto Norma Desmond?
Qui i dettagli abbondano: le foto della diva, lo schermo per la proiezione dei suoi vecchi film, le porte senza maniglie per essere sempre pronti nel caso lei possa suicidarsi, e l’inquietante ed onnipresente presenza del maggiordomo calvo che sembra quasi possa conoscere e custodire lui solo il destino tragico che aleggia in quella casa (ed infatti verso la fine del film si scoprirà il perché di questa sua capacità).
Tutto ciò tende a ricreare un’atmosfera perfettamente decadente venata di un filo di horror e di umorismo nero (vedi il macabro funerale della scimmietta, ma anche le taglienti e comiche battute di uno scocciato William Holden).
Lo scrittore squattrinato Joe Gillis (interpretato intensamente da Holden), giunge nella casa per rifugiarsi dai creditori che gli vogliono confiscare l’automobile, ma presto si renderà conto che dovrà rimanerci recluso, perché Norma Desmond ha deciso che lui dovrà scrivere la sceneggiatura per un film che la rivedrà in campo dopo dieci anni di assenza dalle scene.
Durante quel periodo di tempo però tutto è cambiato, soprattutto l’avvento del sonoro rispetto al cinema muto, fatto di quella gestualità ed espressioni che la bravissima attrice Gloria Swanson rende al massimo nell’interpretazione della triste diva abbandonata (tra l’altro la scelta non cadde a caso, perché lei stessa fu un’attrice del cinema muto e da anni non recitava più).
Perciò Gillis non si ritrova prigioniero solamente in una villa, ma anche nel passato dove si è rinchiusa Norma Desmond, personalità bipolare che alterna momenti di depressione e solitudine a momenti di arrogante entusiasmo e di delirio (eccezionale la Swanson nell’inscenare la pazzia latente della protagonista, con quegli occhi spalancati).
Tuttavia è costretto a stare al gioco, a causa della sua mancanza di soldi, diventando in pratica il gigolò della vecchia attrice. Questa situazione lo stuferà ben presto, soprattutto quando conoscerà una giovane ed ambiziosa scrittrice con cui tradirà Norma Desmond. Ma anche la personalità di Joe Gillis, superficiale, cinico ed ironico, è ricca di sfaccettature, che emergono tutte nel finale, dove, disgustato dalla squallida vita che conduce, decide di rivelare tutto a Betty e di lasciare Norma. Ma ormai è troppo tardi, perché la vecchia diva, invasata di gelosia e priva di speranza dopo che gli ha rivelato la sua impossibilità di tornare sulle scene, lo uccide sparandogli.
Sunset-Boulevard-1950-Wallpapers-2“Viale del Tramonto” si potrebbe dunque definire come un film sul cinema e sulla differenza tra un vecchio mondo che non c’è più ed uno nuovo. Su entrambi i mondi lo sguardo del regista è spietato: emblematica a questo proposito la scena in cui per la prima volta tenta la fuga da quel mondo antico e si intrufola in una festa dove i dialoghi e i movimenti degli invitati sono delineati volutamente con una superficialità a fronte della quale la follia di Norma Desmond sembra quasi più profonda o, se non altro, degna di compassione.
Ma a mio avviso il film è anche un ottimo thriller psicologico, con venature noir così come ci si presenta dalla narrazione ironica e distaccata fuori campo del protagonista, ormai morto, e nel finale memorabile e quasi surreale.
Il film lascia inoltre altri quesiti: meglio la cruda e nuda verità che il cinico John non esita a rivelare, oppure inventare un mondo immaginario per custodire la sensibilità della donna, come fa il maggiordomo?

FUORI ORARIO

DATI TECNICI:

Anno: 1985
Paese di Produzione: Usa
Genere: Commedia nera
Regia: Martin Scorsese
Interpreti principali:
Griffin Dunne: Paul Hackett
Linda Fiorentino: Kiki Bridges
Rosanna Arquette: Marcy Franklin
Verna Bloom: June

RECENSIONE (contiene spoiler):

Commedia nera ingiustamente sottovalutata, annoveratoatra la filmografia minore di Scorsese, “Fuori Orario” è invece un piccolo gioiellino.
La storia è molto semplice: un qualsiasi impiegato programmatore di computer termina la propria giornata di lavoro e l’intero film si svolge dalla sera fino alla mattina successiva. Le ultime immagini ci mostrano il protagonista Paul Hackett (Griffin Dunne) che torna alla propria routine notevolmente cambiato e sconvolto, con la cinepresa di Scorsese che si muove scorrendo velocemente nell’ufficio che si sta animando di persone “normali”.
Ma Paul Hackett affronterà la sua nuova giornata molto diversamente, l’intero film è incentrato sui bizzarri personaggi che Paul Hackett incontra durante le sue peregrinazioni notturne e che lo travolgono emotivamente, trascinandolo in una commedia degli equivoci da cui non tornerà più se stesso.
afterhoursAncora una volta Scorsese ci guida quindi nel cuore di una New York notturna e lo fa alla perfezione, tanto che il film potrebbe sembrare una prosecuzione naturale di “Taxi Driver”. Anche se non è un viaggio nell’incubo come nel capolavoro con De Niro, ma un’escursione notturna nella commedia nera e nel surreale.
Emblematica a questo proposito la scena dove il protagonista, privo di soldi e a piedi, cerca rifugio in una metropolitana chiusa; il vecchio custode con cui parla sembra un Caronte dantesco e quel luogo di giorno frequentato da centinaia di persone ora appare vuoto e surreale.
I personaggi incontrati da Paul non incarnano la quintessenza del male e del degrado come in “Taxi Driver”, ma della noia e della mediocrità che la società impone alla maggior parte di noi.
Paul verrà messo nei guai soprattutto da donne: in special modo da una strana ragazza psicopatica (una bravissima Rosanna Arquette), poi da una sadomasochista con l’hobby della scultura (un’enigmatica Linda Fiorentino) e da una donna single che soffre di solitudine (Verna Bloom). Malgrado l’assurdità delle situazioni che ci vengono presentate, tutti i personaggi sono molto realistici e credo che probabilmente in ognuno di loro possiamo trovare qualche cosa di noi.
after_hours_pic_3Il viaggio di Paul non è altro che un viaggio in un mondo sconosciuto e sotterraneo, ma profondamente autentico, dove le frustrazioni represse durante la giornata emergono non con la violenza, ma con assurdità surreale (tra i personaggi incontrati anche due buffi ladri, un omosessuale, un tizio in tenuta sadomaso, un barista cornuto e isterico).
La trama si svolge tutta attraverso questi incontri e alla fine non ha un vero e proprio senso: tutto accade a caso che governa una concatenazione di eventi a termine della quale il protagonista sarà scambiato per un ladro ed inseguito, nel finale, da questo strano popolo della notte.
Una notte metropolitana fotografata alla perfezione, come solo Scorsese sa fare.

ANCORA VIVO

DATI TECNICI:

Anno: 1996
Paese di Produzione: Usa
Genere: Azione
Regia: Walter Hill
Interpreti principali:
Bruce Willis: John Smith
Cristopher Walken: Hickey
Bruce Dern: Ed Galt
Michael Imperioli: Giorgio Carmonte

RECENSIONE (contiene spoiler):

Il film è ambientato nel 1931, ma presto comprendiamo che più che di un film d’azione si tratta di un remake del famoso western di Sergio Leone “Per un Pugno di dollari”, che a sua volta aveva copiato Akira Kurosawa.
La storia è infatti sempre la stessa: un pistolero dal nome comunissimo John Smith giunge in una città al confine tra Stati Uniti e Messico e qui presta la sua pistola al servizio delle due famiglie criminali che comandano la città di frontiera senza legge, in un crescendo di sparatorie e tradimenti fino a che riesce a fare si che si eliminino a vicenda.
last-man-standing-imageWalter Hill fa però un discreto lavoro, non scade nel citazionismo ma mantiene uno stile tutto suo, l’impianto della trama è già a disposizione e il regista non lo vuole deturpare troppo snaturandolo.
Ottimo Bruce Willis nel ruolo del pistolero, molto meno gli antagonisti, qui presentati come dei mafiosi con ridicoli nomi italiani (tipo Strozzi), che non spaventano affatto (il Ramon interpretato da Gian Maria Volontè in “Per un pugno di dollari” è qui lontano anni luce), rendendo l’intero film poco credibile. Persino Cristopher Walken nel ruolo del pistolero rivale è molto scadente.
Resta l’ottima ambientazione e l’uso dei colori (predomina un bellissimo rosso-arancione della polvere delle strade e lo scuro della notte), la voce fuori campo di Bruce Willis che narra l’intera vicenda in stile noir, le sparatorie tra la polvere e le macchine crivellate di colpi di pistola.

LA GRANDE ABBUFFATA

DATI TECNICI:

Anno: 1973
Paese di Produzione: Italia/Francia
Genere: Grottesco
Regia: Marco Ferreri
Interpreti principali:
Ugo Tognazzi: Ugo
Philippe Noiret: Philippe
Michel Piccoli: Michel
Marcello Mastroianni: Marcello

RECENSIONE (contiene spoiler):

Questo è il film più conosciuto – e più scandaloso – di Marco Ferreri, geniale regista nichilista e marxista. Geniale, perché pur trattando della triade materialistica cibo-sesso-morte (tema molto caro al regista, basta scorrere la sua filmografia), questo film è un vero e proprio inno alla vita.
Perché nella critica ironica di una società che ci vuole unicamente vivi per il consumo forsennato, nevrotico e privo di qualsiasi significato, c’è uno spazio negato alla spiritualità, Qui lo spirito si raggiunge attraverso il materialismo; Ferreri da buon intellettuale ci mostra come solo affondando i dettagli nella carne (e mai paragone fu così appropriato) delle cose attraverso la critica marxista si possa comprendere la realtà, e trovarci per ciò stesso dentro un senso reale e più alto, al di là dei vuoti e frenetici rituali a cui siamo quotidianamente costretti.
philippe-noiret-michel-piccoli-e-ugo-tognazzi-in-_la-grande-abbuffata_La trama: i protagonisti sono quattro uomini annoiati che decidono di farla finita chiudendosi in una villa dove mangeranno fino allo spasimo e alla morte, accompagnati per l’occasione da Andrea, una maestra di scuola capitata lì per caso e che assisterà gli uomini fino alla fine.
Ugo Tognazzi oltre ad essere un grande attore era un celebre chef, e il ruolo del cuoco gli calza a pennello; Philippe Noiret con la solita faccia da indolente è un rigido giudice che non ha mai trovato la libertà a causa dell’opprimente nutrice che continua a seguirlo anche in tarda età; Michel Piccoli un regista televisivo omosessuale represso; Mastroianni un pilota d’arei sciupafemmine caduto in depressione dopo aver scoperto la sua incapacità di raggiungere l’orgasmo.
Questi personaggi, nella loro incredibile e folle ostinazione, intravedono come uno spiraglio, dall’altro lato della medaglia, il vero senso delle cose, tanto più la loro abbuffata li avvicina alla morte. Come Mastroianni che muore proprio mentre tenta di solcare il cancello della villa per tornare alla vita normale. Solo allora i protagonisti si rendono conto che la vita ha un valore più alto. Ma ormai è troppo tardi, ed il finale è veramente malinconico, profondo e triste.
Grande film, metaforico, su una società che si autoconsuma, un film dall’incedere lento come un’irrazionale processione verso un suicidio di massa. Ma con grande occhio tenero ed umano, mai giudicante, anzi ironico e leggero, sul destino di questi piccoli grandi uomini. E Ferreri riesce nell’intento paradossale del film che si può racchiudere nella battuta di Tognazzi: “Se non mangi, non puoi morire”.
vlcsnap3730571Un film amaro, decadente, pieno di eccessi ed anche di sesso, perché ad un certo punto i quattro decidono di invitare delle prostitute nella loro villa.
Un film sui folli doveri che la società di consumi non ci impone, ma fa sì che ci autoponiamo, fino a perdere il vero senso dei gesti vitali (in primis il cibo e l’amore): vedi Mastroianni che vuole per forza raggiungere l’orgasmo pur non riuscendoci, oppure Tognazzi che muore mangiando per dimostrare che il piatto da lui preparato era buono.
Strepitosi i protagonisti, a loro agio naturale Tognazzi e Mastroianni nei panni dello chef e del seduttore,  molto simpatici Piccoli e Noiret. Un film che oltre a far riflettere, fa anche ridere, seppur amaramente.